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ORICALCO, LA LEGA DEI DESIDERI

Nel VI secolo A.C. tre navi greche colarono a picco nelle acque di Gela con i loro preziosi carichi. A tutt’oggi, però, il recupero è stato solo parziale.

Nel numero di Aprile 2017 di Archeo:
Flavia Marimpietri intervista Sebastiano Tusa

S.T. – «Avremmo bisogno di finanziamenti per continuare le ricerche sulle navi, che risalgono molto probabilmente all’epoca arcaica: il contesto archeologico è databile alla fine del VI secolo a.C. Abbiamo già intravisto lo scafo ligneo di una delle imbarcazioni, dalla quale abbiamo recuperato molto materiale: ceramica, anfore, due elmi corinzi e un gruppo di lingotti di oricalco, una rara lega di rame e zinco, simile al nostro ottone, che gli antichi ponevano al terzo posto per valore, dopo l’oro e l’argento».

F.M. – Di questo metallo leggendario, racconta Platone nel Crizia, era ricca l’isola di Atlantide: ma è la prima volta che l’oricalco viene trovato in lingotti, non è vero?

S.T. – «Sì, per questo la scoperta è eccezionale. Abbiamo recuperato 47 lingotti nello scorso febbraio, che si sono aggiunti agli altri 39 del 2014. l reperti a oggi conosciuti forgiati in oricalco sono molto rari e questa lega non è mai stata trovata sotto forma di lingotti, in nessuna parte nel mondo. Il carico della nave rappresenta dunque un unicum assoluto».

F.M. – Da dove venivano i lingotti? 

S.T. – «Stiamo procedendo con le analisi di laboratorio, effettuate dall’Università di Palermo, per isolare la zona di provenienza. La mia ipotesi è che si tratti di una nave proveniente dall’Anatolia (l’odierna Turchia): sia le fonti che i rinvenimenti archeologici dicono che l’oricalco era conosciuto e usato in alcuni centri dell’Anatolia e in Europa, dove lo troviamo in alcune fibule villanoviane. Era inoltre apprezzato in epoca augustea per coniare monete, soprattutto sesterzi. Avendo il colore dell’oro, esercitava una forte attrazione tra gli antichi».

F.M. – Che cosa suggerisce il fatto che la nave naufragata a Gela trasportasse decine e decine di lingotti di oricalco?

S.T. – «Che qualcuno li aveva voluti, a dimostrazione della ricchezza della città di Gela, colonia rodio-cretese fondata nel VII secolo a.C. e importante emporio commerciale nel Mediterraneo. L’imbarcazione naufragò entrando nel porto e si arenò sulla spiaggia. Ciò significa che nel VI secolo a.C. a Gela esisteva un commercio di oricalco ed erano attive officine artigianali specializzate nella produzione di oggetti di pregio. Adesso si dovrebbe cercare di comprendere la relazione tra i lingotti e il contesto archeologico, che, come già dicevo, possiamo datare al VI secolo a.C. per la presenza degli elmi corinzi e della ceramica».

F.M. – Delle tre navi greche rinvenute nel golfo di Gela, l’unica scavata e restaurata, ben dieci anni fa, non è mai stata esposta al pubblico. Le altre, invece, giacciono ancora sommerse…

S.T. – «Ebbene sì. La sola nave recuperata, nel 2008, e poi restaurata in Inghilterra, attende da 10 anni di essere esposta e attualmente è chiusa in casse, nel vecchio Museo di Gela. Il relitto è stato scoperto 29 anni fa: da allora il progetto del nuovo museo del mare che doveva ospitarlo è pronto, ma non è mai stato realizzato. Abbiamo avuto i fondi solo per la parte strutturale dell’edificio. Le altre navi, invece, sono ancora in acqua e devono essere indagate con ricerche sistematiche. Per recuperarne una e renderla fruibile al pubblico occorrerebbe una cifra pari a oltre 1 milione di euro».

F.M. – Fondi di cui, al momento, la Soprintendenza del Mare non dispone…

S.T. – «No, i fondi strutturali non esistono e i finanziamenti europei soffrono di una notevole lentezza nella spesa. Io riesco a lavorare soltanto grazie a fondazioni statunitensi e sponsor europei, sulla base di progetti che, come Soprintendenza del Mare, intraprendo direttamente con Bruxelles. Del resto, l’istituto di cui sono responsabile può disporre attualmente di una dotazione annuale di 3000 euro, con la quale dovrebbe garantire l’operatività su tutta la Sicilia e sulle isole minori».

F.M. – E avete anche patito drastiche riduzioni in fatto di servizi e mezzi di trasporto…

S.T. – «Esatto, dobbiamo servirci di auto private e chiedere ospitalità agli amici. Il budget annuale dei beni culturali in Sicilia è passato dai 100 ai 18 milioni l’anno. Inoltre, non esiste nella Regione un laboratorio idoneo per il trattamento e la conservazione dei legni bagnati: la nave tardo-romana che ho scavato a Marausa, vicino Trapani, è stata restaurata a Salerno».

F.M. – E poiché non ci sono soldi per poterli scavare, i relitti sono preda dei tombaroli del mare. La Guardia di Finanza – che ha partecipato al recupero dei lingotti – ha provveduto a installare delle reti metalliche di protezione ancorate al fondale che, però, non sempre riescono a fare da deterrente. Già sono visibili i primi varchi aperti dai tombaroli, raccontano i sommozzatori. Quanto è alto il rischio che i reperti vengano trafugati?

S.T. – «La zona è interdetta alla navigazione ma i controlli non vengono effettuati h 24. Né la Soprintendenza, né le autorità possono effettuare un monitoraggio continuo e può capitare che qualcuno si immerga per rubare. Il problema della sicurezza esiste, sebbene il fenomeno dei tombaroli sia diminuito rispetto al passato. Come Soprintendenza, adesso, possiamo contare su una rete capillare di informatori e sugli accordi con Guardia di Finanza e Carabinieri. Non ci sono più le razzie sistematiche e prolungate di un tempo, ma il subacqueo della domenica che si immerge e ruba un’anfora sì».

F.M. – Quali ricerche invece potuto condurre, invece, grazie ai fondi di sponsor privati?

S.T. – «Abbiamo individuato il luogo esatto in cui si svolse la battaglia delle Egadi e trovato ben 11 rostri di navi da guerra, una scoperta di importanza mondiale. Tutto ciò grazie a una fondazione statunitense che mette a disposizione per un mese l’anno una nave da ricerca. Così ho potuto verificare un’intuizione che avevo avuto sul luogo della battaglia delle Egadi: cioè che non fosse presso l’isola di Favignana, ma tra Levanzo e Marettimo. Avviate le ricerche in mare, in quel punto abbiamo trovato i rostri delle navi, una dozzina di elmi e circa 200 anfore.

A Panarea, invece, canalizzando l’interesse di altre due fondazioni, abbiamo recuperato quattro relitti in alto fondale, colmi di vasellame e anfore databili tra il III secolo a.C. e il I d.C.

Con l’Università di Stanford, invece, stiamo scavando un relitto bizantino trovato a Marzamemi, in provincia di Siracusa, che trasportava un’intera chiesa in marmo smontata.

Il brandSicilia attrae molto: grazie alla buona volontà, ai rapporti personali e alla credibilità internazionale, ho potuto offrire situazioni di ricerca di successo. E i reperti provenienti dalle acque siciliane che abbiamo esposto ad Amsterdam, in Olanda, e a Oxford, in Inghilterra, sono già stati richiesti anche da Copenaghen, Bruxelles e Palermo, dove verranno presentati prossimamente con la mostra “Mirabilia Maris”».

[da “ARCHEO. Attualità del passato”, Anno XXXIII, n. 386, Aprile 2017]