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Missione in Kenya

Missione culturale in Kenya (15-21 marzo 2016)

La missione è stata richiesta dall’Ambasciata d’Italia in Kenya per il tramite dell’Istituto Italiano di Cultura di Nairobi. L’idea della missione scaturisce da una serie di contatti avuti dalla direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Nairobi Dr. Francesca Chiesa con esponenti del Ministero della Cultura e del National Museum of Kenya nei quali era emersa la richiesta di avere da parte italiana un aiuto nel settore della ricerca, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale sommerso della fascia costiera del Kenya soprattutto nelle aree di Lamu, Ngomeini, Malindi e Mombasa. In Kenya l’archeologia subacquea esiste grazie all’attività di un bravo archeologo subacqueo inquadrato nei ruoli del National Museum of Kenya – Caesar Bita – che, da solo, ha iniziato ad esplorare i fondali ed ha collaborato con una missione cinese nello scavo del galeone spagnolo di Ngomeina. Lo stesso ha anche all’attivo una serie di interessanti pubblicazioni sull’argomento in questione. L’unico altro intervento nel settore era stato lo scavo della fregata portoghese Sant’Antonio de Tanna naufragata nel 1696 davanti al Fort Jesus di Mombasa, scavata dagli Americani dell’INA tra il 1977 ed il 1980.

 16 marzo 2016

La missione è iniziata con un fruttuoso incontro presso la residenza dell’Ambasciatore d’Italia Mauro Massoni che ha organizzato una cena per farmi incontrare alcuni esponenti del settore culturale e turistico kenyota. All’incontro hanno partecipato la Dr. Francesca Chiesa, direttrice dell’Istituto Italia di Cultura, il Dr.Emmanuel K.Ndiema (senior research Scientist, Dept. of earth Sciences, National Museum of Kenya), la Dr. Kiura Purity (Director Museums, Sites and Monuments, National Museum of Kenya) e la Sig.ra Naomi Cidi (Chair Governing Council, The Kenya Cultural centre). L’incontro è stato estremamente proficuo poichè ha gettato le basi per una future collaborazione sia nel campo della ricerca archeologica e storica subacquea che in quello della valorizzazione turistica del patrimonio culturale subacqueo kenyota.

 17 marzo 2016

Sono proseguiti i colloqui con il Dr. Emmanuel K.Ndiema (senior research Scientist, Dept. of earth Sciences, National Museum of Kenya) finalizzati alla creazione di una collaborazione nel settore della ricerca, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale sommerso kenyota. In mattinata ho tenuto una conferenza al National Museum of Kenya, Nairobi su “Central Mediterranenean Underwater Cultural Heritage: Sicilian evidence (An updated review of Sicilian Soprintendenza del Mare research and management in the field of Underwater Cultural Heritage)”. Alla conferenza è seguito un vivace ed approfondito dibattito. Nel pomeriggio mi sono spostato a Mombasa.

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Conferenza al National Museum of Kenya di Nairobi

 18 marzo 2016

A Mombasa ho incontrato  Caesar Bita, l’unico archeologo subacqueo del National Museum of Kenya. Si tratta di un ottimo archeologo subacqueo con una lunga esperienza di ricerche e scavi nel mare kenyota in collaborazione con la missione cinese che ha scavato parte del galeone portoghese rinvenuto nelle acque prospicienti il villaggio di Ngomenini.

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con Caesar Bita e A. H. Athman presso la Direzione Reg.le del National Museum of Kenya di Mombasa

Con lui abbiamo incontrato Mr. A.H.Athman, Assistent Director – Coast, Leven House, National Museum of Kenya che ha caldeggiato la collaborazione nel settore marino chiedendo di inserire le future attività con il National Museum of Kenya nell’ambito di MOU. Anche lui ha manifestato grande interesse per una collaborazione nel settore del patrimonio culturale subacqueo soprattutto in vista di uno sfruttamento turistico.

Abbiamo anche incontrato il Dr. Kalandar Khan, Direttore del “Kenya Heritage Training Institute”, National Museum of Kenya, Mombasa che si è mostrato anche lui notevolmente interessato ad una collaborazione.

In seguito ho visitato il Fort Jesus (patrimonio mondiale UNESCO) ed il museo ivi allestito con annesso laboratorio dove ho visionato i materiali sia del relitto Sant’Antonio di Mombasa scavato dall’INA, sia quelli del relitto portoghese di Ngomeini.

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Fort Jesus

Abbiamo, inoltre, visitato il magazzino dove sono conservate le attrezzature subacquee che ho trovato ben equipaggiato, ben tenuto e aggiornato. Hanno un notevole parco bombole in alluminio, erogatori, mute etc. ed anche una sorbona.

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Esposizione dei materiali del relitto Sant. Antonio de Tanna presso Fort Jesus

Dopo la visita al forte abbiamo fatto una ricognizione in barca nel mare davanti Mombasa visitando in particolare due relitti moderni naufragati sul reef: il Globe Star e il Kotar Menang dove abbiamo effettuato immersione. I relitti sono estremamente validi per uno sfruttamento turistico pur essendo estremamente moderni. Sono ben conservati e ricchi di pesce.

Il pomeriggio sono stato nell’ufficio di Caesar Bita consultando bibliografia, registrando tutto ciò che lui ha pubblicato anche sotto forma di rapporti interni.

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Il relitto del Kotar Menang

 19 marzo 2016

Partendo la mattina presto abbiamo risalito la costa da Mombasa fino al villaggio di Ngomeini per circa km 300.

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Con la Polizia Marittima di Ngomeini

Presso il villaggio la piccola postazione della polizia costiera ci ha accolto con grande disponibilità portandoci con il loro motoscafo sul sito del relitto del galeone portoghese scavato da Caesar Bita insieme ad un gruppo di Cinesi.

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Il Villagio di pescatori di Ngomeini

Il sito del relitto si trova all’imboccatura di un vasto fiordo che penetra per parecchi chilometri all’interno, fiancheggiato da coste sabbiose ricche di mangrovie. Qualche piccolo villaggio di pescatori si scorge tra la fitta foresta di mangrovie. Il relitto giace a circa m 6 di profondità ed è attualmente ricoperto di sabbia per evitare manomissioni e depredazioni essendo ricco di vasellame, porcellane e reperti vari. Evidentemente il galeone stava entrando nel fiordo e dovette incontrare bassi fondali arenandosi. Secondo Caesar Bita stava entrando nel fiordo per andare a caricare mango e miglio.

l'area del relitto di Ngomeini

L’area del relitto di Ngomeini

Proprio nei pressi del punto di partenza dove si trova il posto di polizia costiera si trova la famosa base San Marco dell’Agenzia Spaziale Italiana, le cui piattaforme di lancio per i razzi si trovano nel mare antistante nei pressi del reef. Una breve e doverosa visita ai connazionali mi ha permesso di visitare la base spaziale fondata dal pioniere dell’attività spaziale italiana Prof. Broglio.

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Base dell’Agenzia Spaziale Italiana San Marco

Successivamente ci siamo recati a Malindi dove abbiamo fatto una breve ricognizione sulla costa laddove si trova la croce che ricorda il luogo di ancoraggio di Vasco da Gama.

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Vasco da Gama Point

Abbiamo concordato con Caesar Bita che l’area costiera di Malindi fino al reef andrebbe ricognita poichè potrebbe celare la presenza di galeoni portoghesi di cui si ha notizia che affondarono presso la costa  antistante la città.

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Museo di Malindi

Dopo aver visitato il locale museo ci siamo recati presso il sito archeologico di Gede dove insistono i resti della città sede di uno dei tanti  regni arabi che dominarono la costa a sud della Somalia dall’epoca medievale fino all’arrivo degli Inglesi.

Rovine di Gede

Rovine di Gede

Abbiamo anche visitato un altro sito simile – Ngiumba – che si trova sulla costa tra Malindi e Mombasa. Entrambi i siti, oltre al valore delle rovine che testimoniano la ricchezza dei regni arabi della costa grazie al commercio di varie mercanzie ed anche di schiavi con l’India e con l’Europa, presentano un’attrattiva paesaggistica di grande rilievo.

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Rovine di Ngiumba sulla costa

Sono, infatti, immersi nella foresta che lentamente ha invaso le rovine con una ricchissima vegetazione tipicamente equatoriale caratterizzata da enormi baobab ed altri alberi d’altofusto secolari sui quali volteggiano scimmie e uccelli di vario tipo.

 

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Moschea di Ngiumba

In sintesi la visita è stata estremamente proficua poichè abbiamo verificato la possibilità di stabile una fruttuosa cooperazione con il National Museum of Kenya nel campo della ricerca, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale sommerso della loro costa. In particolare si sono individuate almeno tre campi di collaborazione:

  1. Ricerca e scavo del relitto del galeone portoghese di Ngomeini
  2. Ricognizione dello spazio di mare davanti Malindi e davanti Mombasa alla ricerca di ulteriori relitti
  3. Valorizzazione turistica dei relitti già noti

Museo_di_Nairobi

 

Missione archeologica “Archeologia costiera e Antichi porti della Cirenaica 2011”

Braknota (34-575722Est – 3641544Nord) (7 – 8 dicembre 2011)

7 dicembre 2011

A qualche centinaio di metri a nord-ovest dei due pittoreschi laghetti situati in altrettanto attraenti doline, vi è un piccolo promontorio che si protende nel mare creando una piccola insenatura sul suo lato orientale dotata di ampia spiaggia sabbiosa.

Sull’estremità del promontorio, in posizione leggermente elevata rispetto al resto del territorio, si trovano i resti di un impianto legato alla trasformazione dei prodotti agricoli, quasi certamente olive per ricavarne olio. Nella parte più alta ed estrema del promontorio si trovano i resti di una struttura rettangolare costituita da blocchi regolari (m 1,10-1,20 x 0,55 x 0,27). Le dimensioni della struttura sono: m 14,60 x 16 con il lato lungo parallelo al mare in direzione est-ovest. All’Interno la struttura appare ripartita in tre grandi ambienti longitudinali. È probabile che vi siano anche altre ripartizioni non identificabili poiché sotto uno spesso sedimento sabbioso che ricopre la parte centrale di tale struttura.

A sud dell’edificio summenzionato, sulla roccia visibilmente spianata in riva al mare, si nota un frammento di muro parallelo alla struttura (est – ovest) ortogonale ad un altro a sud di cui restano pochi blocchi. Entrambi sono conservati per una sola assise.

A est di questo vano parziale, già in acqua, si nota una grande vasca rettangolare perfettamente intagliata il cui lato settentrionale è in linea con il muro summenzionato.

La fondazione della struttura principale è alquanto regolare con la prima assise di blocchi direttamente impostata sulla roccia parzialmente livellata.

Laddove non lo era si procedeva al livellamento mediante l’inserzione di blocchetti informi e zeppe in pietra. La parte più visibile è quella occidentale poiché le altre risultano coperte da sedimento e crolli. La parte meridionale è, inoltre, parzialmente lambita dal mare. La parte orientale è la più danneggiata, mentre quella settentrionale appare coperta da vistosi crolli. Era dentro questa struttura che doveva essere effettuata la prima molitura.

A nord-est della struttura rettangolare si trova un’area di cava delle dimensioni di m 9,40 x 6. L’area appare intagliata per una profondità di ca. m 0,50. All’interno tracce d’intaglio di un grande blocco rettangolare delle dimensioni di m 2,10 x 0,80 x 0,60 che troviamo nell’altro vano intagliato nelle vicinanze a nord-ovest come pietra da pressa con due fori a sezione quadrangolare distali. Oltre al grande blocco si notano le tracce di distacco di almeno sette macine circolari dal diametro oscillante tra ca. m 1,30 / 0,80,

A nord di tale area di cava si nota un’altra area d’intaglio con spazi quadrangolari che si collegano ad una vasca circolare. È probabile che sia questa l’area ove avvenisse la pressatura del prodotto.

Ancora a nord la superficie della roccia è occupata da piccole vaschette distanziate tra loro del diametro oscillante tra i m 0,20 e 0,80 . Una grande vasca quadrangolare dal lato di m 2,30 si trova ancora a nord sul ciglio della falesia che scende dolcemente verso il mare.

A nord-est della struttura rettangolare costruita si trovano altre vasche tra cui ne spicca una dal contorno a ferro di cavallo irregolare ampia al massimo diametro m 2,90. Nell’area che degrada verso est vi sono intagli più o meno profondi circolari e rettangolari.

Gli intagli rettangolari più grandi presentano medesime dimensioni e sono da riferire alla produzione di grandi blocchi (m 1,30 x 0,70 x 0,50). Tali blocchi (all’incirca una quindicina – il numero esatto è impossibile da determinare poiché alcuni sono molto erosi e frammentari), sono adagiati disordinatamente sulla superficie della roccia ai bordi dell’intaglio a nord dell’area di cava della pietra da pressa e delle macine circolari.

A nord della struttura costruita si trova un ambiente intagliato nella roccia pseudo quadrangolare con un lato modanato curvilineo. Tale vano misura m 4,60 x 4,40. In tale vano si trova il grande blocco da pressa a due fori cavato nell’adiacente cava.

È molto probabile che dalla superficie circostante colasse il prodotto (olio) nelle vasche circolari intonacate con coccio pesto o quadrangolari che servivano per farlo decantare. Da questi contenitori laterali il prodotto decantato colava nella vasca centrale.

Il grande vano rettangolare rilevato era adibito a magazzino per contenere i grandi dolia costruiti in situ per contenere il prodotto. Erano in numero di 23 simmetricamente posti. Al centro un pilastro lasciato nel corso dell’intaglio del grande vano serviva verosimilmente a sostenere il tetto. Sull’angolo sudorientale è lasciato un grande ed alto gradino che permetteva l’accesso all’ambiente semi-ipogeico ove erano conservati i dolia per l’olio.

8 dicembre 2011

Continuiamo il rilievo e la ricognizione.

Immediatamente a ovest del promontorio, a circa m 150 dalla struttura produttiva, si trova un rilievo più alto del promontorio, sulla cui sommità vi sono intagli di cava. Data la metrica simile ai blocchi della struttura costruita sul promontorio è probabile che anche qui abbiano estratto i blocchi per la sua costruzione.

Le aree di cava sono due. Quella sulla sommità è più superficiale (l’intaglio incide per una profondità media di ca. 20/30 cm) ed ha un perimetro pressoché rettangolare (m 15 x 20 ca.). Un’altra adiacente, più profonda (m 1 ca.) a nord sul pendio verso il mare ed ha un’estensione simile alla prima, ma con andamento perimetrale irregolare.

Ancora più ad ovest, a circa m 200, vi è un’altra collinetta alta quanto la prima. Sulla sua sommità vi è anche qui una vasta cava profonda oltre un metro con visibili tracce d’intaglio, soprattutto sul fianco occidentale. La cava interessa tutta la sommità della collina. La metrica dei blocchi intagliati indica la pertinenza della cava ad un edificio diverso dalla struttura produttiva summenzionata. Da questa cava si estraevano, infatti, blocchi di dimensione ridotta (m 0,40 x 0,20 x 0,20 ca.).

Sul pendio meridionale della collinetta, a breve distanza (m 50 ca.) si trova un areale con industria litica in selce di piccola dimensione. (34-574682 est/3642287 nord).

Tale industria è costituita da piccoli strumenti in selce che potrebbero ascriversi ad una facies databile al paleolitico superiore. Sono presenti punte, raschiatoi, grattatoi e bulini, oltre a numerosi nuclei. Presente anche un raschiatoio discoidale attribuibile alla tipologia ateriana.

A circa m 500 a sud del promontorio si trova un vasto areale caratterizzato dalla presenza di numerosi blocchi delle consuete dimensioni pressoché omogenee (m 1,40 x 0,70 x 0,40) talvolta arrangiati malamente in epoca recente. Si notano al suolo allineamenti originari appena emergenti. Abbondanti blocchi isodomi sparsi nella zona indicano la presenza di strutture da mettere in relazione con l’impianto per la produzione olearia.

Nella stessa area vi è una notevole abbondanza di ceramiche frammentarie quasi interamente da mensa con qualche frammento a vernice nera. La ceramica si colloca fra l’età ellenistica e romana. La presenza di abbondante ceramica indicherebbe che quest’area, a differenza di quella pertinente la struttura produttiva dove è pressoché assente, fosse adibita alla residenza degli addetti alla produzione.

A poca distanza vi sono le tracce di una canaletta in pietra dell’ampiezza di m 0,40 con spallette regolari dello spessore di m 0,10. È probabile che tale condotta sia in relazione al pozzo che si trova nelle vicinanze. Una noria doveva sollevare l’acqua per poi incanalarla. È probabile che servisse non soltanto per gli usi dell’area residenziale, ma anche per quella produttiva sul promontorio. È noto, infatti, che l’acqua fosse indispensabile nel processo produttivo oleario.

Nella medesima area si trova il pozzo summenzionato ovale scavato nella roccia con le pareti regolarizzate con blocchi isodomi nella parte superiore. Si tratta di un pozzo di captazione di una sorgente sotterranea la cui acqua defluiva e affluiva attraverso un ampio ingrottamento sul fianco settentrionale.

Oggi il pozzo è asciutto probabilmente anche per effetto degli sconvolgimenti sismici che l’area dovette subire soprattutto nel V secolo d.C.

Percorrendo la spiaggia sabbiosa, in prossimità della struttura costruita sul promontorio, a breve distanza da quest’ultima (m 150 ca. verso sud), compare la roccia tra la sabbia. Sulla roccia e sulla sabbia si notano numerosi blocchi disordinatamente posti sia in prossimità del mare che sulla spiaggia retrostante. Alcuni blocchi s’intravedono anche in mare. La presenza di blocchi delle consuete dimensioni continua fino a lambire la struttura produttiva sul promontorio nel suo fianco meridionale.

Braknota 2 (8 dicembre 2011)

Ad un paio di km a ovest di Braknota, su una lieve altura nei pressi del mare, vi sono i resti di una struttura di notevoli dimensioni costituita da blocchi isodomi di dimensioni identiche a quelli della struttura produttiva di Braknota. La struttura parrebbe avere un perimetro rettangolare con ripartizioni interne non identificabili per i crolli e per il sedimento sabbioso di copertura.

Sulla sommità, all’interno della struttura, si trovano due pozzetti adiacenti del diametro di ca. m 1 costruiti in maniera molto regolare con pietrame a secco modanato ed accuratamente impostato. A ovest della struttura vi è la cava di estrazione dei blocchi per la costruzione. Ceramica frammentaria di epoca romana con alcuni frammenti a vernice nera ed altri decorati ad incisione a pettine lineare o ondulata.

A breve distanza di ca. m 200 ad ovest presenza di industria sporadica attribuibile al paleolitico inferiore/medio. Nella medesima area si identifica una tomba a fossa scavata accuratamente nella roccia con una fascia sottomessa perimetrale parallela al bordo per l’alloggiamento della/e lastra di copertura. Le pareti interne si allargano verso il basso. È orientata in senso est – ovest. Misura m 1,86 x 0,50.

Ras Aemer (8 dicembre 2011)

34-570353est/3643821 nord

 A circa km 5 ad ovest di Braknota, sul fianco sinistro di uno wadi che termina presso una piccola spiaggia sassosa, si trova un vasto insediamento che denominiamo Ras Aemer dal nome del santone sepolto nell’adiacente marabut.

L’insediamento è molto vasto e si estende su una vasta spianata che scende dolcemente verso il mare. Si può stimare un’estensione dell’insediamento, a giudicare dalla presenza di ingenti cumuli di pietrame prodotto dal crollo delle strutture litiche, dai brandelli di muri a doppio paramento visibili e dalla dispersione di abbondante ceramica frammentaria, di circa 6 ettari. Le strutture edilizie dell’insediamento sono presenti anche in basso sul bordo del wadi, al livello del suo letto di scorrimento. Si presume che tutto il pendio sia interessato da strutture a giudicare dalla presenza di muri affioranti. La ceramica presenta le decorazioni ad incisione a pettine orizzontale ed ondulata. Sono presenti anche ceramiche grigie buccheroidi e a vernice nera.

Ciò che colpisce di questo insediamento e la grande struttura quadrangolare che si trova alla sua estremità settentrionale, sul bordo del mare laddove inizia la ripida falesia costiera. Si tratta di una grande struttura dal perimetro perfettamente quadrato, con lato di m 30,50, che si protende sul mare (blocchi: m 0,80 x 0,45 x 0,27 – 1,10 x 0,50; larghezza muro m 0,50). Si tratta di una struttura quadrilatera con i lati orientati perfettamente in direzione nord-sud ed est-ovest. La struttura doveva avere una ripartizione interna oggi indefinibile a causa dei molteplici crolli. La base della struttura si presenta, nella sua porzione più meridionale, costituita da uno spiccato obliquo a profilo convesso costruito da pietre di piccola dimensione. Nella porzione più prospiciente il mare la sua struttura è più regolare e non è presente alcuna base obliqua. Parrebbe che si tratti di una porzione aggiunta. Ma tale ipotesi contrasta con il carattere unitario della struttura. La struttura si trova presso l’estremità settentrionale del vasto insediamento che si estende verso l’interno per oltre m 800 verso sud.

Interessante è la presenza, sulla ripida falesia che scende verso il mare a nord-est della grande struttura quadrata, di una struttura intagliata nella roccia che può interpretarsi come peschiera. Si tratta di una grande vasca quadrangolare intagliata nella roccia al livello del mare collegata mediante uno stretto e corto corridoio con un ambiente profondamente scavato nella falesia fino a raggiungere il livello del mare. All’interno di questo vano vi sono due ripartizioni. È verosimile che la peschiera all’esterno fosse collegata al vano interno mediante il corridoio che poteva essere chiuso per le esigenze dell’allevamento. La vasca esterna era raggiungibile dalla falesia attraverso una stretta scala intagliata nella roccia.

Poco lontano, proprio a nord del fronte settentrionale della grande struttura quadrangolare, si trova una struttura ipogeica intagliata nella roccia costituita da più camere quadrangolari comunicanti tra loro ed all’esterno mediante due ingressi. Lo sviluppo interno della struttura è indefinibile per la presenza di abbondante pietrame. Nei pressi di tale struttura ipogeica si trova una piccola cava superficiale con tracce di distacco di blocchi da m 1,10 x 0,55.

Dall’altro lato del wadi (fianco destro) doveva trovarsi una piccola necropoli di tombe a camera scavate nella roccia cui si accedeva da vestiboli dal perimetro quadrangolare. Se ne identifica una violata.

 

Hanyeh (9 dicembre 2011)

Estremità orientale del golfo di Hanyeh

Sulla spianata rocciosa che costituisce il limite orientale del golfo di Hanyeh, chiudendolo parzialmente poiché si protende sul mare, si trovano numerose tracce insediamentali fortemente erose dal mare data la limitata elevazione sul livello del mare. Oltre a numerosi intagli prodotti per l’estrazione di blocchi di varia dimensione si trovano i resti di una grande struttura quadrangolare di grandi dimensioni.

Il lato conservato presenta ancora in situ la prima assise di blocchi di lunghezza variabile e di larghezza costante di m 0,63 – 0,78. Il lato riconoscibile misura m 48,85 con direzione nord-ovest/sud-est. Il muro è conservato per ca. i 2/3 ma si individua il lato nella sua interezza grazie all’intaglio del piano di posa. La base del muro era protetta da un corpo avanzato, costituito da blocchetti di ridotte dimensioni omogenei squadrati, dalla facciavista obliqua e convessa (simile a quanto riscontrato in analoghe strutture ad Ougla e Ras Aemer). Purtroppo gli altri lati dell’edificio sono scomparsi tranne che per un breve tratto ortogonale al primo. Doveva trattarsi di una struttura funzionale al controllo dell’area a difesa dell’insediamento abitato che si trova a poche centinaia di metri a sud-ovest. Era  probabilmente anche sede di un faro cisterna pentalobato con le pareti foderate in cocciopesto su sottofondo di malta di allettamento (3,75×5,40) a ovest dell’edificio principale. Nei pressi della cisterna, a ca. m 8 ad ovest si trova un pozzetto circolare dal diametro di m 1,25.

 

Ad ovest della struttura principale, sul bordo del mare, si trova una piccola struttura termale interamente intagliata nella roccia, costituita da una piscina rettangolare parallela alla costa da cui si accedeva a tre ambienti quadrangolari interni separati da setti di roccia.

Sul fianco settentrionale della piscina era ricavato un piccolo spazio semicircolare mediante balaustre curvilinee con bordo superiore arrotondato.

Dall’ambiente più settentrionale si accedeva ad un piccolo ambiente quadrangolare adibito a calidarium (m 1,60 x 2,20). Le tre pareti oltre quella d’ingresso erano dotate di intercapedine per il passaggio dell’aria calda attraverso tubuli rettangolari (cm 27 x 11). Sull’intercapedine era addossato un setto in pietra e cocciopesto. Anche il pavimento era in cocciopesto e rialzato rispetto agli altri vani. All’ambiente centrale a più camere si accedeva anche attraverso piccoli vani laterali dotati di scale intagliate.

Insediamento principale

34-547862est/3633297nord

Sul bordo orientale della baia di Hanyeh si trova un vasto insediamento di cui si legge agevolmente la stratigrafia sulla lunga parete erosa in prossimità della costa. Dalla sezione si evince che la fase più antica sia da attribuire ad epoca arcaica. Sono presenti frammenti di varia tipologia pertinenti ceramica a figure e vernice nera. A questa fase sono da attribuire ambienti di cui si notano muri isodomi e ben intonacati conservati notevolmente in altezza.

Al di sopra la fase romana con ceramiche incise a pettine e abbondante presenza di marmi di varia qualità e provenienza.

Si è effettuata anche una breve ricognizione subacquea nelle acque del golfo. La forte corrente e le condizioni avverse del mare non hanno permesso una completa analisi dei fondali. Tuttavia è stato possibile individuare una macina litica rettangolare con un foro distale, un frammento di piccola colonna in marmo bianco ( ca. m 1 di lunghezza e m 0,30 ca. di diametro) ed alcuni frammenti di marmo lavorato. Durante la ricognizione subacquea sono stati identificati anche alcuni blocchi in pietra squadrati. Allineamenti di blocchi pertinenti alcuni muri ortogonali alla costa si notano anche dalla battigia. Potrebbero essere pertinenti a scali di alaggio di un piccolo arsenale.

La vasta spianata rocciosa al pelo dell’acqua sul fianco occidentale della baia appare attraversato da un canale intagliato lungo ca. m 50 e largo 3/4. Era stato scavato in antico per evitare l’insabbiamento della baia che costituisce ottimo ricovero anche in condizioni di mare avverso grazie all’ampiezza del suo ingresso ed alla protezione dei due fianchi  rocciosi orientale ed occidentale che determinano condizioni di relativa calma all’interno.

Appunti di viaggio. Libia 2011

Un giovane, poco più che ragazzo, dai neri e fluenti capelli, in tuta mimetica, con mitra in mano, sbuca dal castello di containers che, a guisa di arco di trionfo, sbarrava la nostra strada verso Bengasi. Siamo già in vista di Ras Lanuf, luogo fino a qualche mese fa di sanguinosi combattimenti tra le forze del regime di Gheddafi ed i ribelli in avanzata da Bengasi verso Tripoli. Ci intima l’alt. Con atteggiamento da veterano chiede informazioni al nostro autista su di noi, sulla nostra destinazione e professione. L’inesperienza della sua giovane età traspare attraverso gli occhi curiosi del fanciullo anche se ormai provato dall’aver, in pochi mesi dall’inizio della rivoluzione, acquisito la brutale esperienza del combattente. Dignità ed orgoglio emanano i suoi occhi neri e penetranti che ci vogliono far capire in pochi attimi che se una nuova libera e democratica Libia sorgerà e anche merito suo e della sua rischiosa gioventù forgiata sulle strade lambite di carcasse di auto e blindati e sulle facciate delle case crivellate di colpi di mitraglia. Siamo Italiani e questo lo tranquillizza animando un timido sorriso sul suo volto annerito dall’acerba barba incolta.

L’incontro con il giovanissimo miliziano che ci ha fermato nei pressi di Ras Lanuf si ripete con poche varianti ogni trenta chilometri circa. Gruppi di giovanissimi armati pattugliano strade ed edifici. Sono i veterani della rivoluzione che ancora detengono armamento leggero ma pericoloso. Sono coloro che hanno combattuto contro i regolari ed i mercenari di Gheddafi che, con il decisivo aiuto della Nato, hanno debellato il tiranno ed il suo apparato oppressivo. Sono coloro che presto, se il decorso post-rivoluzionario non subirà battute di arresto, deporranno le armi e troveranno la loro collocazione nell’apparato pubblico.

Sogni, illusioni? Forse, ma e certo che l’immagine di questi giovani che, in quanto unici a non essere compromessi con il passato regime, hanno imbracciato le armi per deporre il tiranno e sognare una nuova Libia “di tutti” ci impressiona positivamente. Si, non parlano di Libia democratica, ma di Libia “di tutti”. E’ comprensibile che ciò accada poiché loro non sanno cosa sia la democrazia, ma sanno cosa significa il monopolio su tutto di una famiglia e del suo ristretto gruppo di potere. La Libia di ieri era dominata da quel gruppo che agiva e controllava tutti i settori della vita e delle attività di ogni tipo.

Mustapha Turjiman, l’addetto ai rapporti internazionali del Dipartimento delle Antichità, ci dice, con senso di liberazione, che adesso non dovrà più spiegare all’opprimente apparato della “sicurezza” perché ogni singolo archeologo di altre nazioni volesse realmente entrare in Libia per esercitare in questo interessantissimo paese il suo mestiere. La loro ignoranza ed arroganza era tale che non credevano all’interesse scientifico. Adesso Mustapha si sente libero poiché, almeno fino adesso, non dovrà spiegare più a loschi figuri, improvvisati poliziotti, le singole aspirazioni di ogni ricercatore che intende condurre le sue ricerche nel paese.

Un diffuso senso di liberta attraversa il paese. Vecchi, giovani e meno giovani si sentono liberi di decidere del loro futuro in un paese che adesso sentono proprio e non del tiranno.

Lo scetticismo di chi conosce la storia ed i suoi pericolosi corsi e ricorsi fatti di entusiasmanti fughe in avanti e di tragiche e terribili restaurazioni è d’obbligo. Sorge spontaneo il dubbio che l’entusiasmo ed il sacrificio degli “shabab” venga strumentalizzato dai furbi che in ogni rivoluzione si intrufolano come sempre avviene sfruttando la buonafede dei più. Di trasformismi ne abbiamo visti molteplici dopo il nostro 8 settembre e sappiamo che ce ne sono anche dopo l’8 settembre libico. Sapranno gli shabab della nuova Libia vigilare estromettendo i furbi e facendosi guidare dai saggi? C’è il rischio della deriva integralista che già si affaccia minaccioso nelle dichiarazioni di fedeltà alla sharia fatte dai governanti provvisori del Transitional National Council. Possono essere dichiarazioni diplomaticamente rese per non alienarsi i favori del clero e delle fasce più tradizionali della popolazione, soprattutto, della Cirenaica. Può anche essere un richiamo alla tradizione ed alla storia del paese necessario per realizzare quelle salde fondamenta su cui costruire il futuro del paese. Certo il rischio della deriva fondamentalista persiste in Libia, come negli altri paesi attraversati dalla “primavera araba”. Così come persiste il rischio che il paese si avviti nella spirale autodistruttiva delle innumerevoli faide tra tribù e delle vendette dei singoli. Già adesso il nostro sonno di Tripoli e stato spesso interrotto da sinistre mitragliate conseguenza di quegli inevitabili regolamenti di conti che seguono ad ogni cambiamento di regime in maniera più o meno violenta. Con dignità rispettabile ci si dice che siano gli spari di gioia che solitamente accompagnano i matrimoni musulmani, ma sappiamo che così non é.

La speranza è che le vendette cessino al più presto e che l’esempio di spassionato ed eroico sacrificio degli shabab, ancorché talvolta eccessivamente viziato da giovanile esaltazione, induca chi governerà la nuova Libia ad anteporre l’interesse collettivo a quello individuale come non è avvenuto negli oltre quarant’anni di regime dittatoriale gheddafiano. Del resto e tanto ricca la Libia di risorse che la limitata popolazione opportunamente governata potrebbe vivere agiatamente innescando un sano ed oculato processo di sviluppo nel rispetto della tradizione, dell’integrità e dell’autonomia del paese. In quest’ottica l’Italia, e la Sicilia in particolare, possono giocare un ruolo determinante, in virtù della secolare contiguità storica, culturale ed etnica, ma anche grazie alla simpatia della quale ancora godiamo malgrado qualche governante del passato, ma anche del presente, abbia fatto di tutto per distruggere tale positivo rapporto. Forse il fantasma buono di Balbo ci assiste ancora!!

 

Sebastiano Tusa