Archive for the ‘Provincia di Trapani’ Category

Lo sfruttamento dei molluschi marini a Grotta di Punta Capperi (Levanzo, Sicilia) tra la fine del Pleistocene e gli inizi dell’Olocene

Marine mollusc exploitation during the late Pleistocene and early Holocene at Grotta di Punta Capperi (Levanzo, Sicily)

di Marcello A. Mannino, Kenneth D. Thomas, Emiliano Tufano, Sebastiano Tusa

Le coste dell’isola di Levanzo (Trapani) sono caratterizzate dalla presenza di numerose grotte frequentate da gruppi di cacciatori-raccoglitori tra la fine del Pleistocene e gli inizi dell’Olocene. Una di queste è Grotta di Punta Capperi, che contiene depositi risalenti alla fine del Paleolitico superiore ed al Mesolitico, in cui i resti faunistici più numerosi sono quelli di molluschi continentali e marini, raccolti a scopo alimentare. Tra le specie marine dominano i gasteropodi del mediolitorale delle coste rocciose (Patella  e Osilinus). Alcune conchiglie di Osilinus turbinatus sono state oggetto di analisi degli isotopi dell’ossigeno, che dimostrano che mentre nelle fasi iniziali della frequentazione del sito i molluschi marini venivano raccolti dall’autunno alla primavera, a partire da 9.000 anni cal. B.P. la raccolta avvenne in tutte le stagioni. Questi dati implicano che nel corso del Mesolitico la grotta venne occupata con maggiore frequenza, ma che nonostante ciò non vi fu un incremento significativo nello sfruttamento delle risorse marine, che sarebbe potuto risultare dall’isolamento di Levanzo prodotto dalla trasgressione versiliana. Il cambiamento nella stagionalità di raccolta dei molluschi marini fu conseguente agli effetti che l’isolamento ebbe sulle risorse principali per la sussistenza dei cacciatori-raccoglitori, ovvero faune e piante terrestri, il cui procacciamento continuò pertanto ad influenzarne le strategie insediative.

 

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Lo sfruttamento dei molluschi marini a Grotta di Punta Capperi

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Valorizzazione, prevenzione e progettualità a proposito del patrimonio archeologico,monumentale e paesaggistico della Sicilia occidentale

Sebastiano Tusa, in “Archivox” n. 4-5 2011, pag. 5

copertina archivox 4-5

Archivox 4-5 2011

La ormai lunga contiguità con le problematiche del patrimonio culturale trapanese mi ha frequentemente indotto ad avere un rapporto da abitante di questo spettacolare territorio, piuttosto che da visitatore, gestore (che brutta parola!) o, peggio, controllore.
Considero questo un privilegio ed un vantaggio in relazione alla mia attività istituzionale.
Questo preludio vuole essere sia un avvertimento al lettore circa la mia effettiva affezione e familiarità con questi luoghi, sia un modesto consiglio soprattutto ai colleghi più giovani affinché esercitino i loro compiti istituzionali “vivendo” e “sentendo” il territorio piuttosto che controllandolo applicando freddamente le norme vigenti. Si badi bene il mio non è un appello alla disobbedienza civile in materia di norme di controllo del territorio, bensì un invito ad un’applicazione intelligente delle norme che contempli in primo luogo la tutela del paesaggio, dei monumenti e del patrimonio culturale, in secondo luogo le esigenze di una comunità che in quel territorio deve vivere, prosperare ed offrire opportunità sempre più valide e gradevoli di vita per chi verrà dopo ed anche per i viaggiatori che hanno l’amabilità di visitarlo.


Vivere il territorio significa sostanzialmente apprezzarne le valenze non soltanto sul piano estetico formale, ma anche su quello dell’atmosfera identitaria di vita che diventa tale nel momento in cui le valenze paesaggistiche, monumentali, naturali, storiche, antropologiche e gastronomiche si fondono dando vita ad unici, originali ed inconfondibili paesaggi culturali.
In ciò il territorio trapanese riesce ad offrire qualcosa di veramente eccezionale ed estremamente vario passando, ad esempio, dal paesaggio pantesco, vero e proprio trionfo del rapporto millenario tra impervia natura ed alacre sapienza lavorativa dell’uomo sboccianti in fantastiche visioni ambientali, pregnanti odori e variegati sapori, a quello ericino strenuamente orientato verso una concezione difensiva ed intima dell’uomo ai confini dell’abitabile. Oppure dalle geometrie bianche e rosse delle saline a quelle verdi intense delle balze belicine segnate dall’intrecciarsi dei filari degli olivi secolari.

L’eccezionalità sta anche nella dialettica crono-storica entro cui questo molteplice paesaggio antropico si dispiega. L’antico estremo delle grotte abitate sin dal paleolitico superiore della costiera tra Castellammare e Trapani con l’appendice egadina s’intreccia nella plastica tavolozza dai molteplici colori delle ripide falesie calcarenitiche che si rispecchiano nella limpida distesa blu che le lambisce.

I paesaggi coloniali greci e fenici si dispiegano integri tra le dune della costa sudoccidentale, un tempo in continuo movimento, quasi ad imitare in piccolo quanto avveniva nella speculare costa nord-africana.
Selinunte si erge con le sue architetture di pietra tra il verde intenso degli ultimi lembi di macchia mediterranea autoctona, il quasi amaranto della sabbia che la lambisce e l’indaco cangiante del mare.
Potremo continuare all’infinito nel descrivere, ancorché telegraficamente, le infinite sfaccettature del “diamante” paesaggistico ed antropico trapanese. Ma non è giusto indugiare in una visione idilliaca e poetica del territorio poiché rischieremo la retorica o peggio di coprire con il velo della retorica i problemi che anche in questo territorio esistono.

Certo non abbiamo la piaga dilagante dell’abusivismo che, per fortuna, è un fenomeno ormai marginale e secondario. Ma abbiamo altri e ben più inquietanti pensieri che agitano i nostri sonni di tutori del paesaggio.

La dilagante “fame” di energia che sovrasta i nostri tavoli con molteplici progetti che prevedono la nascita repentina sul nostro territorio di foreste “eoliche” o “armature” silicee ci riporta alla realtà di una battaglia quotidiana che ci rende spesso ignari ed inconsapevoli paladini del lume a petrolio.
Ma anche la sacrosanta voglia di offrire al viaggiatore che visita la nostra terra confort e comodità sempre più sofisticate ci vede spesso sul fronte opposto di chi vorrebbe “arricchire” quei litorali ancora integri con resort multi stelle o residence simil Costa Smeralda.
Raggiungere l’equilibrio tra giuste istanze di sviluppo turistico, risparmio energetico e salvaguardia del paesaggio antropizzato storicamente è certamente difficile, ma non impossibile.


Basta buonsenso, aderenza alla ricca ed ottima normativa vigente e visione di lunga durata che ci faccia comprendere che progettare e costruire con qualità ed in aderenza alla molteplicità dei formidabili archetipi identitari della tradizione territoriale trapanese non è un’inutile angheria o la vessazione di legittime aspirazione, bensì la garanzia della nostra stessa sopravvivenza.