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A proposito della ristrutturazione delle soprintendenze elaborata dal Ministro Franceschini

La riforma del settore dei beni culturali inerente la proiezione territoriale delle strutture di tutela avanzata dal Ministro Franceschini con decreto emanato il 23 gennaio 2016 ha suscitato, com’è normale che sia, un vivace dibattito, aspre polemiche e sollevazioni generali di enti, associazioni e singoli personaggi concretizzatesi attraverso petizioni pubbliche con raccolte di firme per “bloccare” tale ristrutturazione del settore.

Avendo analizzato la summenzionata proposta di riassetto mi sono reso conto che essa ha certamente un risvolto negativo poiché è ispirata da una discutibile, seppur forzata, tendenza al risparmio in un settore che, essendo vitale per la nostra economia, non dovrebbe subire tagli, ma anzi incrementi finanziari, come avviene in altri paesi limitrofi. Ma ha anche, mi preme sottolinearlo, un forte carattere innovativo che la rende al mio giudizio accettabile e positiva.

Finalmente anche al livello ministeriale ci si rende conto che la settorializzazione e la parcellizzazione del cosiddetto “bene culturale” sono da rivedere, e che sia detto bene mobile o immobile, sia esso contestualizzato (a maggior ragione) che isolato, non può essere trattato separatamente dal suo contesto generale né sul piano della tutela, né tantomeno su quello della ricerca, né della valorizzazione. Il principio che sta alla base del provvedimento è ormai un prerequisito consolidato nel nostro settore disciplinare. Da qualche decennio ormai, anche in Italia, ambiente tradizionalmente impermeabile alle innovazioni metodologiche per la sua innata vocazione classicista imperante, il principio della interdisciplinarietà o multidisciplinarietà appare accettato universalmente anche se poi la sua applicazione risulta ancora settoriale. Tuttavia non penso che vi siano colleghi che possano contestare la validità dell’analisi e del trattamento di un fenomeno archeologico, di un contesto paesaggistico o di un singolo manufatto, in una prospettiva multidisciplinare che ne esalti tutti gli aspetti formative, naturali e materici.

Pertanto questo principio ormai indiscutibile era ora che entrasse anche nella pratica e nell’ordinamento dei Beni Culturali. Del resto risulta ormai diffuso nel campo della didattica e ricerca universitaria e di altri enti di ricerca. E’ fuori da ogni logica scientifica affrontare uno scavo di un sito di qualsivoglia natura o lo studio di un manufatto sia esso comune o di pregio senza adottare un’impostazione metodologica che contempli il più ampio spettro di apporti tecnico-scientifici provenienti da altre discipline. Ma anche nel campo della tutela, come è possibile avviare un’efficace azione protettiva senza avere la contezza esaustiva multispettrale di ciò che si vuole conservare? Ed infine cosa dire del maggior bisogno da parte di utenti sempre più esigenti di una valorizzazione a 360° che esalti i valori contestuali di un’opera o di un sito e le sue interrelazioni culturali e con l’ambiente?

In sintesi l’approccio interdisciplinare che caratterizza la scienza moderna, anche quella inerente il campo dei Beni Culturali è un valore ed una conquista dalla quale non si può prescindere pena il ritorno ad un oscurantismo scientista ed iperspecialistico settoriale fine a se stesso. Come non fare riferimento per avvalorare tale approccio a quanto è stato teorizzato e praticato, e da molti di noi esaltato al limite del fanatismo, dall’archeologia processualista (alias “New Archaeology”)? Come non ricordare la lezione interdisciplinare degli Annales che predicava la fusione delle scienze dell’antichità amalgamando storia, archeologia, filologia e geografia?

Ha fatto bene Franceschini ad allineare finalmente il settore gestionale del patrimonio culturale italiano ad una metodologia diffusa, efficace ed universalmente accettata. Nella nuova struttura che speriamo venga attuata con efficacia e professionalità è il paesaggio a diventare l’elemento unificante di ogni emergenza culturale sia essa materiale che immateriale. Quel paesaggio che costituisce senza ombra di dubbio la valenza maggiore del “Bel Paese” che tutti ci invidiano.

Il concetto della centralità del paesaggio è alla base di uno dei più originali ed efficaci strumenti di governo del territorio che è il Piano Territoriale Paesistico. Intuizione geniale che ha fatto del paesaggio l’irrinunciabile cornice non solo della tutela ma anche della valorizzazione delle emergenze culturali del territorio.

E’ con soddisfazione, inoltre, che constato che quanto fu fatto da noi in Sicilia negli anni ’70 del secolo scorso con la rivoluzionaria riforma di settore che istituì già allora la Soprintendenza unica multidisciplinare, riceve, finalmente, un riconoscimento nazionale. In Sicilia, tra luci ed ombre dovute spesso a una cattiva amministrazione più attenta al clientelismo che alla professionalità (ma questo, ahinoi, è un male nazionale), il bilancio sulla gestione della Soprintendenza unica provinciale è senza dubbio positivo. Affrontare le tematiche del territorio con il lavoro comune, all’interno dello stesso istituto, di professionisti di più discipline è stato esaltante ed efficace.

Chiederei ai tanti colleghi che si scandalizzano per questa paventata riforma: cosa c’è di più gratificante di lavorare gomito a gomito tra archeologi, architetti, urbanisti, storici dell’arte, antropologi, paesaggisti, naturalisti tutti animati dal valorizzare un bene comune? Dato che la risposta non può che essere positiva, al netto di patologie da curare, mi sorge il dubbio che questa levata di scudi sia dettata dal solito vizio di alcuni intellettuali (per la verità pochi) di volere coltivare il proprio orticello senza avere la capacità di affrontare il confronto che, a volte, può diventare scomodo, ma pur sempre stimolante. O peggio dal timore di perdere il proprio piccolo effimero potere paventando (e spaventandosi) di vedere il proprio ufficio “perdersi” in un contesto amministrativo più grande diretto da altri ?

Ovviamente sono convinto che se tale riforma non viene affiancata dal rilancio di una sana politica di reclutamento periodico di nuove leve da inserire nella pubblica amministrazione rimarrà uno dei tanti provvedimenti privi di reale incidenza nei processi di governo del territorio. Così come è da tenere sempre a mente che ogni intervento nel campo dei beni culturali non può essere dettato da esigenze di cassa immediate. La tutela di un bene deve essere basata su principi slegati dalle sue potenzialità economiche. Guai a investire laddove si fa cassa. In tal modo il tessuto connettivo del Bel Paese che tutti ci invidiano e che costituisce la sua peculiarità verrebbe meno creando soltanto “cattedrali nel deserto”.

 

Sebastiano Tusa [23 gen 2016]

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Valorizzazione, prevenzione e progettualità a proposito del patrimonio archeologico,monumentale e paesaggistico della Sicilia occidentale

Sebastiano Tusa, in “Archivox” n. 4-5 2011, pag. 5

copertina archivox 4-5

Archivox 4-5 2011

La ormai lunga contiguità con le problematiche del patrimonio culturale trapanese mi ha frequentemente indotto ad avere un rapporto da abitante di questo spettacolare territorio, piuttosto che da visitatore, gestore (che brutta parola!) o, peggio, controllore.
Considero questo un privilegio ed un vantaggio in relazione alla mia attività istituzionale.
Questo preludio vuole essere sia un avvertimento al lettore circa la mia effettiva affezione e familiarità con questi luoghi, sia un modesto consiglio soprattutto ai colleghi più giovani affinché esercitino i loro compiti istituzionali “vivendo” e “sentendo” il territorio piuttosto che controllandolo applicando freddamente le norme vigenti. Si badi bene il mio non è un appello alla disobbedienza civile in materia di norme di controllo del territorio, bensì un invito ad un’applicazione intelligente delle norme che contempli in primo luogo la tutela del paesaggio, dei monumenti e del patrimonio culturale, in secondo luogo le esigenze di una comunità che in quel territorio deve vivere, prosperare ed offrire opportunità sempre più valide e gradevoli di vita per chi verrà dopo ed anche per i viaggiatori che hanno l’amabilità di visitarlo.


Vivere il territorio significa sostanzialmente apprezzarne le valenze non soltanto sul piano estetico formale, ma anche su quello dell’atmosfera identitaria di vita che diventa tale nel momento in cui le valenze paesaggistiche, monumentali, naturali, storiche, antropologiche e gastronomiche si fondono dando vita ad unici, originali ed inconfondibili paesaggi culturali.
In ciò il territorio trapanese riesce ad offrire qualcosa di veramente eccezionale ed estremamente vario passando, ad esempio, dal paesaggio pantesco, vero e proprio trionfo del rapporto millenario tra impervia natura ed alacre sapienza lavorativa dell’uomo sboccianti in fantastiche visioni ambientali, pregnanti odori e variegati sapori, a quello ericino strenuamente orientato verso una concezione difensiva ed intima dell’uomo ai confini dell’abitabile. Oppure dalle geometrie bianche e rosse delle saline a quelle verdi intense delle balze belicine segnate dall’intrecciarsi dei filari degli olivi secolari.

L’eccezionalità sta anche nella dialettica crono-storica entro cui questo molteplice paesaggio antropico si dispiega. L’antico estremo delle grotte abitate sin dal paleolitico superiore della costiera tra Castellammare e Trapani con l’appendice egadina s’intreccia nella plastica tavolozza dai molteplici colori delle ripide falesie calcarenitiche che si rispecchiano nella limpida distesa blu che le lambisce.

I paesaggi coloniali greci e fenici si dispiegano integri tra le dune della costa sudoccidentale, un tempo in continuo movimento, quasi ad imitare in piccolo quanto avveniva nella speculare costa nord-africana.
Selinunte si erge con le sue architetture di pietra tra il verde intenso degli ultimi lembi di macchia mediterranea autoctona, il quasi amaranto della sabbia che la lambisce e l’indaco cangiante del mare.
Potremo continuare all’infinito nel descrivere, ancorché telegraficamente, le infinite sfaccettature del “diamante” paesaggistico ed antropico trapanese. Ma non è giusto indugiare in una visione idilliaca e poetica del territorio poiché rischieremo la retorica o peggio di coprire con il velo della retorica i problemi che anche in questo territorio esistono.

Certo non abbiamo la piaga dilagante dell’abusivismo che, per fortuna, è un fenomeno ormai marginale e secondario. Ma abbiamo altri e ben più inquietanti pensieri che agitano i nostri sonni di tutori del paesaggio.

La dilagante “fame” di energia che sovrasta i nostri tavoli con molteplici progetti che prevedono la nascita repentina sul nostro territorio di foreste “eoliche” o “armature” silicee ci riporta alla realtà di una battaglia quotidiana che ci rende spesso ignari ed inconsapevoli paladini del lume a petrolio.
Ma anche la sacrosanta voglia di offrire al viaggiatore che visita la nostra terra confort e comodità sempre più sofisticate ci vede spesso sul fronte opposto di chi vorrebbe “arricchire” quei litorali ancora integri con resort multi stelle o residence simil Costa Smeralda.
Raggiungere l’equilibrio tra giuste istanze di sviluppo turistico, risparmio energetico e salvaguardia del paesaggio antropizzato storicamente è certamente difficile, ma non impossibile.


Basta buonsenso, aderenza alla ricca ed ottima normativa vigente e visione di lunga durata che ci faccia comprendere che progettare e costruire con qualità ed in aderenza alla molteplicità dei formidabili archetipi identitari della tradizione territoriale trapanese non è un’inutile angheria o la vessazione di legittime aspirazione, bensì la garanzia della nostra stessa sopravvivenza.

Crisi dei Beni Culturali

Considerazioni sull’attuale crisi nella gestione del patrimonio culturale in Sicilia e nel territorio nazionale

E’ fuori di ogni ragionevole dubbio che il settore dei BB CC viva oggi un momento di grave crisi in Italia ed in Sicilia. Le cause di tale disagio sono molteplici e sarebbe lungo analizzarle con attenzione. Cercherò di farlo succintamente e con l’intento principale di offrire una base di discussione e, soprattutto, propositiva. Basti pensare ad un dato fondamentale costituito dalla contraddizione tra il numero crescente di utenti da un lato (al di la di lievi flessioni in questi tempi di crisi) e la diminuzione di risorse e personale dall’altro. Ma anche la cronica assenza di pianificazione connaturata al sistema Italia attraversato da una delle più vivaci ed endemiche instabilità politiche (continui mutamenti di governo e dei vertici istituzionali del settore) contribuisce a lasciare questo, come altri settori della vita civile del Paese, in una situazione che talvolta è di stallo, talaltra di netta crisi, ed in molti casi di eccellenza basata sull’abnegazione ed il sacrificio di pochi.
Non è mia volontà indugiare nell’analisi dello stato di malattia del settore ma, piuttosto, individuare alcuni elementi di crisi e avanzare alcune possibili soluzioni nella convinzione che sia difficile ormai affrontare il problema in una prospettiva di riforma globale. Del resto basta guardare alla storia di questo settore. Non sono state, infatti, le grandi inchieste parlamentari (dalla Franceschini alla Papaldo etc.), preludio di altrettante epocali riforme, peraltro mai avute, a risolvere i problemi dei beni culturali, quanto alcuni interventi puntuali che, nel bene e nel male, hanno prodotto vistosi mutamenti strutturali (ancorché parziali) come la ben nota Legge Ronchey che ha rivoluzionato il settore dei cd servizi aggiuntivi.
In Sicilia la situazione è stata per certi versi migliore di quella nazionale per due motivi fondamentali. Da un lato rivendichiamo l’ancora validissima carica innovativa delle leggi di settore 80 e 116 che, tra l’altro, sanciscono il principio sempre più ecumenicamente inoppugnabile dell’interdisciplinarietà. Dall’altro le risorse aggiuntive di origine europea (POR) che negli ultimi anni hanno surrettiziamente colmato le lacune strutturali del settore.
Ormai anche in Sicilia la situazione inizia a diventare sempre più difficile soprattutto per due motivi fondamentali. Da un lato vi è la pesante e continua diminuzione delle risorse disponibili con l’avvicinarsi della fine dell’erogazione europea e dall’altra la grave situazione d’instabilità ed assenza di linee programmatiche certe che si protrae ormai da anni dovuta non soltanto all’altissima mortalità dei governi regionali, ma anche ad una carenza di fondo dei vertici assessoriali sia politici che amministrativi rivelatisi sempre più incapaci ed inadatti ai compiti assegnati. Sarebbe lungo l’elenco delle mancanze ormai quasi endemicamente presenti nel settore dei BB CC regionali. Basti citare la deficitaria utilizzazione dei fondi europei che non solo sono stati spesi parzialmente e senza una pianificazione unitaria e integrata (POR 2000 – 2006), ma che, nella programmazione attuale 2007 – 2013 sono ancora non spesi a distanza di oltre tre anni dall’inizio dell’attuale ciclo. Il risultato di questa grave colpa degli amministratori sarà una spesa affrettata e, conseguentemente, inefficace e, spesso, superficiale e poco incisiva ai fini dello sviluppo.
Le cause di tale situazione sono tutte da ricercare nell’assoluta incapacità dimostrata dai vertici politici e amministrativi della Regione Siciliana e di quelli del settore specifico dei BB CC avvicendatisi negli ultimi anni. Questa è una verità dimostrabile attraverso una pluralità di atti e comportamenti che hanno lasciato segni indelebili nella triste storia degli ultimi anni. Respingo con assoluta convinzione quanto da varie parti politiche si prospetta addossando la responsabilità di questo stato deficitario del settore alla struttura stessa di gestione dei BB CC ed ancor di più agli organici dirigenziali intermedi ed al comparto. E’ utile, a questo punto, allargare i nostri orizzonti ed inquadrare il malessere e le tendenze di pseudo rinnovamento del settore che si agitano da più parti, ad un contesto nazionale ed anche internazionale. La tenenza, infatti, ad addossare la colpa delle nefandezze del settore BB CC alla struttura stessa è un esercizio che al livello nazionale si agita ormai da qualche anno.
E’ ormai diffusa la tendenza a ritenere che la risoluzione dei problemi del settore dei BB CC stia nella marginalizzazione delle strutture tradizionali a vantaggio di commissariamenti e intervento privato. Tale superficiale diagnosi, a giudicare dai risultati dell’ormai pluriennale esperienza nazionale praticata nell’ambito dell’attività del MIBAC, risulta non solo errata ma estremamente pericolosa poiché foriera di gravissimi disastri. La tendenza al commissariamento e all’affidamento ai privati di alcuni settori della gestione del BB CC, iniziata nell’ambito dei governi di centro.-sinistra (ministeri Veltroni e Melandri), si è dimostrata assolutamente fallimentare a giudicare dal continuo peggioramento della situazione. Ed anche quei luoghi dove tale pratica si è applicata con maggiore frequenza i disastri sono sotto gli occhi di tutti. Basti pensare all’endemica situazione di crisi a Pompei ed al recentissimo crollo nella Domus Aurea da tempo commissariata. E non dobbiamo dimenticare che anche l’esperienza dei cd servizi aggiuntivi si è rivelata disastrosa, a parte qualche rare eccezioni come i Musei Capitolini. Infine che l’esperienza dell’esautoramento delle Soprintendenze a vantaggio di privati e commissari si sia rivelata un disastro economico e per l’incolumità e la salvaguardia del nostro patrimonio lo si percepisce dal fatto che molte di queste esperienze extraistituzionali sono finite sotto inchiesta della magistratura che ne sta mettendo in luce illegittimità, malaffare, inutilità e spreco.
E’ veramente singolare come l’Italia, che ha creato la più rigorosa ed efficace legge di settore (la gloriosa 1089/1939) ed ha istituito l’organo di tutela e ricerca più prestigioso che il pianeta abbia mai ideato per la gestione del patrimonio culturale : la Soprintendenza, abbia così caparbiamente e stupidamente intrapreso la fallimentare strada dello smantellamento delle proprie istituzioni pubbliche a vantaggio di sistemi surrettizi (commissariamenti) e alienazioni di competenze (intervento privato) in maniera di gran lunga più ampia e selvaggia di quanto hanno fatto paesi in cui il liberismo ha un peso molto maggiore. Basti guardare alla Gran Bretagna ed agli Stati Uniti, due paesi con una forte impronta liberista, dove simili eccessi non esistono. Com’è noto in Inghilterra il National Heritage continua ad avere il suo forte ruolo di controllo ed il privato è intrinsecamente coinvolto nella gestione del patrimonio culturale attraverso i Trustees che rappresentano una forma collettiva di privatizzazione assolutamente diversa da ciò che s’intende in Italia per privatizzazione. E’ singolare come nel paese-patria dell’hamburger – gli Stati Uniti – la Mc Donald non abbia avuto nessun peso nella gestione dei BB CC ed invece in Italia – paese tradizionalmente statalista – sia stato chiamato uno dei manager dell’immagine del cheeseburger per curare i nostri BB CC!
Ma ciò che scandalizza e preoccupa maggiormente è il disegno errato che sta alle spalle della tendenza all’alienazione e all’esautoramento dei pubblici poteri (soprintendenze e direzioni di musei). Tale disegno è semplicissimo ed è sotto gli occhi di tutti. Esso consiste nel ridurre progressivamente, con la scusa della crisi, i capitoli del bilancio dei BB CC costringendo le soprintendenze a ridurre, di conseguenza, la loro attività di normale tutela e gestione dei beni sottoposti alla loro competenza. Si badi bene, tale diminuzione rilevante non riguarda solo i capitoli sui quali si potrebbe fare economia in tempi di vacche magre, come quello relativo allo scavo archeologico o alle mostre, ma si riduce anche la spesa di manutenzione ordinaria delle aree archeologiche e dei musei e del relativo personale che le dovrebbe custodire. Si riduce o annulla la spesa per le pubblicazioni uccidendo la cosa più importante che regge il settore: la memoria. Si fa tutto ciò per poi poter affermare che le “soprintendenze non funzionano” e che c’è bisogno di commissari salva-tutto e dei privati che con la loro efficienza mettono a posto tutto. Tutto ciò, come dicevo, è contraddetto dall’evidenza e dai fatti degli ultimi anni. Al contrario, c’è unanime consenso negli ambienti della cultura nazionale e internazionale sulla costatazione che se l’Italia continua, nonostante i tanti scempi e delitti perpetrati ai danni del suo patrimonio archeologico, storico, culturale e paesaggistico, a essere il “Bel Paese”, ciò è il frutto, quasi esclusivo, dell’attività di tutela delle soprintendenze che hanno controllato al meglio il territorio grazie alla professionalità e, soprattutto, all’abnegazione dei propri addetti a tutti i livelli che, nonostante le immense difficoltà, hanno continuato a operare con spiccato senso civico e attaccamento al dovere.
Un altro grave attentato al nostro patrimonio culturale viene dalla disinvoltura con la quale vengono spesso emanate norme, circolari e leggi prive di quella necessaria analisi propedeutica e, soprattutto, del concorso di competenze tra esperti di vari settori. Negli ultimi anni, purtroppo, non risulta che archeologi, storici dell’arte e dell’architettura, antropologi, paesaggisti, conservatori ed altri specialisti di settore siano stati chiamati a contribuire alla stesura di norme, circolari e leggi. Si sono chiamati consulenti esterni privi di alcun curriculum inerente il settore dei BB CC che hanno, conseguentemente, partorito prodotti assolutamente discutibili. Che forse all’interno del settore dei BB CC nazionale e regionale non ci siano quelle competenze, anzi eccellenze, tali da poter contribuire (a costo zero) alla stesura di norme destinate ad innovare seriamente il settore e renderlo più adeguato alla realtà odierna? Certamente si! E siamo sicuri che se si procedesse in tal senso (come del resto si procedeva in passato) la situazione migliorerebbe sensibilmente poiché soltanto chi ha l’esperienza sommata alla competenza del settore, può avere le idee chiare sui necessari aggiustamenti finalizzati a rendere la macchina dei BB CC più agile ed efficace.
A proposito dell’intervento dei privati nella gestione dei BB CC non ritengo che ciò sia negativo. Anzi è un intervento da auspicare e stimolare sia per realizzare economie di scala che per ottimizzare e rendere più efficiente la gestione. Ma è evidente che la regia di questo intervento deve rimanere pubblica ed in mano ai professionisti del settore non a “manager” prelevati da ambiti diversi che nulla hanno mai avuto in comune con i BB CC. L’esperienza del manager a Pompei è stata fallimentare, così come quella di altre situazioni nazionali. Pertanto sono convinto che sia la gestione mista pubblico-privato con il sistema dell’affidamento “in – house” a poter proporsi poiché è quello che ha dato risultati molto positivi nella gestione dell’immenso e fitto tessuto dei BB CC comunali e provinciali dell’Italia centro-settentrionale, a patto che non si tramuti in ulteriore strumento per la creazione di “carrozzoni” per soddisfare le “necessità” del sottogoverno. In altre parole il sistema della gestione mista pubblico-privato può funzionare soltanto se si garantiscono la professionalità, l’economicità e il beneficio sociale.
E’ questo un altro punto su cui si deve essere veramente chiari e decisi. I BB CC non possono fare budget direttamente. E’ assolutamente errato basare qualifiche e graduatorie dei BB CC sulla base di quanti biglietti e visitatori realizzano. L’Italia è unica al mondo non soltanto per gli Uffizi, Pompei e la Cappella Sistina, ma soprattutto per quella trama splendida di piccole, medie e grandi mete culturali e storiche diffuse nel territorio che ne fanno un vero e proprio originale ed inimitabile “museo diffuso”. Guai a colpire con la mannaia i “rami secchi” di questo settore sol perché non fanno cassetta. La conseguenza sarebbe la desertificazione culturale del nostro territorio. Al contrario vanno incoraggiate la nascita e la crescita delle strutture capillari del godimento e della divulgazione del nostro immenso patrimonio sommerso che è nostro compito fare emergere, non affondare in nome di una falsa economicità. Per non parlare del valore sociale di un piccolo museo o di una biblioteca o di una zona archeologica che nasce e vive in un piccolo sperduto centro abitato nel cuore della Sicilia più disastrata dall’emigrazione, dal sottosviluppo e dall’emarginazione soprattutto giovanile. Non dobbiamo chiudere queste realtà locali perché non “rendono”, anzi le dobbiamo incentivare perché soltanto accrescendo le occasioni di aggregazione culturale lavoreremo seriamente per il riscatto e lo sviluppo della nostra terra.
Certamente tutto ciò non significa spreco poichè una razionalizzazione dei sistemi di gestione è assolutamente necessaria. Anche qui il confronto con le professionalità del settore potrà aiutare a trovare quelle soluzioni necessarie per tenere aperti i presidi culturali diffusi e non accrescere la spesa. Basti pensare al ruolo immenso che il volontariato può e deve svolgere abbandonando il carattere di cenacolo culturale salottiero integrandosi con il sistema della gestione dei BB CC. Ed anche i privati possono fare la loro parte addossandosi il carico della gestione di tali presidi culturali sperduti in cambio della visibilità commerciale della loro produzione anche all’interno di tali presidi.
I BB CC non danno introiti immediati, ma nell’indotto territoriale che si crea intervenendo anche nelle politiche dei trasporti e della ricettività agevolando la visita. Lo danno se si interviene correttamente nella comunicazione che va affidata anch’essa non ad improvvisati ed ignoranti “guru” della pubblicità, ma ad una corretta collaborazione tra professionisti dei BB CC che garantiscono i contenuti e specialisti della comunicazione che ne trasferiscono i messaggi in una dimensione comprensibile al livello di massa.
In sintesi credo che l’azione dei nostri vertici politici e amministrativi debba principalmente volgersi alla valorizzazione delle immense professionalità che ancora esistono nel settore dei BB CC ed evitare il ricorso a consulenze esterne prive di alcuna esperienza nel settore. Garantire la professionalità interna alla struttura non basta se non si favorisce l’opportunità di lavorare serenamente e seriamente ai dirigenti intermedi. Ciò significa evitare ogni mortificazione delle esperienze e delle professionalità, ma anche incrementare i capitoli di spesa delle soprintendenze e dei musei, soprattutto laddove ciò serva per la gestione innovativa del patrimonio. Ciò significa evitare il trasferimento esterno di tali risorse a privati privi di esperienza e familiarità con il settore. Ciò significa dare autonomia gestionale alle soprintendenze ed ai musei onde aumentare il senso di responsabilità dei direttori e dei soprintendenti mettendoli di fronte alle loro capacità di gestire al meglio il patrimonio in loro competenza. Ciò significa anche realizzare un sistema veramente meritocratico che liberi le professionalità a tutti i livelli incrementando quella sana competizione a realizzare e gestire al meglio economizzando con razionalità. Ciò significa offrire ai responsabili intermedi della struttura dei BB CC la possibilità di interagire con il tessuto delle piccole e medie imprese (vera risorsa del Paese) al fine di trovare quelle fruttuose collaborazioni che permettano economie, incremento della qualità del servizio ed avvio di efficaci sistemi di promozione territoriale.
Soltanto dando forza al sistema attuale dei BB CC, garantendo le professionalità interne, dandole responsabilità attraverso il conferimento di autonomia amministrativa, coinvolgendole nella razionalizzazione della spesa dando loro più autonomia e non ricorrendo a dispendiose panacee privatistiche esterne, ma favorendo il rapporto con il tessuto virtuoso della piccola e media impresa, potremo sperare in un futuro migliore per questo settore vitale per l’economia del nostro Paese.

Palermo 6 aprile 2010 Sebastiano Tusa