Archive for the ‘Levanzo’ Category

ORICALCO, LA LEGA DEI DESIDERI

Nel VI secolo A.C. tre navi greche colarono a picco nelle acque di Gela con i loro preziosi carichi. A tutt’oggi, però, il recupero è stato solo parziale.

Nel numero di Aprile 2017 di Archeo:
Flavia Marimpietri intervista Sebastiano Tusa

S.T. – «Avremmo bisogno di finanziamenti per continuare le ricerche sulle navi, che risalgono molto probabilmente all’epoca arcaica: il contesto archeologico è databile alla fine del VI secolo a.C. Abbiamo già intravisto lo scafo ligneo di una delle imbarcazioni, dalla quale abbiamo recuperato molto materiale: ceramica, anfore, due elmi corinzi e un gruppo di lingotti di oricalco, una rara lega di rame e zinco, simile al nostro ottone, che gli antichi ponevano al terzo posto per valore, dopo l’oro e l’argento».

F.M. – Di questo metallo leggendario, racconta Platone nel Crizia, era ricca l’isola di Atlantide: ma è la prima volta che l’oricalco viene trovato in lingotti, non è vero?

S.T. – «Sì, per questo la scoperta è eccezionale. Abbiamo recuperato 47 lingotti nello scorso febbraio, che si sono aggiunti agli altri 39 del 2014. l reperti a oggi conosciuti forgiati in oricalco sono molto rari e questa lega non è mai stata trovata sotto forma di lingotti, in nessuna parte nel mondo. Il carico della nave rappresenta dunque un unicum assoluto».

F.M. – Da dove venivano i lingotti? 

S.T. – «Stiamo procedendo con le analisi di laboratorio, effettuate dall’Università di Palermo, per isolare la zona di provenienza. La mia ipotesi è che si tratti di una nave proveniente dall’Anatolia (l’odierna Turchia): sia le fonti che i rinvenimenti archeologici dicono che l’oricalco era conosciuto e usato in alcuni centri dell’Anatolia e in Europa, dove lo troviamo in alcune fibule villanoviane. Era inoltre apprezzato in epoca augustea per coniare monete, soprattutto sesterzi. Avendo il colore dell’oro, esercitava una forte attrazione tra gli antichi».

F.M. – Che cosa suggerisce il fatto che la nave naufragata a Gela trasportasse decine e decine di lingotti di oricalco?

S.T. – «Che qualcuno li aveva voluti, a dimostrazione della ricchezza della città di Gela, colonia rodio-cretese fondata nel VII secolo a.C. e importante emporio commerciale nel Mediterraneo. L’imbarcazione naufragò entrando nel porto e si arenò sulla spiaggia. Ciò significa che nel VI secolo a.C. a Gela esisteva un commercio di oricalco ed erano attive officine artigianali specializzate nella produzione di oggetti di pregio. Adesso si dovrebbe cercare di comprendere la relazione tra i lingotti e il contesto archeologico, che, come già dicevo, possiamo datare al VI secolo a.C. per la presenza degli elmi corinzi e della ceramica».

F.M. – Delle tre navi greche rinvenute nel golfo di Gela, l’unica scavata e restaurata, ben dieci anni fa, non è mai stata esposta al pubblico. Le altre, invece, giacciono ancora sommerse…

S.T. – «Ebbene sì. La sola nave recuperata, nel 2008, e poi restaurata in Inghilterra, attende da 10 anni di essere esposta e attualmente è chiusa in casse, nel vecchio Museo di Gela. Il relitto è stato scoperto 29 anni fa: da allora il progetto del nuovo museo del mare che doveva ospitarlo è pronto, ma non è mai stato realizzato. Abbiamo avuto i fondi solo per la parte strutturale dell’edificio. Le altre navi, invece, sono ancora in acqua e devono essere indagate con ricerche sistematiche. Per recuperarne una e renderla fruibile al pubblico occorrerebbe una cifra pari a oltre 1 milione di euro».

F.M. – Fondi di cui, al momento, la Soprintendenza del Mare non dispone…

S.T. – «No, i fondi strutturali non esistono e i finanziamenti europei soffrono di una notevole lentezza nella spesa. Io riesco a lavorare soltanto grazie a fondazioni statunitensi e sponsor europei, sulla base di progetti che, come Soprintendenza del Mare, intraprendo direttamente con Bruxelles. Del resto, l’istituto di cui sono responsabile può disporre attualmente di una dotazione annuale di 3000 euro, con la quale dovrebbe garantire l’operatività su tutta la Sicilia e sulle isole minori».

F.M. – E avete anche patito drastiche riduzioni in fatto di servizi e mezzi di trasporto…

S.T. – «Esatto, dobbiamo servirci di auto private e chiedere ospitalità agli amici. Il budget annuale dei beni culturali in Sicilia è passato dai 100 ai 18 milioni l’anno. Inoltre, non esiste nella Regione un laboratorio idoneo per il trattamento e la conservazione dei legni bagnati: la nave tardo-romana che ho scavato a Marausa, vicino Trapani, è stata restaurata a Salerno».

F.M. – E poiché non ci sono soldi per poterli scavare, i relitti sono preda dei tombaroli del mare. La Guardia di Finanza – che ha partecipato al recupero dei lingotti – ha provveduto a installare delle reti metalliche di protezione ancorate al fondale che, però, non sempre riescono a fare da deterrente. Già sono visibili i primi varchi aperti dai tombaroli, raccontano i sommozzatori. Quanto è alto il rischio che i reperti vengano trafugati?

S.T. – «La zona è interdetta alla navigazione ma i controlli non vengono effettuati h 24. Né la Soprintendenza, né le autorità possono effettuare un monitoraggio continuo e può capitare che qualcuno si immerga per rubare. Il problema della sicurezza esiste, sebbene il fenomeno dei tombaroli sia diminuito rispetto al passato. Come Soprintendenza, adesso, possiamo contare su una rete capillare di informatori e sugli accordi con Guardia di Finanza e Carabinieri. Non ci sono più le razzie sistematiche e prolungate di un tempo, ma il subacqueo della domenica che si immerge e ruba un’anfora sì».

F.M. – Quali ricerche invece potuto condurre, invece, grazie ai fondi di sponsor privati?

S.T. – «Abbiamo individuato il luogo esatto in cui si svolse la battaglia delle Egadi e trovato ben 11 rostri di navi da guerra, una scoperta di importanza mondiale. Tutto ciò grazie a una fondazione statunitense che mette a disposizione per un mese l’anno una nave da ricerca. Così ho potuto verificare un’intuizione che avevo avuto sul luogo della battaglia delle Egadi: cioè che non fosse presso l’isola di Favignana, ma tra Levanzo e Marettimo. Avviate le ricerche in mare, in quel punto abbiamo trovato i rostri delle navi, una dozzina di elmi e circa 200 anfore.

A Panarea, invece, canalizzando l’interesse di altre due fondazioni, abbiamo recuperato quattro relitti in alto fondale, colmi di vasellame e anfore databili tra il III secolo a.C. e il I d.C.

Con l’Università di Stanford, invece, stiamo scavando un relitto bizantino trovato a Marzamemi, in provincia di Siracusa, che trasportava un’intera chiesa in marmo smontata.

Il brandSicilia attrae molto: grazie alla buona volontà, ai rapporti personali e alla credibilità internazionale, ho potuto offrire situazioni di ricerca di successo. E i reperti provenienti dalle acque siciliane che abbiamo esposto ad Amsterdam, in Olanda, e a Oxford, in Inghilterra, sono già stati richiesti anche da Copenaghen, Bruxelles e Palermo, dove verranno presentati prossimamente con la mostra “Mirabilia Maris”».

[da “ARCHEO. Attualità del passato”, Anno XXXIII, n. 386, Aprile 2017]

Annunci

Lo sfruttamento dei molluschi marini a Grotta di Punta Capperi (Levanzo, Sicilia) tra la fine del Pleistocene e gli inizi dell’Olocene

Marine mollusc exploitation during the late Pleistocene and early Holocene at Grotta di Punta Capperi (Levanzo, Sicily)

di Marcello A. Mannino, Kenneth D. Thomas, Emiliano Tufano, Sebastiano Tusa

Le coste dell’isola di Levanzo (Trapani) sono caratterizzate dalla presenza di numerose grotte frequentate da gruppi di cacciatori-raccoglitori tra la fine del Pleistocene e gli inizi dell’Olocene. Una di queste è Grotta di Punta Capperi, che contiene depositi risalenti alla fine del Paleolitico superiore ed al Mesolitico, in cui i resti faunistici più numerosi sono quelli di molluschi continentali e marini, raccolti a scopo alimentare. Tra le specie marine dominano i gasteropodi del mediolitorale delle coste rocciose (Patella  e Osilinus). Alcune conchiglie di Osilinus turbinatus sono state oggetto di analisi degli isotopi dell’ossigeno, che dimostrano che mentre nelle fasi iniziali della frequentazione del sito i molluschi marini venivano raccolti dall’autunno alla primavera, a partire da 9.000 anni cal. B.P. la raccolta avvenne in tutte le stagioni. Questi dati implicano che nel corso del Mesolitico la grotta venne occupata con maggiore frequenza, ma che nonostante ciò non vi fu un incremento significativo nello sfruttamento delle risorse marine, che sarebbe potuto risultare dall’isolamento di Levanzo prodotto dalla trasgressione versiliana. Il cambiamento nella stagionalità di raccolta dei molluschi marini fu conseguente agli effetti che l’isolamento ebbe sulle risorse principali per la sussistenza dei cacciatori-raccoglitori, ovvero faune e piante terrestri, il cui procacciamento continuò pertanto ad influenzarne le strategie insediative.

 

leggi l’intero articolo

Lo sfruttamento dei molluschi marini a Grotta di Punta Capperi

Una nuova lettura delle pitture della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Trapani)

RIASSUNTO

Una nuova lettura delle pitture della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Trapani) – Spesso alcune classi di materiali, come le statuette idoliformi, non vengono comprese nel loro reale carattere funzionale. Abbiamo cercato di chiarire l’uso di taluni di questi manufatti partendo dal rinvenimento di un gruppo di statuette in pietra nell’ipogeo del circolo di Xaghra a Gozo. Il contesto non lasciava dubbi sull’appartenenza degli oggetti al corredo di uno sciamano che li utilizzava per pratiche liturgiche sacrali con una rappresentatività teatrale. Sulla base di tale parametro interpretativo abbiamo analizzato alcuni manufatti ed immagini siciliane partendo dagli idoli dipinti nella Grotta di Cala del Genovese a Levanzo per arrivare all’askos femminile di Mozia passando per testimonianze dell’età del Bronzo.

SUMMARY

A new interpretation of prehistoric painted rock art of Grotta di Cala dei Genovesi (Levanzo) – It is not rare that archaeologists exaggerate the typological and formal aspects of some figurines avoiding to understand the real function. According to the discovery of some stone figurines in the Xaghra hypogeum at Gozo, we understood that those objects were used to perform sacred representation in the shape of puppet theater. After that discovery we analyzed some similar images, either painted and plastic, coming from Sicilian sites, in order to find if there should have been the same use. Analyzing the images of Levanzo we are sure that those idols painted on the rocky wall were “puppets” used by traditional wizards to perform sacred representations. The same case should have been for the early bronze age figurines coming from Mursia and San Giuliano. It is interesting to note that such habit to use figurines to perform sacred representations lasts for millennia reaching also archaic period as is shown by a terracotta askos from Motya.

Una nuova lettura delle pitture della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Trapani)

di Cecilia Buccellato, Emiliano Tufano & Sebastiano Tusa

Nell’ambito della tradizione gloriosa degli studi sull’arte preistorica mediterranea molto è stato detto e scritto a proposito di descrizione formale, cronologia, tipologia, stile ed approccio comparativista. Per la verità anche sulla funzione si è indugiato da parte di taluni Autori, soprattutto mettendo in evidenza elementi interpretativi desumibili dall’analisi delle associazioni e delle collocazioni topografiche all’interno delle grotte. Raramente si è cercato un nesso tra elementi rappresentati su parete ed il vasto repertorio materiale coevo. In questo studio affronteremo proprio tale argomento partendo da una entusiasmante scoperta fatta a Malta che ci ha permesso di riconsiderare alcune immagini “classiche” della cosiddetta arte rupestre siciliana dandone un’interpretazione assolutamente originale e, pensiamo, convincente. Le considerazioni desunte da quanto sopra premesso ci hanno portato anche a rivedere il quadro più generale delle rappresentazioni antropomorfe della preistoria siciliana (sia bidimensionale che plastica) aggiungendo elementi probanti a quanto cercheremo di evidenziare.

L’areale geografico di riferimento del nostro studio è il Mediterraneo centro-orientale con particolare attenzione alla Sicilia e Malta e riferimenti ovvi all’ambiente egeo. Dal punto di vista cronologico abbiamo necessariamente affrontato la trattazione in termini diacronici poiché trattando di fenomenologie rituali e liturgie queste vanno inquadrate nel divenire in un’ottica squisitamente evolutiva facendo attenzione, ovviamente, alle sincronie fenomeniche soprattutto per quanto attiene agli aspetti formali.

L’occasione che ha messo in moto la rilettura dell’evidenza siciliana, nello specifico le ben note immagini idoliformi di ascendenza ritenuta cicladica, dipinte in nero sulle pareti della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Graziosi 1962, Figg. 6b – 7a), è stata la scoperta nel corso dello scavo dell’ipogeo sottostante il circolo megalitico di Xaghra, altrimenti definito di Brocthorff, nei pressi di uno degli altari che componevano l’importante complesso funerario-templare, sito a breve distanza dal ben noto tempio di Ggantja a Gozo, di un gruppo di sei figurine totemiche, di media dimensione, in pietra (una appena abbozzata) più tre di misura inferiore (Fig. 1).

Fig. 1 - Le sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra (da Renfrew 2004).

Fig. 1 – Le sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra (da Renfrew 2004).

Le circostanze del rinvenimento indussero gli scavatori a ritenere plausibile che le sei statuette fossero state racchiuse in un sacchetto di stoffa e riposte nei pressi dell’altare laddove periodicamente servivano per la conduzione di particolari liturgie pre-inumazione connesse al culto dei defunti di rango espletato nell’ipogeo durante la fase di Tarxien (intorno al 3000 a.C.) (Bonanno 2004: 283-284).

In altre parole gli idoletti costituivano il corredo di parafernalia liturgici di un addetto al culto che li teneva da conto in un sacchetto pronto all’uso. Che simili oggetti fossero ben utilizzabili nelle liturgie del luogo ben si accorda con la loro forma, dimensione e caratteristiche morfologiche. Sono, infatti, ben impugnabili in mano (Fig. 2) e, data la conformazione delle loro estremità inferiori anche facilmente conficcabili al suolo.

Rivedendo l’entusiasmante e stimolante preistoria maltese e rileggendone analisi ed interpretazioni date da più Autori ci accorgiamo che simili liturgie dovevano essere frequenti nei molteplici luoghi di rito fin qui messi in luce tra Malta e Gozo, sia in ambito templare che ipogeico.

Fig. 2 - Una delle sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra impugnata (da Renfrew 2004).

Fig. 2 – Una delle sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra impugnata (da Renfrew 2004).

Ci sovviene, a tal proposito, una delle osservazioni avanzate a proposito del rinvenimento di teste staccate dal corpo contrapposta a molteplici statuette delle cosiddette fat ladies prive di testa, ma con l’alloggiamento per inserirvele in maniera posticcia (Fig. 3).

Fig. 3 - Figurina in pietra della “Fat lady” seduta con l’alloggiamento e la testa posticcia da Hagar Qim (da Renfrew 2004).

Fig. 3 – Figurina in pietra della “Fat lady” seduta con l’alloggiamento e la testa posticcia da Hagar Qim (da Renfrew 2004).

Ciò, com’è noto, è stato interpretato pensando a liturgie interattive durante le quali i sacerdoti agitavano le teste sulle statuette praticando una sorta di dialogo con il devoto (Monsarrat 2004: 299). In sintesi la vasta fenomenologia liturgico-rituale desumibile dalla preistoria maltese ci mette in evidenza la chiara presenza di una liturgia interattiva tra sacerdote (e, quindi, figura divina) e devoto attraverso l’uso di elementi rappresentativi antropomorfi mobili che fungevano da catalizzatore di un dialogo divino-terreno che doveva stare alla base dell’ignota religione maltese. Si giunge, pertanto, a ritenere tali figurine plasticamente realizzate come burattini o marionette adibite al culto. Utilizziamo l’uno o l’altro termine, malgrado oggi via sia una differenza tra i due oggetti, poiché in effetti a Malta abbiamo sia la presenza di figure statiche di cui soltanto la testa veniva mossa, ma anche di interi “pupazzi” azionati totalmente dall’addetto alla liturgia rituale.

In occasione della recente campagna di scavi effettuata presso la Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo abbiamo avuto occasione di rivedere con attenzione le immagini all’interno della grotta effettuandone anche una rigorosa ed accurata documentazione fotografica aggiornata. Ciò ci ha permesso di riconsiderare le suddette figure alla luce dei dati fenomenologici maltesi tenendo anche presente che sussiste una convergenza cronologica tra i due complessi.

Analizzando puntualmente l’evidenza di Levanzo ci siamo accorti di qualcosa che era sfuggita a noi precedentemente ed anche a chi prima di noi aveva puntualmente analizzato il complesso. Gli idoli in questione compaiono ben tre volte in spazi diversi della medesima parte. Due volte compaiono isolati ed in chiara serie orizzontale l’uno accanto all’altro (Fig. 4).

 Fig. 4 - Due serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 4 – Due serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

In un caso abbiamo tre idoli a “violino” dei quali due affiancati ed un terzo tra due del tipo cilindrico (Fig. 5). Nel secondo caso abbiamo, invece, la serie composta da due cilindrici a destra e tre a “violino” a sinistra (Fig. 6). Nel terzo caso gli idoli compaiono specularmente ai due lati di tre figure sovrapposte raffiguranti certamente pesci (Fig. 7). Tra queste figura quella ormai estremamente famosa, interpretata ora come tonno, ora come delfino. In quest’ultimo caso le rappresentazioni di idoli si collocano rispettivamente tre a destra dei pesci (uno a “violino” e due cilindrici) e due a sinistra (a “violino”).

Fig. 5 - Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 5 – Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 6 - Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 6 – Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 7 - Serie di idoletti dipinti ai bordi di immagini di pesci (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 7 – Serie di idoletti dipinti ai bordi di immagini di pesci (Grotta di Cala del Genovese).

Ciò che vogliamo sottolineare è l’intenzionalità della rappresentazione. Le figure di idoli compaiono per ben tre volte in numero di cinque e sempre con la medesima composizione costituita da tre del tipo a violino” e due cilindrici. Non riusciamo a scorgere un qualche “sistema” nella dislocazione interna alle serie di idoli, tuttavia è probabile che l’accoppiamento tra idoli similari sia stato predominante.

Le immagini di idoli della Grotta di Cala del Genovese non sono, pertanto, casualmente rappresentate, ma nella loro ripetizione numerica e tipologica indicano che si voleva rappresentare qualcosa di reale che potrebbe essere la dotazione liturgica di uno sciamano che ricordava sulle pareti interne della grotta liturgie che praticava altrove con idoli reali. Del resto che in Sicilia nel medesimo periodo siano presenti idoli del tutto identici a quelli raffigurati nella grotta in questione è noto da tempo. Basti pensare ai due idoletti di Camaro dove si ripete (anche se soltanto in una coppia) la medesima variabilità tipologica con la presenza del tipo a “violino” (Fig. 8) e cilindrico (Fig. 9) (Bacci 1997: 295-297).

Fig. 8 - Idoletto a “violino” da Camaro (Messina).

Fig. 8 – Idoletto a “violino” da Camaro (Messina).

Fig. 9 - Idoletto cilindrico da Camaro (Messina).

Fig. 9 – Idoletto cilindrico da Camaro (Messina).

Appare, pertanto, del tutto evidente che i nostri idoletti rappresentati presso la grotta di Levanzo siano il corredo liturgico di un officiante riti di ascendenze estranee all’isola dato che si materializzano in forme (gli idoli) e liturgie (l’uso dell’idolo come elemento di rappresentazione quasi teatrale) di provenienza allogena.

A tal proposito è interessante sottolineare che la differenza formale tra le due tipologie di idoli, cilindrico ed a “violino”, non sia da imputare ad un processo di metamorfosi del medesimo tipo attribuibile all’elemento femminile (Graziosi 1962: 30-31), bensì a due tradizioni e, forse, divinità diverse. L’una, a ”violino”, è di chiara ascendenza egeo-balcanica e rappresenta l’elemento femminile. L’altra, cilindrica, è di chiara ascendenza maltese e potrebbe rappresentare l’elemento maschile.

L’approfondimento tipologico e comparativo potrebbe continuare a lungo citando gli innumerevoli casi di presenza di idoli del tipo descritto, ma a noi interessava puntualizzare questa diversa lettura delle raffigurazioni di Levanzo non soltanto al livello sincronico, ma anche diacronicamente cercando di mettere in evidenza la possibilità di un “uso” diverso delle tante raffigurazioni idoliformi della preistoria siciliana.

Tra le tante statuette in terracotta ve ne sono alcune che, ad una rilettura attenta basata sulle considerazioni suesposte, possono essere con molta probabilità inquadrate come “strumenti” liturgici utilizzati in rappresentazioni sacro-teatrali. In particolare ci sovvengono le statuette castellucciane di Monte San Giuliano o del Redentore presso Caltanissetta che, pur essendo avare di dati contestuali di scavo, tuttavia risultano essere pertinenti un sorta di “ripostiglio” unitario e, pertanto, potrebbero essere anche queste pertinenti il corredo strumentale di uno sciamano che le utilizzava nelle sue performance tra il sacro ed il profano (Fig. 10).

Fig.10 - Statuetta fittile castellucciana da Monte San Giuliano (Caltanissetta).

Fig.10 – Statuetta fittile castellucciana da Monte San Giuliano (Caltanissetta).

Dalla stringata nota di accompagnamento della descrizione delle statuette si evince che esse fossero tutte in uno spazio ristretto tanto da farci pensare ad un vero e proprio contesto unitario simile a quello maltese (Orlandini 1968: 55-59). Lo scavatore pensa ad una struttura sacra dove le statuette erano deposte come ex voto. In effetti oltre ai pezzi interi o quasi se ne raccolsero una ventina frammentari.

Tuttavia il contesto e la constatazione che anche in questo caso troviamo la commistione di statuette femminili e maschili sottolineando la dualità sessuale necessaria nel gioco della rappresentatività parabolare ci fa propendere per il corredo sciamanico.

Analogamente adoperata per rappresentazioni sacro-teatrali è una piccola statuetta rinvenuta nei livelli dell’antica età del Bronzo dell’insediamento di Mursia a Pantelleria (Ardesia et al. 2006). Si tratta di una piccola testina appiattita che dimostra un linguaggio estremamente verista privo di riscontri in Sicilia. E del resto i confronti ricevuti provengono da Malta soprattutto per l’acconciatura caratterizzata da boccoli che incorniciano il volto leggermente sbigottito richiamante le cosiddette baroque ladies (Fig. 11).

Fig. 11 - Testina fittile da Mursia (Pantelleria).

Fig. 11 – Testina fittile da Mursia (Pantelleria).

La testina non è il frammento di un manufatto più organico, ma appare modellata in antico nella conformazione

che ci è pervenuta. Alla base del collo, infatti, non vi è frattura, bensì una superficie appiattita con al centro un piccolo foro dove, probabilmente, andava inserito un bastoncino di legno che serviva per movimentare la piccola testina nelle ignote liturgie sacre per cui era stata realizzata.

Qui vi è un’identità interessante tra fenomenologia liturgica e tipologia dell’oggetto che appaiono entrambi di affinità maltese. Del resto i contatti tra l’insediamento pantesco di Mursia e la facies di Tarxien Cemetery maltese appaiono corroborati anche da altri elementi di affinità soprattutto nel campo della decorazione ceramica.

Sarebbe oltremodo lungo enumerare altri possibili casi di utilizzazione a guisa di burattini o marionette di statuette preistoriche siciliane. Ma l’assenza di contesti precisi ci limita agli esempi ricordati. Tuttavia, al fine di sottolineare come la funzione “teatrale” rappresentativa di siffatti manufatti possa anche travalicare epoche e culture e ripresentarsi in altri contesti, citiamo un ultimo caso di statuetta fittile utilizzata quasi certamente in analoga forma interattiva nell’ambito di liturgie a noi più note poiché di epoca storica.

Siamo in ambiente fenicio-punico, a Mozia, importante colonia fenicia della Sicilia occidentale. Nell’ambito di un corredo funerario della necropoli arcaica ben databile alla seconda metà del VII sec. a.C. grazie alla presenza di vasetti d’importazione proto-corinzi, si rinvenne una piccola statuetta fittile raffigurante una figura femminile poco definita anatomicamente poiché realizzata con un corpo tubolare cavo all’interno su cui protuberanze plastiche ed elementi dipinti in tricromia (rosso, nero e crema del fondo) indicavano attributi corporei ed elementi ornamentali (Fig. 12) (Tusa 1978, tav. XII ).

Fig. 12 - Statuetta askoide fittile dalla necropoli arcaica di Mozia.

Fig. 12 – Statuetta askoide fittile dalla necropoli arcaica di Mozia.

Si tratta, in realtà, di un askos poiché cavo all’interno e realizzato sullo stile della corposa produzione di simili oggetti antropomorfi detta di Bithia, di ascendenza cipriota. La statuetta presentava un foro più grande sul capo e due più piccoli in prossimità dei seni sorretti dalle mani in bassorilievo. I liquidi venivano, pertanto, introdotti dal foro sul capo e fuoriuscivano dai seni sia per pressione di caduta, sia soffiando dal foro principale. L’effetto era di produrre zampilli dai seni dal significato metaforico evidente. La statuetta dovrebbe, infatti, rappresentare la divinità fenicia Astarte che viene spesso raffigurata con i seni sorretti dalle sue mani in atto di dispensare energia.

Immaginiamo, quindi, che anche in terrà ed ambiente fenicio-punico, già influenzato dall’adiacente cultura greca (dove Demetra assume la medesima funzione di dispensatrice di vita attraverso l’allattamento al seno (Fig. 13)), esistesse una religiosità più popolare legata a liturgie sacro-teatrali dove la fertilità fosse invocata anche con rappresentazioni da burattinaio.

Fig. 13 - Statuetta fittile di Demetra che allatta (Selinunte, tempio di Hera matronale in contrada.

Fig. 13 – Statuetta fittile di Demetra che allatta (Selinunte, tempio di Hera matronale in contrada.

Abbiamo voluto puntualizzare l’esistenza di una religiosità basata su una teatralità evidente che sfocia quasi nella farsa da burattino che ha in alcuni oggetti talvolta mal interpretati la sua evidente prova materiale. Religiosità e liturgia teatrale che travalicano i tempi, le culture e i limiti geografici dimostrando l’ovvietà di convergenze fenomeniche attinenti alla sfera sovrastrutturale del pensiero umano che lo rende simile e dialogante anche al di là delle differenze etnico-politiche che, spesso, purtroppo lo lacerano in inutili conflitti.

bibliografia

  • Ardesia V., Cattani M., Marazzi M., Nicoletti F.Secondo M. & Tusa S., 2006 – Gli scavi nell’abitato dell’età del bronzo di Mursia, Pantelleria (TP). Relazione preliminare delle campagne 2001-2005. Rivista di Scienze Preistoriche, LVI: 293-367.
  • Bacci G.M., 1997 – Due idoletti di tipo egeo-cicladico da Camaro Sant’Anna presso Messina. In: Tusa S. (a cura di), Prima Sicilia. Palermo: 295-297.
  • Bonanno A., 2004 – Rituals of life and rituals of death. In: Malta: 271-287.
  • Graziosi P., 1962 – Levanzo. Firenze, 92 pp.
  • Malta – in Renfrew C. (ed.), 2004 – Malta before history, Malta, 440 pp.
  • Monsarrat A., 2004 – The deity. God or Goddess? In: Malta: 289-306.
  • Orlandini P., 1968 – Statuette preistoriche della prima età del bronzo da Caltanissetta. Bollettino d’Arte, 2-3: 55-59.
  • Tusa V., 1978 – Relazione preliminare degli scavi eseguiti a Mozia negli anni 1972, 1973, 1974. In: AA.VV., “La necropoli arcaica e adiacenze”. Mozia IX, Roma: 7-98, tav. XII.