Sulla cattiva gestione delle strutture teatrali e culturali

L’assemblea permanente del Teatro Garibaldi di Palermo mette in evidenza il reale problema della cattiva gestione delle strutture teatrali e culturali della città e, giustamente, invoca nuove e più giuste regole per il loro affidamento e la loro utilizzazione puntualizzazndo che ciò deve avvenire nel rispetto della professionalità e dell’interesse dei cittadini

Valorizzazione, prevenzione e progettualità a proposito del patrimonio archeologico,monumentale e paesaggistico della Sicilia occidentale

Sebastiano Tusa, in “Archivox” n. 4-5 2011, pag. 5

copertina archivox 4-5

Archivox 4-5 2011

La ormai lunga contiguità con le problematiche del patrimonio culturale trapanese mi ha frequentemente indotto ad avere un rapporto da abitante di questo spettacolare territorio, piuttosto che da visitatore, gestore (che brutta parola!) o, peggio, controllore.
Considero questo un privilegio ed un vantaggio in relazione alla mia attività istituzionale.
Questo preludio vuole essere sia un avvertimento al lettore circa la mia effettiva affezione e familiarità con questi luoghi, sia un modesto consiglio soprattutto ai colleghi più giovani affinché esercitino i loro compiti istituzionali “vivendo” e “sentendo” il territorio piuttosto che controllandolo applicando freddamente le norme vigenti. Si badi bene il mio non è un appello alla disobbedienza civile in materia di norme di controllo del territorio, bensì un invito ad un’applicazione intelligente delle norme che contempli in primo luogo la tutela del paesaggio, dei monumenti e del patrimonio culturale, in secondo luogo le esigenze di una comunità che in quel territorio deve vivere, prosperare ed offrire opportunità sempre più valide e gradevoli di vita per chi verrà dopo ed anche per i viaggiatori che hanno l’amabilità di visitarlo.


Vivere il territorio significa sostanzialmente apprezzarne le valenze non soltanto sul piano estetico formale, ma anche su quello dell’atmosfera identitaria di vita che diventa tale nel momento in cui le valenze paesaggistiche, monumentali, naturali, storiche, antropologiche e gastronomiche si fondono dando vita ad unici, originali ed inconfondibili paesaggi culturali.
In ciò il territorio trapanese riesce ad offrire qualcosa di veramente eccezionale ed estremamente vario passando, ad esempio, dal paesaggio pantesco, vero e proprio trionfo del rapporto millenario tra impervia natura ed alacre sapienza lavorativa dell’uomo sboccianti in fantastiche visioni ambientali, pregnanti odori e variegati sapori, a quello ericino strenuamente orientato verso una concezione difensiva ed intima dell’uomo ai confini dell’abitabile. Oppure dalle geometrie bianche e rosse delle saline a quelle verdi intense delle balze belicine segnate dall’intrecciarsi dei filari degli olivi secolari.

L’eccezionalità sta anche nella dialettica crono-storica entro cui questo molteplice paesaggio antropico si dispiega. L’antico estremo delle grotte abitate sin dal paleolitico superiore della costiera tra Castellammare e Trapani con l’appendice egadina s’intreccia nella plastica tavolozza dai molteplici colori delle ripide falesie calcarenitiche che si rispecchiano nella limpida distesa blu che le lambisce.

I paesaggi coloniali greci e fenici si dispiegano integri tra le dune della costa sudoccidentale, un tempo in continuo movimento, quasi ad imitare in piccolo quanto avveniva nella speculare costa nord-africana.
Selinunte si erge con le sue architetture di pietra tra il verde intenso degli ultimi lembi di macchia mediterranea autoctona, il quasi amaranto della sabbia che la lambisce e l’indaco cangiante del mare.
Potremo continuare all’infinito nel descrivere, ancorché telegraficamente, le infinite sfaccettature del “diamante” paesaggistico ed antropico trapanese. Ma non è giusto indugiare in una visione idilliaca e poetica del territorio poiché rischieremo la retorica o peggio di coprire con il velo della retorica i problemi che anche in questo territorio esistono.

Certo non abbiamo la piaga dilagante dell’abusivismo che, per fortuna, è un fenomeno ormai marginale e secondario. Ma abbiamo altri e ben più inquietanti pensieri che agitano i nostri sonni di tutori del paesaggio.

La dilagante “fame” di energia che sovrasta i nostri tavoli con molteplici progetti che prevedono la nascita repentina sul nostro territorio di foreste “eoliche” o “armature” silicee ci riporta alla realtà di una battaglia quotidiana che ci rende spesso ignari ed inconsapevoli paladini del lume a petrolio.
Ma anche la sacrosanta voglia di offrire al viaggiatore che visita la nostra terra confort e comodità sempre più sofisticate ci vede spesso sul fronte opposto di chi vorrebbe “arricchire” quei litorali ancora integri con resort multi stelle o residence simil Costa Smeralda.
Raggiungere l’equilibrio tra giuste istanze di sviluppo turistico, risparmio energetico e salvaguardia del paesaggio antropizzato storicamente è certamente difficile, ma non impossibile.


Basta buonsenso, aderenza alla ricca ed ottima normativa vigente e visione di lunga durata che ci faccia comprendere che progettare e costruire con qualità ed in aderenza alla molteplicità dei formidabili archetipi identitari della tradizione territoriale trapanese non è un’inutile angheria o la vessazione di legittime aspirazione, bensì la garanzia della nostra stessa sopravvivenza.

Una nuova lettura delle pitture della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Trapani)

RIASSUNTO

Una nuova lettura delle pitture della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Trapani) – Spesso alcune classi di materiali, come le statuette idoliformi, non vengono comprese nel loro reale carattere funzionale. Abbiamo cercato di chiarire l’uso di taluni di questi manufatti partendo dal rinvenimento di un gruppo di statuette in pietra nell’ipogeo del circolo di Xaghra a Gozo. Il contesto non lasciava dubbi sull’appartenenza degli oggetti al corredo di uno sciamano che li utilizzava per pratiche liturgiche sacrali con una rappresentatività teatrale. Sulla base di tale parametro interpretativo abbiamo analizzato alcuni manufatti ed immagini siciliane partendo dagli idoli dipinti nella Grotta di Cala del Genovese a Levanzo per arrivare all’askos femminile di Mozia passando per testimonianze dell’età del Bronzo.

SUMMARY

A new interpretation of prehistoric painted rock art of Grotta di Cala dei Genovesi (Levanzo) – It is not rare that archaeologists exaggerate the typological and formal aspects of some figurines avoiding to understand the real function. According to the discovery of some stone figurines in the Xaghra hypogeum at Gozo, we understood that those objects were used to perform sacred representation in the shape of puppet theater. After that discovery we analyzed some similar images, either painted and plastic, coming from Sicilian sites, in order to find if there should have been the same use. Analyzing the images of Levanzo we are sure that those idols painted on the rocky wall were “puppets” used by traditional wizards to perform sacred representations. The same case should have been for the early bronze age figurines coming from Mursia and San Giuliano. It is interesting to note that such habit to use figurines to perform sacred representations lasts for millennia reaching also archaic period as is shown by a terracotta askos from Motya.

Una nuova lettura delle pitture della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Trapani)

di Cecilia Buccellato, Emiliano Tufano & Sebastiano Tusa

Nell’ambito della tradizione gloriosa degli studi sull’arte preistorica mediterranea molto è stato detto e scritto a proposito di descrizione formale, cronologia, tipologia, stile ed approccio comparativista. Per la verità anche sulla funzione si è indugiato da parte di taluni Autori, soprattutto mettendo in evidenza elementi interpretativi desumibili dall’analisi delle associazioni e delle collocazioni topografiche all’interno delle grotte. Raramente si è cercato un nesso tra elementi rappresentati su parete ed il vasto repertorio materiale coevo. In questo studio affronteremo proprio tale argomento partendo da una entusiasmante scoperta fatta a Malta che ci ha permesso di riconsiderare alcune immagini “classiche” della cosiddetta arte rupestre siciliana dandone un’interpretazione assolutamente originale e, pensiamo, convincente. Le considerazioni desunte da quanto sopra premesso ci hanno portato anche a rivedere il quadro più generale delle rappresentazioni antropomorfe della preistoria siciliana (sia bidimensionale che plastica) aggiungendo elementi probanti a quanto cercheremo di evidenziare.

L’areale geografico di riferimento del nostro studio è il Mediterraneo centro-orientale con particolare attenzione alla Sicilia e Malta e riferimenti ovvi all’ambiente egeo. Dal punto di vista cronologico abbiamo necessariamente affrontato la trattazione in termini diacronici poiché trattando di fenomenologie rituali e liturgie queste vanno inquadrate nel divenire in un’ottica squisitamente evolutiva facendo attenzione, ovviamente, alle sincronie fenomeniche soprattutto per quanto attiene agli aspetti formali.

L’occasione che ha messo in moto la rilettura dell’evidenza siciliana, nello specifico le ben note immagini idoliformi di ascendenza ritenuta cicladica, dipinte in nero sulle pareti della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Graziosi 1962, Figg. 6b – 7a), è stata la scoperta nel corso dello scavo dell’ipogeo sottostante il circolo megalitico di Xaghra, altrimenti definito di Brocthorff, nei pressi di uno degli altari che componevano l’importante complesso funerario-templare, sito a breve distanza dal ben noto tempio di Ggantja a Gozo, di un gruppo di sei figurine totemiche, di media dimensione, in pietra (una appena abbozzata) più tre di misura inferiore (Fig. 1).

Fig. 1 - Le sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra (da Renfrew 2004).

Fig. 1 – Le sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra (da Renfrew 2004).

Le circostanze del rinvenimento indussero gli scavatori a ritenere plausibile che le sei statuette fossero state racchiuse in un sacchetto di stoffa e riposte nei pressi dell’altare laddove periodicamente servivano per la conduzione di particolari liturgie pre-inumazione connesse al culto dei defunti di rango espletato nell’ipogeo durante la fase di Tarxien (intorno al 3000 a.C.) (Bonanno 2004: 283-284).

In altre parole gli idoletti costituivano il corredo di parafernalia liturgici di un addetto al culto che li teneva da conto in un sacchetto pronto all’uso. Che simili oggetti fossero ben utilizzabili nelle liturgie del luogo ben si accorda con la loro forma, dimensione e caratteristiche morfologiche. Sono, infatti, ben impugnabili in mano (Fig. 2) e, data la conformazione delle loro estremità inferiori anche facilmente conficcabili al suolo.

Rivedendo l’entusiasmante e stimolante preistoria maltese e rileggendone analisi ed interpretazioni date da più Autori ci accorgiamo che simili liturgie dovevano essere frequenti nei molteplici luoghi di rito fin qui messi in luce tra Malta e Gozo, sia in ambito templare che ipogeico.

Fig. 2 - Una delle sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra impugnata (da Renfrew 2004).

Fig. 2 – Una delle sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra impugnata (da Renfrew 2004).

Ci sovviene, a tal proposito, una delle osservazioni avanzate a proposito del rinvenimento di teste staccate dal corpo contrapposta a molteplici statuette delle cosiddette fat ladies prive di testa, ma con l’alloggiamento per inserirvele in maniera posticcia (Fig. 3).

Fig. 3 - Figurina in pietra della “Fat lady” seduta con l’alloggiamento e la testa posticcia da Hagar Qim (da Renfrew 2004).

Fig. 3 – Figurina in pietra della “Fat lady” seduta con l’alloggiamento e la testa posticcia da Hagar Qim (da Renfrew 2004).

Ciò, com’è noto, è stato interpretato pensando a liturgie interattive durante le quali i sacerdoti agitavano le teste sulle statuette praticando una sorta di dialogo con il devoto (Monsarrat 2004: 299). In sintesi la vasta fenomenologia liturgico-rituale desumibile dalla preistoria maltese ci mette in evidenza la chiara presenza di una liturgia interattiva tra sacerdote (e, quindi, figura divina) e devoto attraverso l’uso di elementi rappresentativi antropomorfi mobili che fungevano da catalizzatore di un dialogo divino-terreno che doveva stare alla base dell’ignota religione maltese. Si giunge, pertanto, a ritenere tali figurine plasticamente realizzate come burattini o marionette adibite al culto. Utilizziamo l’uno o l’altro termine, malgrado oggi via sia una differenza tra i due oggetti, poiché in effetti a Malta abbiamo sia la presenza di figure statiche di cui soltanto la testa veniva mossa, ma anche di interi “pupazzi” azionati totalmente dall’addetto alla liturgia rituale.

In occasione della recente campagna di scavi effettuata presso la Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo abbiamo avuto occasione di rivedere con attenzione le immagini all’interno della grotta effettuandone anche una rigorosa ed accurata documentazione fotografica aggiornata. Ciò ci ha permesso di riconsiderare le suddette figure alla luce dei dati fenomenologici maltesi tenendo anche presente che sussiste una convergenza cronologica tra i due complessi.

Analizzando puntualmente l’evidenza di Levanzo ci siamo accorti di qualcosa che era sfuggita a noi precedentemente ed anche a chi prima di noi aveva puntualmente analizzato il complesso. Gli idoli in questione compaiono ben tre volte in spazi diversi della medesima parte. Due volte compaiono isolati ed in chiara serie orizzontale l’uno accanto all’altro (Fig. 4).

 Fig. 4 - Due serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 4 – Due serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

In un caso abbiamo tre idoli a “violino” dei quali due affiancati ed un terzo tra due del tipo cilindrico (Fig. 5). Nel secondo caso abbiamo, invece, la serie composta da due cilindrici a destra e tre a “violino” a sinistra (Fig. 6). Nel terzo caso gli idoli compaiono specularmente ai due lati di tre figure sovrapposte raffiguranti certamente pesci (Fig. 7). Tra queste figura quella ormai estremamente famosa, interpretata ora come tonno, ora come delfino. In quest’ultimo caso le rappresentazioni di idoli si collocano rispettivamente tre a destra dei pesci (uno a “violino” e due cilindrici) e due a sinistra (a “violino”).

Fig. 5 - Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 5 – Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 6 - Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 6 – Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 7 - Serie di idoletti dipinti ai bordi di immagini di pesci (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 7 – Serie di idoletti dipinti ai bordi di immagini di pesci (Grotta di Cala del Genovese).

Ciò che vogliamo sottolineare è l’intenzionalità della rappresentazione. Le figure di idoli compaiono per ben tre volte in numero di cinque e sempre con la medesima composizione costituita da tre del tipo a violino” e due cilindrici. Non riusciamo a scorgere un qualche “sistema” nella dislocazione interna alle serie di idoli, tuttavia è probabile che l’accoppiamento tra idoli similari sia stato predominante.

Le immagini di idoli della Grotta di Cala del Genovese non sono, pertanto, casualmente rappresentate, ma nella loro ripetizione numerica e tipologica indicano che si voleva rappresentare qualcosa di reale che potrebbe essere la dotazione liturgica di uno sciamano che ricordava sulle pareti interne della grotta liturgie che praticava altrove con idoli reali. Del resto che in Sicilia nel medesimo periodo siano presenti idoli del tutto identici a quelli raffigurati nella grotta in questione è noto da tempo. Basti pensare ai due idoletti di Camaro dove si ripete (anche se soltanto in una coppia) la medesima variabilità tipologica con la presenza del tipo a “violino” (Fig. 8) e cilindrico (Fig. 9) (Bacci 1997: 295-297).

Fig. 8 - Idoletto a “violino” da Camaro (Messina).

Fig. 8 – Idoletto a “violino” da Camaro (Messina).

Fig. 9 - Idoletto cilindrico da Camaro (Messina).

Fig. 9 – Idoletto cilindrico da Camaro (Messina).

Appare, pertanto, del tutto evidente che i nostri idoletti rappresentati presso la grotta di Levanzo siano il corredo liturgico di un officiante riti di ascendenze estranee all’isola dato che si materializzano in forme (gli idoli) e liturgie (l’uso dell’idolo come elemento di rappresentazione quasi teatrale) di provenienza allogena.

A tal proposito è interessante sottolineare che la differenza formale tra le due tipologie di idoli, cilindrico ed a “violino”, non sia da imputare ad un processo di metamorfosi del medesimo tipo attribuibile all’elemento femminile (Graziosi 1962: 30-31), bensì a due tradizioni e, forse, divinità diverse. L’una, a ”violino”, è di chiara ascendenza egeo-balcanica e rappresenta l’elemento femminile. L’altra, cilindrica, è di chiara ascendenza maltese e potrebbe rappresentare l’elemento maschile.

L’approfondimento tipologico e comparativo potrebbe continuare a lungo citando gli innumerevoli casi di presenza di idoli del tipo descritto, ma a noi interessava puntualizzare questa diversa lettura delle raffigurazioni di Levanzo non soltanto al livello sincronico, ma anche diacronicamente cercando di mettere in evidenza la possibilità di un “uso” diverso delle tante raffigurazioni idoliformi della preistoria siciliana.

Tra le tante statuette in terracotta ve ne sono alcune che, ad una rilettura attenta basata sulle considerazioni suesposte, possono essere con molta probabilità inquadrate come “strumenti” liturgici utilizzati in rappresentazioni sacro-teatrali. In particolare ci sovvengono le statuette castellucciane di Monte San Giuliano o del Redentore presso Caltanissetta che, pur essendo avare di dati contestuali di scavo, tuttavia risultano essere pertinenti un sorta di “ripostiglio” unitario e, pertanto, potrebbero essere anche queste pertinenti il corredo strumentale di uno sciamano che le utilizzava nelle sue performance tra il sacro ed il profano (Fig. 10).

Fig.10 - Statuetta fittile castellucciana da Monte San Giuliano (Caltanissetta).

Fig.10 – Statuetta fittile castellucciana da Monte San Giuliano (Caltanissetta).

Dalla stringata nota di accompagnamento della descrizione delle statuette si evince che esse fossero tutte in uno spazio ristretto tanto da farci pensare ad un vero e proprio contesto unitario simile a quello maltese (Orlandini 1968: 55-59). Lo scavatore pensa ad una struttura sacra dove le statuette erano deposte come ex voto. In effetti oltre ai pezzi interi o quasi se ne raccolsero una ventina frammentari.

Tuttavia il contesto e la constatazione che anche in questo caso troviamo la commistione di statuette femminili e maschili sottolineando la dualità sessuale necessaria nel gioco della rappresentatività parabolare ci fa propendere per il corredo sciamanico.

Analogamente adoperata per rappresentazioni sacro-teatrali è una piccola statuetta rinvenuta nei livelli dell’antica età del Bronzo dell’insediamento di Mursia a Pantelleria (Ardesia et al. 2006). Si tratta di una piccola testina appiattita che dimostra un linguaggio estremamente verista privo di riscontri in Sicilia. E del resto i confronti ricevuti provengono da Malta soprattutto per l’acconciatura caratterizzata da boccoli che incorniciano il volto leggermente sbigottito richiamante le cosiddette baroque ladies (Fig. 11).

Fig. 11 - Testina fittile da Mursia (Pantelleria).

Fig. 11 – Testina fittile da Mursia (Pantelleria).

La testina non è il frammento di un manufatto più organico, ma appare modellata in antico nella conformazione

che ci è pervenuta. Alla base del collo, infatti, non vi è frattura, bensì una superficie appiattita con al centro un piccolo foro dove, probabilmente, andava inserito un bastoncino di legno che serviva per movimentare la piccola testina nelle ignote liturgie sacre per cui era stata realizzata.

Qui vi è un’identità interessante tra fenomenologia liturgica e tipologia dell’oggetto che appaiono entrambi di affinità maltese. Del resto i contatti tra l’insediamento pantesco di Mursia e la facies di Tarxien Cemetery maltese appaiono corroborati anche da altri elementi di affinità soprattutto nel campo della decorazione ceramica.

Sarebbe oltremodo lungo enumerare altri possibili casi di utilizzazione a guisa di burattini o marionette di statuette preistoriche siciliane. Ma l’assenza di contesti precisi ci limita agli esempi ricordati. Tuttavia, al fine di sottolineare come la funzione “teatrale” rappresentativa di siffatti manufatti possa anche travalicare epoche e culture e ripresentarsi in altri contesti, citiamo un ultimo caso di statuetta fittile utilizzata quasi certamente in analoga forma interattiva nell’ambito di liturgie a noi più note poiché di epoca storica.

Siamo in ambiente fenicio-punico, a Mozia, importante colonia fenicia della Sicilia occidentale. Nell’ambito di un corredo funerario della necropoli arcaica ben databile alla seconda metà del VII sec. a.C. grazie alla presenza di vasetti d’importazione proto-corinzi, si rinvenne una piccola statuetta fittile raffigurante una figura femminile poco definita anatomicamente poiché realizzata con un corpo tubolare cavo all’interno su cui protuberanze plastiche ed elementi dipinti in tricromia (rosso, nero e crema del fondo) indicavano attributi corporei ed elementi ornamentali (Fig. 12) (Tusa 1978, tav. XII ).

Fig. 12 - Statuetta askoide fittile dalla necropoli arcaica di Mozia.

Fig. 12 – Statuetta askoide fittile dalla necropoli arcaica di Mozia.

Si tratta, in realtà, di un askos poiché cavo all’interno e realizzato sullo stile della corposa produzione di simili oggetti antropomorfi detta di Bithia, di ascendenza cipriota. La statuetta presentava un foro più grande sul capo e due più piccoli in prossimità dei seni sorretti dalle mani in bassorilievo. I liquidi venivano, pertanto, introdotti dal foro sul capo e fuoriuscivano dai seni sia per pressione di caduta, sia soffiando dal foro principale. L’effetto era di produrre zampilli dai seni dal significato metaforico evidente. La statuetta dovrebbe, infatti, rappresentare la divinità fenicia Astarte che viene spesso raffigurata con i seni sorretti dalle sue mani in atto di dispensare energia.

Immaginiamo, quindi, che anche in terrà ed ambiente fenicio-punico, già influenzato dall’adiacente cultura greca (dove Demetra assume la medesima funzione di dispensatrice di vita attraverso l’allattamento al seno (Fig. 13)), esistesse una religiosità più popolare legata a liturgie sacro-teatrali dove la fertilità fosse invocata anche con rappresentazioni da burattinaio.

Fig. 13 - Statuetta fittile di Demetra che allatta (Selinunte, tempio di Hera matronale in contrada.

Fig. 13 – Statuetta fittile di Demetra che allatta (Selinunte, tempio di Hera matronale in contrada.

Abbiamo voluto puntualizzare l’esistenza di una religiosità basata su una teatralità evidente che sfocia quasi nella farsa da burattino che ha in alcuni oggetti talvolta mal interpretati la sua evidente prova materiale. Religiosità e liturgia teatrale che travalicano i tempi, le culture e i limiti geografici dimostrando l’ovvietà di convergenze fenomeniche attinenti alla sfera sovrastrutturale del pensiero umano che lo rende simile e dialogante anche al di là delle differenze etnico-politiche che, spesso, purtroppo lo lacerano in inutili conflitti.

bibliografia

  • Ardesia V., Cattani M., Marazzi M., Nicoletti F.Secondo M. & Tusa S., 2006 – Gli scavi nell’abitato dell’età del bronzo di Mursia, Pantelleria (TP). Relazione preliminare delle campagne 2001-2005. Rivista di Scienze Preistoriche, LVI: 293-367.
  • Bacci G.M., 1997 – Due idoletti di tipo egeo-cicladico da Camaro Sant’Anna presso Messina. In: Tusa S. (a cura di), Prima Sicilia. Palermo: 295-297.
  • Bonanno A., 2004 – Rituals of life and rituals of death. In: Malta: 271-287.
  • Graziosi P., 1962 – Levanzo. Firenze, 92 pp.
  • Malta – in Renfrew C. (ed.), 2004 – Malta before history, Malta, 440 pp.
  • Monsarrat A., 2004 – The deity. God or Goddess? In: Malta: 289-306.
  • Orlandini P., 1968 – Statuette preistoriche della prima età del bronzo da Caltanissetta. Bollettino d’Arte, 2-3: 55-59.
  • Tusa V., 1978 – Relazione preliminare degli scavi eseguiti a Mozia negli anni 1972, 1973, 1974. In: AA.VV., “La necropoli arcaica e adiacenze”. Mozia IX, Roma: 7-98, tav. XII.

Missione archeologica “Archeologia costiera e Antichi porti della Cirenaica 2011”

Braknota (34-575722Est – 3641544Nord) (7 – 8 dicembre 2011)

7 dicembre 2011

A qualche centinaio di metri a nord-ovest dei due pittoreschi laghetti situati in altrettanto attraenti doline, vi è un piccolo promontorio che si protende nel mare creando una piccola insenatura sul suo lato orientale dotata di ampia spiaggia sabbiosa.

Sull’estremità del promontorio, in posizione leggermente elevata rispetto al resto del territorio, si trovano i resti di un impianto legato alla trasformazione dei prodotti agricoli, quasi certamente olive per ricavarne olio. Nella parte più alta ed estrema del promontorio si trovano i resti di una struttura rettangolare costituita da blocchi regolari (m 1,10-1,20 x 0,55 x 0,27). Le dimensioni della struttura sono: m 14,60 x 16 con il lato lungo parallelo al mare in direzione est-ovest. All’Interno la struttura appare ripartita in tre grandi ambienti longitudinali. È probabile che vi siano anche altre ripartizioni non identificabili poiché sotto uno spesso sedimento sabbioso che ricopre la parte centrale di tale struttura.

A sud dell’edificio summenzionato, sulla roccia visibilmente spianata in riva al mare, si nota un frammento di muro parallelo alla struttura (est – ovest) ortogonale ad un altro a sud di cui restano pochi blocchi. Entrambi sono conservati per una sola assise.

A est di questo vano parziale, già in acqua, si nota una grande vasca rettangolare perfettamente intagliata il cui lato settentrionale è in linea con il muro summenzionato.

La fondazione della struttura principale è alquanto regolare con la prima assise di blocchi direttamente impostata sulla roccia parzialmente livellata.

Laddove non lo era si procedeva al livellamento mediante l’inserzione di blocchetti informi e zeppe in pietra. La parte più visibile è quella occidentale poiché le altre risultano coperte da sedimento e crolli. La parte meridionale è, inoltre, parzialmente lambita dal mare. La parte orientale è la più danneggiata, mentre quella settentrionale appare coperta da vistosi crolli. Era dentro questa struttura che doveva essere effettuata la prima molitura.

A nord-est della struttura rettangolare si trova un’area di cava delle dimensioni di m 9,40 x 6. L’area appare intagliata per una profondità di ca. m 0,50. All’interno tracce d’intaglio di un grande blocco rettangolare delle dimensioni di m 2,10 x 0,80 x 0,60 che troviamo nell’altro vano intagliato nelle vicinanze a nord-ovest come pietra da pressa con due fori a sezione quadrangolare distali. Oltre al grande blocco si notano le tracce di distacco di almeno sette macine circolari dal diametro oscillante tra ca. m 1,30 / 0,80,

A nord di tale area di cava si nota un’altra area d’intaglio con spazi quadrangolari che si collegano ad una vasca circolare. È probabile che sia questa l’area ove avvenisse la pressatura del prodotto.

Ancora a nord la superficie della roccia è occupata da piccole vaschette distanziate tra loro del diametro oscillante tra i m 0,20 e 0,80 . Una grande vasca quadrangolare dal lato di m 2,30 si trova ancora a nord sul ciglio della falesia che scende dolcemente verso il mare.

A nord-est della struttura rettangolare costruita si trovano altre vasche tra cui ne spicca una dal contorno a ferro di cavallo irregolare ampia al massimo diametro m 2,90. Nell’area che degrada verso est vi sono intagli più o meno profondi circolari e rettangolari.

Gli intagli rettangolari più grandi presentano medesime dimensioni e sono da riferire alla produzione di grandi blocchi (m 1,30 x 0,70 x 0,50). Tali blocchi (all’incirca una quindicina – il numero esatto è impossibile da determinare poiché alcuni sono molto erosi e frammentari), sono adagiati disordinatamente sulla superficie della roccia ai bordi dell’intaglio a nord dell’area di cava della pietra da pressa e delle macine circolari.

A nord della struttura costruita si trova un ambiente intagliato nella roccia pseudo quadrangolare con un lato modanato curvilineo. Tale vano misura m 4,60 x 4,40. In tale vano si trova il grande blocco da pressa a due fori cavato nell’adiacente cava.

È molto probabile che dalla superficie circostante colasse il prodotto (olio) nelle vasche circolari intonacate con coccio pesto o quadrangolari che servivano per farlo decantare. Da questi contenitori laterali il prodotto decantato colava nella vasca centrale.

Il grande vano rettangolare rilevato era adibito a magazzino per contenere i grandi dolia costruiti in situ per contenere il prodotto. Erano in numero di 23 simmetricamente posti. Al centro un pilastro lasciato nel corso dell’intaglio del grande vano serviva verosimilmente a sostenere il tetto. Sull’angolo sudorientale è lasciato un grande ed alto gradino che permetteva l’accesso all’ambiente semi-ipogeico ove erano conservati i dolia per l’olio.

8 dicembre 2011

Continuiamo il rilievo e la ricognizione.

Immediatamente a ovest del promontorio, a circa m 150 dalla struttura produttiva, si trova un rilievo più alto del promontorio, sulla cui sommità vi sono intagli di cava. Data la metrica simile ai blocchi della struttura costruita sul promontorio è probabile che anche qui abbiano estratto i blocchi per la sua costruzione.

Le aree di cava sono due. Quella sulla sommità è più superficiale (l’intaglio incide per una profondità media di ca. 20/30 cm) ed ha un perimetro pressoché rettangolare (m 15 x 20 ca.). Un’altra adiacente, più profonda (m 1 ca.) a nord sul pendio verso il mare ed ha un’estensione simile alla prima, ma con andamento perimetrale irregolare.

Ancora più ad ovest, a circa m 200, vi è un’altra collinetta alta quanto la prima. Sulla sua sommità vi è anche qui una vasta cava profonda oltre un metro con visibili tracce d’intaglio, soprattutto sul fianco occidentale. La cava interessa tutta la sommità della collina. La metrica dei blocchi intagliati indica la pertinenza della cava ad un edificio diverso dalla struttura produttiva summenzionata. Da questa cava si estraevano, infatti, blocchi di dimensione ridotta (m 0,40 x 0,20 x 0,20 ca.).

Sul pendio meridionale della collinetta, a breve distanza (m 50 ca.) si trova un areale con industria litica in selce di piccola dimensione. (34-574682 est/3642287 nord).

Tale industria è costituita da piccoli strumenti in selce che potrebbero ascriversi ad una facies databile al paleolitico superiore. Sono presenti punte, raschiatoi, grattatoi e bulini, oltre a numerosi nuclei. Presente anche un raschiatoio discoidale attribuibile alla tipologia ateriana.

A circa m 500 a sud del promontorio si trova un vasto areale caratterizzato dalla presenza di numerosi blocchi delle consuete dimensioni pressoché omogenee (m 1,40 x 0,70 x 0,40) talvolta arrangiati malamente in epoca recente. Si notano al suolo allineamenti originari appena emergenti. Abbondanti blocchi isodomi sparsi nella zona indicano la presenza di strutture da mettere in relazione con l’impianto per la produzione olearia.

Nella stessa area vi è una notevole abbondanza di ceramiche frammentarie quasi interamente da mensa con qualche frammento a vernice nera. La ceramica si colloca fra l’età ellenistica e romana. La presenza di abbondante ceramica indicherebbe che quest’area, a differenza di quella pertinente la struttura produttiva dove è pressoché assente, fosse adibita alla residenza degli addetti alla produzione.

A poca distanza vi sono le tracce di una canaletta in pietra dell’ampiezza di m 0,40 con spallette regolari dello spessore di m 0,10. È probabile che tale condotta sia in relazione al pozzo che si trova nelle vicinanze. Una noria doveva sollevare l’acqua per poi incanalarla. È probabile che servisse non soltanto per gli usi dell’area residenziale, ma anche per quella produttiva sul promontorio. È noto, infatti, che l’acqua fosse indispensabile nel processo produttivo oleario.

Nella medesima area si trova il pozzo summenzionato ovale scavato nella roccia con le pareti regolarizzate con blocchi isodomi nella parte superiore. Si tratta di un pozzo di captazione di una sorgente sotterranea la cui acqua defluiva e affluiva attraverso un ampio ingrottamento sul fianco settentrionale.

Oggi il pozzo è asciutto probabilmente anche per effetto degli sconvolgimenti sismici che l’area dovette subire soprattutto nel V secolo d.C.

Percorrendo la spiaggia sabbiosa, in prossimità della struttura costruita sul promontorio, a breve distanza da quest’ultima (m 150 ca. verso sud), compare la roccia tra la sabbia. Sulla roccia e sulla sabbia si notano numerosi blocchi disordinatamente posti sia in prossimità del mare che sulla spiaggia retrostante. Alcuni blocchi s’intravedono anche in mare. La presenza di blocchi delle consuete dimensioni continua fino a lambire la struttura produttiva sul promontorio nel suo fianco meridionale.

Braknota 2 (8 dicembre 2011)

Ad un paio di km a ovest di Braknota, su una lieve altura nei pressi del mare, vi sono i resti di una struttura di notevoli dimensioni costituita da blocchi isodomi di dimensioni identiche a quelli della struttura produttiva di Braknota. La struttura parrebbe avere un perimetro rettangolare con ripartizioni interne non identificabili per i crolli e per il sedimento sabbioso di copertura.

Sulla sommità, all’interno della struttura, si trovano due pozzetti adiacenti del diametro di ca. m 1 costruiti in maniera molto regolare con pietrame a secco modanato ed accuratamente impostato. A ovest della struttura vi è la cava di estrazione dei blocchi per la costruzione. Ceramica frammentaria di epoca romana con alcuni frammenti a vernice nera ed altri decorati ad incisione a pettine lineare o ondulata.

A breve distanza di ca. m 200 ad ovest presenza di industria sporadica attribuibile al paleolitico inferiore/medio. Nella medesima area si identifica una tomba a fossa scavata accuratamente nella roccia con una fascia sottomessa perimetrale parallela al bordo per l’alloggiamento della/e lastra di copertura. Le pareti interne si allargano verso il basso. È orientata in senso est – ovest. Misura m 1,86 x 0,50.

Ras Aemer (8 dicembre 2011)

34-570353est/3643821 nord

 A circa km 5 ad ovest di Braknota, sul fianco sinistro di uno wadi che termina presso una piccola spiaggia sassosa, si trova un vasto insediamento che denominiamo Ras Aemer dal nome del santone sepolto nell’adiacente marabut.

L’insediamento è molto vasto e si estende su una vasta spianata che scende dolcemente verso il mare. Si può stimare un’estensione dell’insediamento, a giudicare dalla presenza di ingenti cumuli di pietrame prodotto dal crollo delle strutture litiche, dai brandelli di muri a doppio paramento visibili e dalla dispersione di abbondante ceramica frammentaria, di circa 6 ettari. Le strutture edilizie dell’insediamento sono presenti anche in basso sul bordo del wadi, al livello del suo letto di scorrimento. Si presume che tutto il pendio sia interessato da strutture a giudicare dalla presenza di muri affioranti. La ceramica presenta le decorazioni ad incisione a pettine orizzontale ed ondulata. Sono presenti anche ceramiche grigie buccheroidi e a vernice nera.

Ciò che colpisce di questo insediamento e la grande struttura quadrangolare che si trova alla sua estremità settentrionale, sul bordo del mare laddove inizia la ripida falesia costiera. Si tratta di una grande struttura dal perimetro perfettamente quadrato, con lato di m 30,50, che si protende sul mare (blocchi: m 0,80 x 0,45 x 0,27 – 1,10 x 0,50; larghezza muro m 0,50). Si tratta di una struttura quadrilatera con i lati orientati perfettamente in direzione nord-sud ed est-ovest. La struttura doveva avere una ripartizione interna oggi indefinibile a causa dei molteplici crolli. La base della struttura si presenta, nella sua porzione più meridionale, costituita da uno spiccato obliquo a profilo convesso costruito da pietre di piccola dimensione. Nella porzione più prospiciente il mare la sua struttura è più regolare e non è presente alcuna base obliqua. Parrebbe che si tratti di una porzione aggiunta. Ma tale ipotesi contrasta con il carattere unitario della struttura. La struttura si trova presso l’estremità settentrionale del vasto insediamento che si estende verso l’interno per oltre m 800 verso sud.

Interessante è la presenza, sulla ripida falesia che scende verso il mare a nord-est della grande struttura quadrata, di una struttura intagliata nella roccia che può interpretarsi come peschiera. Si tratta di una grande vasca quadrangolare intagliata nella roccia al livello del mare collegata mediante uno stretto e corto corridoio con un ambiente profondamente scavato nella falesia fino a raggiungere il livello del mare. All’interno di questo vano vi sono due ripartizioni. È verosimile che la peschiera all’esterno fosse collegata al vano interno mediante il corridoio che poteva essere chiuso per le esigenze dell’allevamento. La vasca esterna era raggiungibile dalla falesia attraverso una stretta scala intagliata nella roccia.

Poco lontano, proprio a nord del fronte settentrionale della grande struttura quadrangolare, si trova una struttura ipogeica intagliata nella roccia costituita da più camere quadrangolari comunicanti tra loro ed all’esterno mediante due ingressi. Lo sviluppo interno della struttura è indefinibile per la presenza di abbondante pietrame. Nei pressi di tale struttura ipogeica si trova una piccola cava superficiale con tracce di distacco di blocchi da m 1,10 x 0,55.

Dall’altro lato del wadi (fianco destro) doveva trovarsi una piccola necropoli di tombe a camera scavate nella roccia cui si accedeva da vestiboli dal perimetro quadrangolare. Se ne identifica una violata.

 

Hanyeh (9 dicembre 2011)

Estremità orientale del golfo di Hanyeh

Sulla spianata rocciosa che costituisce il limite orientale del golfo di Hanyeh, chiudendolo parzialmente poiché si protende sul mare, si trovano numerose tracce insediamentali fortemente erose dal mare data la limitata elevazione sul livello del mare. Oltre a numerosi intagli prodotti per l’estrazione di blocchi di varia dimensione si trovano i resti di una grande struttura quadrangolare di grandi dimensioni.

Il lato conservato presenta ancora in situ la prima assise di blocchi di lunghezza variabile e di larghezza costante di m 0,63 – 0,78. Il lato riconoscibile misura m 48,85 con direzione nord-ovest/sud-est. Il muro è conservato per ca. i 2/3 ma si individua il lato nella sua interezza grazie all’intaglio del piano di posa. La base del muro era protetta da un corpo avanzato, costituito da blocchetti di ridotte dimensioni omogenei squadrati, dalla facciavista obliqua e convessa (simile a quanto riscontrato in analoghe strutture ad Ougla e Ras Aemer). Purtroppo gli altri lati dell’edificio sono scomparsi tranne che per un breve tratto ortogonale al primo. Doveva trattarsi di una struttura funzionale al controllo dell’area a difesa dell’insediamento abitato che si trova a poche centinaia di metri a sud-ovest. Era  probabilmente anche sede di un faro cisterna pentalobato con le pareti foderate in cocciopesto su sottofondo di malta di allettamento (3,75×5,40) a ovest dell’edificio principale. Nei pressi della cisterna, a ca. m 8 ad ovest si trova un pozzetto circolare dal diametro di m 1,25.

 

Ad ovest della struttura principale, sul bordo del mare, si trova una piccola struttura termale interamente intagliata nella roccia, costituita da una piscina rettangolare parallela alla costa da cui si accedeva a tre ambienti quadrangolari interni separati da setti di roccia.

Sul fianco settentrionale della piscina era ricavato un piccolo spazio semicircolare mediante balaustre curvilinee con bordo superiore arrotondato.

Dall’ambiente più settentrionale si accedeva ad un piccolo ambiente quadrangolare adibito a calidarium (m 1,60 x 2,20). Le tre pareti oltre quella d’ingresso erano dotate di intercapedine per il passaggio dell’aria calda attraverso tubuli rettangolari (cm 27 x 11). Sull’intercapedine era addossato un setto in pietra e cocciopesto. Anche il pavimento era in cocciopesto e rialzato rispetto agli altri vani. All’ambiente centrale a più camere si accedeva anche attraverso piccoli vani laterali dotati di scale intagliate.

Insediamento principale

34-547862est/3633297nord

Sul bordo orientale della baia di Hanyeh si trova un vasto insediamento di cui si legge agevolmente la stratigrafia sulla lunga parete erosa in prossimità della costa. Dalla sezione si evince che la fase più antica sia da attribuire ad epoca arcaica. Sono presenti frammenti di varia tipologia pertinenti ceramica a figure e vernice nera. A questa fase sono da attribuire ambienti di cui si notano muri isodomi e ben intonacati conservati notevolmente in altezza.

Al di sopra la fase romana con ceramiche incise a pettine e abbondante presenza di marmi di varia qualità e provenienza.

Si è effettuata anche una breve ricognizione subacquea nelle acque del golfo. La forte corrente e le condizioni avverse del mare non hanno permesso una completa analisi dei fondali. Tuttavia è stato possibile individuare una macina litica rettangolare con un foro distale, un frammento di piccola colonna in marmo bianco ( ca. m 1 di lunghezza e m 0,30 ca. di diametro) ed alcuni frammenti di marmo lavorato. Durante la ricognizione subacquea sono stati identificati anche alcuni blocchi in pietra squadrati. Allineamenti di blocchi pertinenti alcuni muri ortogonali alla costa si notano anche dalla battigia. Potrebbero essere pertinenti a scali di alaggio di un piccolo arsenale.

La vasta spianata rocciosa al pelo dell’acqua sul fianco occidentale della baia appare attraversato da un canale intagliato lungo ca. m 50 e largo 3/4. Era stato scavato in antico per evitare l’insabbiamento della baia che costituisce ottimo ricovero anche in condizioni di mare avverso grazie all’ampiezza del suo ingresso ed alla protezione dei due fianchi  rocciosi orientale ed occidentale che determinano condizioni di relativa calma all’interno.

Appunti di viaggio. Libia 2011

Un giovane, poco più che ragazzo, dai neri e fluenti capelli, in tuta mimetica, con mitra in mano, sbuca dal castello di containers che, a guisa di arco di trionfo, sbarrava la nostra strada verso Bengasi. Siamo già in vista di Ras Lanuf, luogo fino a qualche mese fa di sanguinosi combattimenti tra le forze del regime di Gheddafi ed i ribelli in avanzata da Bengasi verso Tripoli. Ci intima l’alt. Con atteggiamento da veterano chiede informazioni al nostro autista su di noi, sulla nostra destinazione e professione. L’inesperienza della sua giovane età traspare attraverso gli occhi curiosi del fanciullo anche se ormai provato dall’aver, in pochi mesi dall’inizio della rivoluzione, acquisito la brutale esperienza del combattente. Dignità ed orgoglio emanano i suoi occhi neri e penetranti che ci vogliono far capire in pochi attimi che se una nuova libera e democratica Libia sorgerà e anche merito suo e della sua rischiosa gioventù forgiata sulle strade lambite di carcasse di auto e blindati e sulle facciate delle case crivellate di colpi di mitraglia. Siamo Italiani e questo lo tranquillizza animando un timido sorriso sul suo volto annerito dall’acerba barba incolta.

L’incontro con il giovanissimo miliziano che ci ha fermato nei pressi di Ras Lanuf si ripete con poche varianti ogni trenta chilometri circa. Gruppi di giovanissimi armati pattugliano strade ed edifici. Sono i veterani della rivoluzione che ancora detengono armamento leggero ma pericoloso. Sono coloro che hanno combattuto contro i regolari ed i mercenari di Gheddafi che, con il decisivo aiuto della Nato, hanno debellato il tiranno ed il suo apparato oppressivo. Sono coloro che presto, se il decorso post-rivoluzionario non subirà battute di arresto, deporranno le armi e troveranno la loro collocazione nell’apparato pubblico.

Sogni, illusioni? Forse, ma e certo che l’immagine di questi giovani che, in quanto unici a non essere compromessi con il passato regime, hanno imbracciato le armi per deporre il tiranno e sognare una nuova Libia “di tutti” ci impressiona positivamente. Si, non parlano di Libia democratica, ma di Libia “di tutti”. E’ comprensibile che ciò accada poiché loro non sanno cosa sia la democrazia, ma sanno cosa significa il monopolio su tutto di una famiglia e del suo ristretto gruppo di potere. La Libia di ieri era dominata da quel gruppo che agiva e controllava tutti i settori della vita e delle attività di ogni tipo.

Mustapha Turjiman, l’addetto ai rapporti internazionali del Dipartimento delle Antichità, ci dice, con senso di liberazione, che adesso non dovrà più spiegare all’opprimente apparato della “sicurezza” perché ogni singolo archeologo di altre nazioni volesse realmente entrare in Libia per esercitare in questo interessantissimo paese il suo mestiere. La loro ignoranza ed arroganza era tale che non credevano all’interesse scientifico. Adesso Mustapha si sente libero poiché, almeno fino adesso, non dovrà spiegare più a loschi figuri, improvvisati poliziotti, le singole aspirazioni di ogni ricercatore che intende condurre le sue ricerche nel paese.

Un diffuso senso di liberta attraversa il paese. Vecchi, giovani e meno giovani si sentono liberi di decidere del loro futuro in un paese che adesso sentono proprio e non del tiranno.

Lo scetticismo di chi conosce la storia ed i suoi pericolosi corsi e ricorsi fatti di entusiasmanti fughe in avanti e di tragiche e terribili restaurazioni è d’obbligo. Sorge spontaneo il dubbio che l’entusiasmo ed il sacrificio degli “shabab” venga strumentalizzato dai furbi che in ogni rivoluzione si intrufolano come sempre avviene sfruttando la buonafede dei più. Di trasformismi ne abbiamo visti molteplici dopo il nostro 8 settembre e sappiamo che ce ne sono anche dopo l’8 settembre libico. Sapranno gli shabab della nuova Libia vigilare estromettendo i furbi e facendosi guidare dai saggi? C’è il rischio della deriva integralista che già si affaccia minaccioso nelle dichiarazioni di fedeltà alla sharia fatte dai governanti provvisori del Transitional National Council. Possono essere dichiarazioni diplomaticamente rese per non alienarsi i favori del clero e delle fasce più tradizionali della popolazione, soprattutto, della Cirenaica. Può anche essere un richiamo alla tradizione ed alla storia del paese necessario per realizzare quelle salde fondamenta su cui costruire il futuro del paese. Certo il rischio della deriva fondamentalista persiste in Libia, come negli altri paesi attraversati dalla “primavera araba”. Così come persiste il rischio che il paese si avviti nella spirale autodistruttiva delle innumerevoli faide tra tribù e delle vendette dei singoli. Già adesso il nostro sonno di Tripoli e stato spesso interrotto da sinistre mitragliate conseguenza di quegli inevitabili regolamenti di conti che seguono ad ogni cambiamento di regime in maniera più o meno violenta. Con dignità rispettabile ci si dice che siano gli spari di gioia che solitamente accompagnano i matrimoni musulmani, ma sappiamo che così non é.

La speranza è che le vendette cessino al più presto e che l’esempio di spassionato ed eroico sacrificio degli shabab, ancorché talvolta eccessivamente viziato da giovanile esaltazione, induca chi governerà la nuova Libia ad anteporre l’interesse collettivo a quello individuale come non è avvenuto negli oltre quarant’anni di regime dittatoriale gheddafiano. Del resto e tanto ricca la Libia di risorse che la limitata popolazione opportunamente governata potrebbe vivere agiatamente innescando un sano ed oculato processo di sviluppo nel rispetto della tradizione, dell’integrità e dell’autonomia del paese. In quest’ottica l’Italia, e la Sicilia in particolare, possono giocare un ruolo determinante, in virtù della secolare contiguità storica, culturale ed etnica, ma anche grazie alla simpatia della quale ancora godiamo malgrado qualche governante del passato, ma anche del presente, abbia fatto di tutto per distruggere tale positivo rapporto. Forse il fantasma buono di Balbo ci assiste ancora!!

 

Sebastiano Tusa

Crisi dei Beni Culturali

Considerazioni sull’attuale crisi nella gestione del patrimonio culturale in Sicilia e nel territorio nazionale

E’ fuori di ogni ragionevole dubbio che il settore dei BB CC viva oggi un momento di grave crisi in Italia ed in Sicilia. Le cause di tale disagio sono molteplici e sarebbe lungo analizzarle con attenzione. Cercherò di farlo succintamente e con l’intento principale di offrire una base di discussione e, soprattutto, propositiva. Basti pensare ad un dato fondamentale costituito dalla contraddizione tra il numero crescente di utenti da un lato (al di la di lievi flessioni in questi tempi di crisi) e la diminuzione di risorse e personale dall’altro. Ma anche la cronica assenza di pianificazione connaturata al sistema Italia attraversato da una delle più vivaci ed endemiche instabilità politiche (continui mutamenti di governo e dei vertici istituzionali del settore) contribuisce a lasciare questo, come altri settori della vita civile del Paese, in una situazione che talvolta è di stallo, talaltra di netta crisi, ed in molti casi di eccellenza basata sull’abnegazione ed il sacrificio di pochi.
Non è mia volontà indugiare nell’analisi dello stato di malattia del settore ma, piuttosto, individuare alcuni elementi di crisi e avanzare alcune possibili soluzioni nella convinzione che sia difficile ormai affrontare il problema in una prospettiva di riforma globale. Del resto basta guardare alla storia di questo settore. Non sono state, infatti, le grandi inchieste parlamentari (dalla Franceschini alla Papaldo etc.), preludio di altrettante epocali riforme, peraltro mai avute, a risolvere i problemi dei beni culturali, quanto alcuni interventi puntuali che, nel bene e nel male, hanno prodotto vistosi mutamenti strutturali (ancorché parziali) come la ben nota Legge Ronchey che ha rivoluzionato il settore dei cd servizi aggiuntivi.
In Sicilia la situazione è stata per certi versi migliore di quella nazionale per due motivi fondamentali. Da un lato rivendichiamo l’ancora validissima carica innovativa delle leggi di settore 80 e 116 che, tra l’altro, sanciscono il principio sempre più ecumenicamente inoppugnabile dell’interdisciplinarietà. Dall’altro le risorse aggiuntive di origine europea (POR) che negli ultimi anni hanno surrettiziamente colmato le lacune strutturali del settore.
Ormai anche in Sicilia la situazione inizia a diventare sempre più difficile soprattutto per due motivi fondamentali. Da un lato vi è la pesante e continua diminuzione delle risorse disponibili con l’avvicinarsi della fine dell’erogazione europea e dall’altra la grave situazione d’instabilità ed assenza di linee programmatiche certe che si protrae ormai da anni dovuta non soltanto all’altissima mortalità dei governi regionali, ma anche ad una carenza di fondo dei vertici assessoriali sia politici che amministrativi rivelatisi sempre più incapaci ed inadatti ai compiti assegnati. Sarebbe lungo l’elenco delle mancanze ormai quasi endemicamente presenti nel settore dei BB CC regionali. Basti citare la deficitaria utilizzazione dei fondi europei che non solo sono stati spesi parzialmente e senza una pianificazione unitaria e integrata (POR 2000 – 2006), ma che, nella programmazione attuale 2007 – 2013 sono ancora non spesi a distanza di oltre tre anni dall’inizio dell’attuale ciclo. Il risultato di questa grave colpa degli amministratori sarà una spesa affrettata e, conseguentemente, inefficace e, spesso, superficiale e poco incisiva ai fini dello sviluppo.
Le cause di tale situazione sono tutte da ricercare nell’assoluta incapacità dimostrata dai vertici politici e amministrativi della Regione Siciliana e di quelli del settore specifico dei BB CC avvicendatisi negli ultimi anni. Questa è una verità dimostrabile attraverso una pluralità di atti e comportamenti che hanno lasciato segni indelebili nella triste storia degli ultimi anni. Respingo con assoluta convinzione quanto da varie parti politiche si prospetta addossando la responsabilità di questo stato deficitario del settore alla struttura stessa di gestione dei BB CC ed ancor di più agli organici dirigenziali intermedi ed al comparto. E’ utile, a questo punto, allargare i nostri orizzonti ed inquadrare il malessere e le tendenze di pseudo rinnovamento del settore che si agitano da più parti, ad un contesto nazionale ed anche internazionale. La tenenza, infatti, ad addossare la colpa delle nefandezze del settore BB CC alla struttura stessa è un esercizio che al livello nazionale si agita ormai da qualche anno.
E’ ormai diffusa la tendenza a ritenere che la risoluzione dei problemi del settore dei BB CC stia nella marginalizzazione delle strutture tradizionali a vantaggio di commissariamenti e intervento privato. Tale superficiale diagnosi, a giudicare dai risultati dell’ormai pluriennale esperienza nazionale praticata nell’ambito dell’attività del MIBAC, risulta non solo errata ma estremamente pericolosa poiché foriera di gravissimi disastri. La tendenza al commissariamento e all’affidamento ai privati di alcuni settori della gestione del BB CC, iniziata nell’ambito dei governi di centro.-sinistra (ministeri Veltroni e Melandri), si è dimostrata assolutamente fallimentare a giudicare dal continuo peggioramento della situazione. Ed anche quei luoghi dove tale pratica si è applicata con maggiore frequenza i disastri sono sotto gli occhi di tutti. Basti pensare all’endemica situazione di crisi a Pompei ed al recentissimo crollo nella Domus Aurea da tempo commissariata. E non dobbiamo dimenticare che anche l’esperienza dei cd servizi aggiuntivi si è rivelata disastrosa, a parte qualche rare eccezioni come i Musei Capitolini. Infine che l’esperienza dell’esautoramento delle Soprintendenze a vantaggio di privati e commissari si sia rivelata un disastro economico e per l’incolumità e la salvaguardia del nostro patrimonio lo si percepisce dal fatto che molte di queste esperienze extraistituzionali sono finite sotto inchiesta della magistratura che ne sta mettendo in luce illegittimità, malaffare, inutilità e spreco.
E’ veramente singolare come l’Italia, che ha creato la più rigorosa ed efficace legge di settore (la gloriosa 1089/1939) ed ha istituito l’organo di tutela e ricerca più prestigioso che il pianeta abbia mai ideato per la gestione del patrimonio culturale : la Soprintendenza, abbia così caparbiamente e stupidamente intrapreso la fallimentare strada dello smantellamento delle proprie istituzioni pubbliche a vantaggio di sistemi surrettizi (commissariamenti) e alienazioni di competenze (intervento privato) in maniera di gran lunga più ampia e selvaggia di quanto hanno fatto paesi in cui il liberismo ha un peso molto maggiore. Basti guardare alla Gran Bretagna ed agli Stati Uniti, due paesi con una forte impronta liberista, dove simili eccessi non esistono. Com’è noto in Inghilterra il National Heritage continua ad avere il suo forte ruolo di controllo ed il privato è intrinsecamente coinvolto nella gestione del patrimonio culturale attraverso i Trustees che rappresentano una forma collettiva di privatizzazione assolutamente diversa da ciò che s’intende in Italia per privatizzazione. E’ singolare come nel paese-patria dell’hamburger – gli Stati Uniti – la Mc Donald non abbia avuto nessun peso nella gestione dei BB CC ed invece in Italia – paese tradizionalmente statalista – sia stato chiamato uno dei manager dell’immagine del cheeseburger per curare i nostri BB CC!
Ma ciò che scandalizza e preoccupa maggiormente è il disegno errato che sta alle spalle della tendenza all’alienazione e all’esautoramento dei pubblici poteri (soprintendenze e direzioni di musei). Tale disegno è semplicissimo ed è sotto gli occhi di tutti. Esso consiste nel ridurre progressivamente, con la scusa della crisi, i capitoli del bilancio dei BB CC costringendo le soprintendenze a ridurre, di conseguenza, la loro attività di normale tutela e gestione dei beni sottoposti alla loro competenza. Si badi bene, tale diminuzione rilevante non riguarda solo i capitoli sui quali si potrebbe fare economia in tempi di vacche magre, come quello relativo allo scavo archeologico o alle mostre, ma si riduce anche la spesa di manutenzione ordinaria delle aree archeologiche e dei musei e del relativo personale che le dovrebbe custodire. Si riduce o annulla la spesa per le pubblicazioni uccidendo la cosa più importante che regge il settore: la memoria. Si fa tutto ciò per poi poter affermare che le “soprintendenze non funzionano” e che c’è bisogno di commissari salva-tutto e dei privati che con la loro efficienza mettono a posto tutto. Tutto ciò, come dicevo, è contraddetto dall’evidenza e dai fatti degli ultimi anni. Al contrario, c’è unanime consenso negli ambienti della cultura nazionale e internazionale sulla costatazione che se l’Italia continua, nonostante i tanti scempi e delitti perpetrati ai danni del suo patrimonio archeologico, storico, culturale e paesaggistico, a essere il “Bel Paese”, ciò è il frutto, quasi esclusivo, dell’attività di tutela delle soprintendenze che hanno controllato al meglio il territorio grazie alla professionalità e, soprattutto, all’abnegazione dei propri addetti a tutti i livelli che, nonostante le immense difficoltà, hanno continuato a operare con spiccato senso civico e attaccamento al dovere.
Un altro grave attentato al nostro patrimonio culturale viene dalla disinvoltura con la quale vengono spesso emanate norme, circolari e leggi prive di quella necessaria analisi propedeutica e, soprattutto, del concorso di competenze tra esperti di vari settori. Negli ultimi anni, purtroppo, non risulta che archeologi, storici dell’arte e dell’architettura, antropologi, paesaggisti, conservatori ed altri specialisti di settore siano stati chiamati a contribuire alla stesura di norme, circolari e leggi. Si sono chiamati consulenti esterni privi di alcun curriculum inerente il settore dei BB CC che hanno, conseguentemente, partorito prodotti assolutamente discutibili. Che forse all’interno del settore dei BB CC nazionale e regionale non ci siano quelle competenze, anzi eccellenze, tali da poter contribuire (a costo zero) alla stesura di norme destinate ad innovare seriamente il settore e renderlo più adeguato alla realtà odierna? Certamente si! E siamo sicuri che se si procedesse in tal senso (come del resto si procedeva in passato) la situazione migliorerebbe sensibilmente poiché soltanto chi ha l’esperienza sommata alla competenza del settore, può avere le idee chiare sui necessari aggiustamenti finalizzati a rendere la macchina dei BB CC più agile ed efficace.
A proposito dell’intervento dei privati nella gestione dei BB CC non ritengo che ciò sia negativo. Anzi è un intervento da auspicare e stimolare sia per realizzare economie di scala che per ottimizzare e rendere più efficiente la gestione. Ma è evidente che la regia di questo intervento deve rimanere pubblica ed in mano ai professionisti del settore non a “manager” prelevati da ambiti diversi che nulla hanno mai avuto in comune con i BB CC. L’esperienza del manager a Pompei è stata fallimentare, così come quella di altre situazioni nazionali. Pertanto sono convinto che sia la gestione mista pubblico-privato con il sistema dell’affidamento “in – house” a poter proporsi poiché è quello che ha dato risultati molto positivi nella gestione dell’immenso e fitto tessuto dei BB CC comunali e provinciali dell’Italia centro-settentrionale, a patto che non si tramuti in ulteriore strumento per la creazione di “carrozzoni” per soddisfare le “necessità” del sottogoverno. In altre parole il sistema della gestione mista pubblico-privato può funzionare soltanto se si garantiscono la professionalità, l’economicità e il beneficio sociale.
E’ questo un altro punto su cui si deve essere veramente chiari e decisi. I BB CC non possono fare budget direttamente. E’ assolutamente errato basare qualifiche e graduatorie dei BB CC sulla base di quanti biglietti e visitatori realizzano. L’Italia è unica al mondo non soltanto per gli Uffizi, Pompei e la Cappella Sistina, ma soprattutto per quella trama splendida di piccole, medie e grandi mete culturali e storiche diffuse nel territorio che ne fanno un vero e proprio originale ed inimitabile “museo diffuso”. Guai a colpire con la mannaia i “rami secchi” di questo settore sol perché non fanno cassetta. La conseguenza sarebbe la desertificazione culturale del nostro territorio. Al contrario vanno incoraggiate la nascita e la crescita delle strutture capillari del godimento e della divulgazione del nostro immenso patrimonio sommerso che è nostro compito fare emergere, non affondare in nome di una falsa economicità. Per non parlare del valore sociale di un piccolo museo o di una biblioteca o di una zona archeologica che nasce e vive in un piccolo sperduto centro abitato nel cuore della Sicilia più disastrata dall’emigrazione, dal sottosviluppo e dall’emarginazione soprattutto giovanile. Non dobbiamo chiudere queste realtà locali perché non “rendono”, anzi le dobbiamo incentivare perché soltanto accrescendo le occasioni di aggregazione culturale lavoreremo seriamente per il riscatto e lo sviluppo della nostra terra.
Certamente tutto ciò non significa spreco poichè una razionalizzazione dei sistemi di gestione è assolutamente necessaria. Anche qui il confronto con le professionalità del settore potrà aiutare a trovare quelle soluzioni necessarie per tenere aperti i presidi culturali diffusi e non accrescere la spesa. Basti pensare al ruolo immenso che il volontariato può e deve svolgere abbandonando il carattere di cenacolo culturale salottiero integrandosi con il sistema della gestione dei BB CC. Ed anche i privati possono fare la loro parte addossandosi il carico della gestione di tali presidi culturali sperduti in cambio della visibilità commerciale della loro produzione anche all’interno di tali presidi.
I BB CC non danno introiti immediati, ma nell’indotto territoriale che si crea intervenendo anche nelle politiche dei trasporti e della ricettività agevolando la visita. Lo danno se si interviene correttamente nella comunicazione che va affidata anch’essa non ad improvvisati ed ignoranti “guru” della pubblicità, ma ad una corretta collaborazione tra professionisti dei BB CC che garantiscono i contenuti e specialisti della comunicazione che ne trasferiscono i messaggi in una dimensione comprensibile al livello di massa.
In sintesi credo che l’azione dei nostri vertici politici e amministrativi debba principalmente volgersi alla valorizzazione delle immense professionalità che ancora esistono nel settore dei BB CC ed evitare il ricorso a consulenze esterne prive di alcuna esperienza nel settore. Garantire la professionalità interna alla struttura non basta se non si favorisce l’opportunità di lavorare serenamente e seriamente ai dirigenti intermedi. Ciò significa evitare ogni mortificazione delle esperienze e delle professionalità, ma anche incrementare i capitoli di spesa delle soprintendenze e dei musei, soprattutto laddove ciò serva per la gestione innovativa del patrimonio. Ciò significa evitare il trasferimento esterno di tali risorse a privati privi di esperienza e familiarità con il settore. Ciò significa dare autonomia gestionale alle soprintendenze ed ai musei onde aumentare il senso di responsabilità dei direttori e dei soprintendenti mettendoli di fronte alle loro capacità di gestire al meglio il patrimonio in loro competenza. Ciò significa anche realizzare un sistema veramente meritocratico che liberi le professionalità a tutti i livelli incrementando quella sana competizione a realizzare e gestire al meglio economizzando con razionalità. Ciò significa offrire ai responsabili intermedi della struttura dei BB CC la possibilità di interagire con il tessuto delle piccole e medie imprese (vera risorsa del Paese) al fine di trovare quelle fruttuose collaborazioni che permettano economie, incremento della qualità del servizio ed avvio di efficaci sistemi di promozione territoriale.
Soltanto dando forza al sistema attuale dei BB CC, garantendo le professionalità interne, dandole responsabilità attraverso il conferimento di autonomia amministrativa, coinvolgendole nella razionalizzazione della spesa dando loro più autonomia e non ricorrendo a dispendiose panacee privatistiche esterne, ma favorendo il rapporto con il tessuto virtuoso della piccola e media impresa, potremo sperare in un futuro migliore per questo settore vitale per l’economia del nostro Paese.

Palermo 6 aprile 2010 Sebastiano Tusa

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