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ORICALCO, LA LEGA DEI DESIDERI

Nel VI secolo A.C. tre navi greche colarono a picco nelle acque di Gela con i loro preziosi carichi. A tutt’oggi, però, il recupero è stato solo parziale.

Nel numero di Aprile 2017 di Archeo:
Flavia Marimpietri intervista Sebastiano Tusa

S.T. – «Avremmo bisogno di finanziamenti per continuare le ricerche sulle navi, che risalgono molto probabilmente all’epoca arcaica: il contesto archeologico è databile alla fine del VI secolo a.C. Abbiamo già intravisto lo scafo ligneo di una delle imbarcazioni, dalla quale abbiamo recuperato molto materiale: ceramica, anfore, due elmi corinzi e un gruppo di lingotti di oricalco, una rara lega di rame e zinco, simile al nostro ottone, che gli antichi ponevano al terzo posto per valore, dopo l’oro e l’argento».

F.M. – Di questo metallo leggendario, racconta Platone nel Crizia, era ricca l’isola di Atlantide: ma è la prima volta che l’oricalco viene trovato in lingotti, non è vero?

S.T. – «Sì, per questo la scoperta è eccezionale. Abbiamo recuperato 47 lingotti nello scorso febbraio, che si sono aggiunti agli altri 39 del 2014. l reperti a oggi conosciuti forgiati in oricalco sono molto rari e questa lega non è mai stata trovata sotto forma di lingotti, in nessuna parte nel mondo. Il carico della nave rappresenta dunque un unicum assoluto».

F.M. – Da dove venivano i lingotti? 

S.T. – «Stiamo procedendo con le analisi di laboratorio, effettuate dall’Università di Palermo, per isolare la zona di provenienza. La mia ipotesi è che si tratti di una nave proveniente dall’Anatolia (l’odierna Turchia): sia le fonti che i rinvenimenti archeologici dicono che l’oricalco era conosciuto e usato in alcuni centri dell’Anatolia e in Europa, dove lo troviamo in alcune fibule villanoviane. Era inoltre apprezzato in epoca augustea per coniare monete, soprattutto sesterzi. Avendo il colore dell’oro, esercitava una forte attrazione tra gli antichi».

F.M. – Che cosa suggerisce il fatto che la nave naufragata a Gela trasportasse decine e decine di lingotti di oricalco?

S.T. – «Che qualcuno li aveva voluti, a dimostrazione della ricchezza della città di Gela, colonia rodio-cretese fondata nel VII secolo a.C. e importante emporio commerciale nel Mediterraneo. L’imbarcazione naufragò entrando nel porto e si arenò sulla spiaggia. Ciò significa che nel VI secolo a.C. a Gela esisteva un commercio di oricalco ed erano attive officine artigianali specializzate nella produzione di oggetti di pregio. Adesso si dovrebbe cercare di comprendere la relazione tra i lingotti e il contesto archeologico, che, come già dicevo, possiamo datare al VI secolo a.C. per la presenza degli elmi corinzi e della ceramica».

F.M. – Delle tre navi greche rinvenute nel golfo di Gela, l’unica scavata e restaurata, ben dieci anni fa, non è mai stata esposta al pubblico. Le altre, invece, giacciono ancora sommerse…

S.T. – «Ebbene sì. La sola nave recuperata, nel 2008, e poi restaurata in Inghilterra, attende da 10 anni di essere esposta e attualmente è chiusa in casse, nel vecchio Museo di Gela. Il relitto è stato scoperto 29 anni fa: da allora il progetto del nuovo museo del mare che doveva ospitarlo è pronto, ma non è mai stato realizzato. Abbiamo avuto i fondi solo per la parte strutturale dell’edificio. Le altre navi, invece, sono ancora in acqua e devono essere indagate con ricerche sistematiche. Per recuperarne una e renderla fruibile al pubblico occorrerebbe una cifra pari a oltre 1 milione di euro».

F.M. – Fondi di cui, al momento, la Soprintendenza del Mare non dispone…

S.T. – «No, i fondi strutturali non esistono e i finanziamenti europei soffrono di una notevole lentezza nella spesa. Io riesco a lavorare soltanto grazie a fondazioni statunitensi e sponsor europei, sulla base di progetti che, come Soprintendenza del Mare, intraprendo direttamente con Bruxelles. Del resto, l’istituto di cui sono responsabile può disporre attualmente di una dotazione annuale di 3000 euro, con la quale dovrebbe garantire l’operatività su tutta la Sicilia e sulle isole minori».

F.M. – E avete anche patito drastiche riduzioni in fatto di servizi e mezzi di trasporto…

S.T. – «Esatto, dobbiamo servirci di auto private e chiedere ospitalità agli amici. Il budget annuale dei beni culturali in Sicilia è passato dai 100 ai 18 milioni l’anno. Inoltre, non esiste nella Regione un laboratorio idoneo per il trattamento e la conservazione dei legni bagnati: la nave tardo-romana che ho scavato a Marausa, vicino Trapani, è stata restaurata a Salerno».

F.M. – E poiché non ci sono soldi per poterli scavare, i relitti sono preda dei tombaroli del mare. La Guardia di Finanza – che ha partecipato al recupero dei lingotti – ha provveduto a installare delle reti metalliche di protezione ancorate al fondale che, però, non sempre riescono a fare da deterrente. Già sono visibili i primi varchi aperti dai tombaroli, raccontano i sommozzatori. Quanto è alto il rischio che i reperti vengano trafugati?

S.T. – «La zona è interdetta alla navigazione ma i controlli non vengono effettuati h 24. Né la Soprintendenza, né le autorità possono effettuare un monitoraggio continuo e può capitare che qualcuno si immerga per rubare. Il problema della sicurezza esiste, sebbene il fenomeno dei tombaroli sia diminuito rispetto al passato. Come Soprintendenza, adesso, possiamo contare su una rete capillare di informatori e sugli accordi con Guardia di Finanza e Carabinieri. Non ci sono più le razzie sistematiche e prolungate di un tempo, ma il subacqueo della domenica che si immerge e ruba un’anfora sì».

F.M. – Quali ricerche invece potuto condurre, invece, grazie ai fondi di sponsor privati?

S.T. – «Abbiamo individuato il luogo esatto in cui si svolse la battaglia delle Egadi e trovato ben 11 rostri di navi da guerra, una scoperta di importanza mondiale. Tutto ciò grazie a una fondazione statunitense che mette a disposizione per un mese l’anno una nave da ricerca. Così ho potuto verificare un’intuizione che avevo avuto sul luogo della battaglia delle Egadi: cioè che non fosse presso l’isola di Favignana, ma tra Levanzo e Marettimo. Avviate le ricerche in mare, in quel punto abbiamo trovato i rostri delle navi, una dozzina di elmi e circa 200 anfore.

A Panarea, invece, canalizzando l’interesse di altre due fondazioni, abbiamo recuperato quattro relitti in alto fondale, colmi di vasellame e anfore databili tra il III secolo a.C. e il I d.C.

Con l’Università di Stanford, invece, stiamo scavando un relitto bizantino trovato a Marzamemi, in provincia di Siracusa, che trasportava un’intera chiesa in marmo smontata.

Il brandSicilia attrae molto: grazie alla buona volontà, ai rapporti personali e alla credibilità internazionale, ho potuto offrire situazioni di ricerca di successo. E i reperti provenienti dalle acque siciliane che abbiamo esposto ad Amsterdam, in Olanda, e a Oxford, in Inghilterra, sono già stati richiesti anche da Copenaghen, Bruxelles e Palermo, dove verranno presentati prossimamente con la mostra “Mirabilia Maris”».

[da “ARCHEO. Attualità del passato”, Anno XXXIII, n. 386, Aprile 2017]

Missione in Kenya

Missione culturale in Kenya (15-21 marzo 2016)

La missione è stata richiesta dall’Ambasciata d’Italia in Kenya per il tramite dell’Istituto Italiano di Cultura di Nairobi. L’idea della missione scaturisce da una serie di contatti avuti dalla direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Nairobi Dr. Francesca Chiesa con esponenti del Ministero della Cultura e del National Museum of Kenya nei quali era emersa la richiesta di avere da parte italiana un aiuto nel settore della ricerca, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale sommerso della fascia costiera del Kenya soprattutto nelle aree di Lamu, Ngomeini, Malindi e Mombasa. In Kenya l’archeologia subacquea esiste grazie all’attività di un bravo archeologo subacqueo inquadrato nei ruoli del National Museum of Kenya – Caesar Bita – che, da solo, ha iniziato ad esplorare i fondali ed ha collaborato con una missione cinese nello scavo del galeone spagnolo di Ngomeina. Lo stesso ha anche all’attivo una serie di interessanti pubblicazioni sull’argomento in questione. L’unico altro intervento nel settore era stato lo scavo della fregata portoghese Sant’Antonio de Tanna naufragata nel 1696 davanti al Fort Jesus di Mombasa, scavata dagli Americani dell’INA tra il 1977 ed il 1980.

 16 marzo 2016

La missione è iniziata con un fruttuoso incontro presso la residenza dell’Ambasciatore d’Italia Mauro Massoni che ha organizzato una cena per farmi incontrare alcuni esponenti del settore culturale e turistico kenyota. All’incontro hanno partecipato la Dr. Francesca Chiesa, direttrice dell’Istituto Italia di Cultura, il Dr.Emmanuel K.Ndiema (senior research Scientist, Dept. of earth Sciences, National Museum of Kenya), la Dr. Kiura Purity (Director Museums, Sites and Monuments, National Museum of Kenya) e la Sig.ra Naomi Cidi (Chair Governing Council, The Kenya Cultural centre). L’incontro è stato estremamente proficuo poichè ha gettato le basi per una future collaborazione sia nel campo della ricerca archeologica e storica subacquea che in quello della valorizzazione turistica del patrimonio culturale subacqueo kenyota.

 17 marzo 2016

Sono proseguiti i colloqui con il Dr. Emmanuel K.Ndiema (senior research Scientist, Dept. of earth Sciences, National Museum of Kenya) finalizzati alla creazione di una collaborazione nel settore della ricerca, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale sommerso kenyota. In mattinata ho tenuto una conferenza al National Museum of Kenya, Nairobi su “Central Mediterranenean Underwater Cultural Heritage: Sicilian evidence (An updated review of Sicilian Soprintendenza del Mare research and management in the field of Underwater Cultural Heritage)”. Alla conferenza è seguito un vivace ed approfondito dibattito. Nel pomeriggio mi sono spostato a Mombasa.

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Conferenza al National Museum of Kenya di Nairobi

 18 marzo 2016

A Mombasa ho incontrato  Caesar Bita, l’unico archeologo subacqueo del National Museum of Kenya. Si tratta di un ottimo archeologo subacqueo con una lunga esperienza di ricerche e scavi nel mare kenyota in collaborazione con la missione cinese che ha scavato parte del galeone portoghese rinvenuto nelle acque prospicienti il villaggio di Ngomenini.

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con Caesar Bita e A. H. Athman presso la Direzione Reg.le del National Museum of Kenya di Mombasa

Con lui abbiamo incontrato Mr. A.H.Athman, Assistent Director – Coast, Leven House, National Museum of Kenya che ha caldeggiato la collaborazione nel settore marino chiedendo di inserire le future attività con il National Museum of Kenya nell’ambito di MOU. Anche lui ha manifestato grande interesse per una collaborazione nel settore del patrimonio culturale subacqueo soprattutto in vista di uno sfruttamento turistico.

Abbiamo anche incontrato il Dr. Kalandar Khan, Direttore del “Kenya Heritage Training Institute”, National Museum of Kenya, Mombasa che si è mostrato anche lui notevolmente interessato ad una collaborazione.

In seguito ho visitato il Fort Jesus (patrimonio mondiale UNESCO) ed il museo ivi allestito con annesso laboratorio dove ho visionato i materiali sia del relitto Sant’Antonio di Mombasa scavato dall’INA, sia quelli del relitto portoghese di Ngomeini.

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Fort Jesus

Abbiamo, inoltre, visitato il magazzino dove sono conservate le attrezzature subacquee che ho trovato ben equipaggiato, ben tenuto e aggiornato. Hanno un notevole parco bombole in alluminio, erogatori, mute etc. ed anche una sorbona.

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Esposizione dei materiali del relitto Sant. Antonio de Tanna presso Fort Jesus

Dopo la visita al forte abbiamo fatto una ricognizione in barca nel mare davanti Mombasa visitando in particolare due relitti moderni naufragati sul reef: il Globe Star e il Kotar Menang dove abbiamo effettuato immersione. I relitti sono estremamente validi per uno sfruttamento turistico pur essendo estremamente moderni. Sono ben conservati e ricchi di pesce.

Il pomeriggio sono stato nell’ufficio di Caesar Bita consultando bibliografia, registrando tutto ciò che lui ha pubblicato anche sotto forma di rapporti interni.

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Il relitto del Kotar Menang

 19 marzo 2016

Partendo la mattina presto abbiamo risalito la costa da Mombasa fino al villaggio di Ngomeini per circa km 300.

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Con la Polizia Marittima di Ngomeini

Presso il villaggio la piccola postazione della polizia costiera ci ha accolto con grande disponibilità portandoci con il loro motoscafo sul sito del relitto del galeone portoghese scavato da Caesar Bita insieme ad un gruppo di Cinesi.

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Il Villagio di pescatori di Ngomeini

Il sito del relitto si trova all’imboccatura di un vasto fiordo che penetra per parecchi chilometri all’interno, fiancheggiato da coste sabbiose ricche di mangrovie. Qualche piccolo villaggio di pescatori si scorge tra la fitta foresta di mangrovie. Il relitto giace a circa m 6 di profondità ed è attualmente ricoperto di sabbia per evitare manomissioni e depredazioni essendo ricco di vasellame, porcellane e reperti vari. Evidentemente il galeone stava entrando nel fiordo e dovette incontrare bassi fondali arenandosi. Secondo Caesar Bita stava entrando nel fiordo per andare a caricare mango e miglio.

l'area del relitto di Ngomeini

L’area del relitto di Ngomeini

Proprio nei pressi del punto di partenza dove si trova il posto di polizia costiera si trova la famosa base San Marco dell’Agenzia Spaziale Italiana, le cui piattaforme di lancio per i razzi si trovano nel mare antistante nei pressi del reef. Una breve e doverosa visita ai connazionali mi ha permesso di visitare la base spaziale fondata dal pioniere dell’attività spaziale italiana Prof. Broglio.

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Base dell’Agenzia Spaziale Italiana San Marco

Successivamente ci siamo recati a Malindi dove abbiamo fatto una breve ricognizione sulla costa laddove si trova la croce che ricorda il luogo di ancoraggio di Vasco da Gama.

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Vasco da Gama Point

Abbiamo concordato con Caesar Bita che l’area costiera di Malindi fino al reef andrebbe ricognita poichè potrebbe celare la presenza di galeoni portoghesi di cui si ha notizia che affondarono presso la costa  antistante la città.

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Museo di Malindi

Dopo aver visitato il locale museo ci siamo recati presso il sito archeologico di Gede dove insistono i resti della città sede di uno dei tanti  regni arabi che dominarono la costa a sud della Somalia dall’epoca medievale fino all’arrivo degli Inglesi.

Rovine di Gede

Rovine di Gede

Abbiamo anche visitato un altro sito simile – Ngiumba – che si trova sulla costa tra Malindi e Mombasa. Entrambi i siti, oltre al valore delle rovine che testimoniano la ricchezza dei regni arabi della costa grazie al commercio di varie mercanzie ed anche di schiavi con l’India e con l’Europa, presentano un’attrattiva paesaggistica di grande rilievo.

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Rovine di Ngiumba sulla costa

Sono, infatti, immersi nella foresta che lentamente ha invaso le rovine con una ricchissima vegetazione tipicamente equatoriale caratterizzata da enormi baobab ed altri alberi d’altofusto secolari sui quali volteggiano scimmie e uccelli di vario tipo.

 

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Moschea di Ngiumba

In sintesi la visita è stata estremamente proficua poichè abbiamo verificato la possibilità di stabile una fruttuosa cooperazione con il National Museum of Kenya nel campo della ricerca, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale sommerso della loro costa. In particolare si sono individuate almeno tre campi di collaborazione:

  1. Ricerca e scavo del relitto del galeone portoghese di Ngomeini
  2. Ricognizione dello spazio di mare davanti Malindi e davanti Mombasa alla ricerca di ulteriori relitti
  3. Valorizzazione turistica dei relitti già noti

Museo_di_Nairobi

 

A proposito della ristrutturazione delle soprintendenze elaborata dal Ministro Franceschini

La riforma del settore dei beni culturali inerente la proiezione territoriale delle strutture di tutela avanzata dal Ministro Franceschini con decreto emanato il 23 gennaio 2016 ha suscitato, com’è normale che sia, un vivace dibattito, aspre polemiche e sollevazioni generali di enti, associazioni e singoli personaggi concretizzatesi attraverso petizioni pubbliche con raccolte di firme per “bloccare” tale ristrutturazione del settore.

Avendo analizzato la summenzionata proposta di riassetto mi sono reso conto che essa ha certamente un risvolto negativo poiché è ispirata da una discutibile, seppur forzata, tendenza al risparmio in un settore che, essendo vitale per la nostra economia, non dovrebbe subire tagli, ma anzi incrementi finanziari, come avviene in altri paesi limitrofi. Ma ha anche, mi preme sottolinearlo, un forte carattere innovativo che la rende al mio giudizio accettabile e positiva.

Finalmente anche al livello ministeriale ci si rende conto che la settorializzazione e la parcellizzazione del cosiddetto “bene culturale” sono da rivedere, e che sia detto bene mobile o immobile, sia esso contestualizzato (a maggior ragione) che isolato, non può essere trattato separatamente dal suo contesto generale né sul piano della tutela, né tantomeno su quello della ricerca, né della valorizzazione. Il principio che sta alla base del provvedimento è ormai un prerequisito consolidato nel nostro settore disciplinare. Da qualche decennio ormai, anche in Italia, ambiente tradizionalmente impermeabile alle innovazioni metodologiche per la sua innata vocazione classicista imperante, il principio della interdisciplinarietà o multidisciplinarietà appare accettato universalmente anche se poi la sua applicazione risulta ancora settoriale. Tuttavia non penso che vi siano colleghi che possano contestare la validità dell’analisi e del trattamento di un fenomeno archeologico, di un contesto paesaggistico o di un singolo manufatto, in una prospettiva multidisciplinare che ne esalti tutti gli aspetti formative, naturali e materici.

Pertanto questo principio ormai indiscutibile era ora che entrasse anche nella pratica e nell’ordinamento dei Beni Culturali. Del resto risulta ormai diffuso nel campo della didattica e ricerca universitaria e di altri enti di ricerca. E’ fuori da ogni logica scientifica affrontare uno scavo di un sito di qualsivoglia natura o lo studio di un manufatto sia esso comune o di pregio senza adottare un’impostazione metodologica che contempli il più ampio spettro di apporti tecnico-scientifici provenienti da altre discipline. Ma anche nel campo della tutela, come è possibile avviare un’efficace azione protettiva senza avere la contezza esaustiva multispettrale di ciò che si vuole conservare? Ed infine cosa dire del maggior bisogno da parte di utenti sempre più esigenti di una valorizzazione a 360° che esalti i valori contestuali di un’opera o di un sito e le sue interrelazioni culturali e con l’ambiente?

In sintesi l’approccio interdisciplinare che caratterizza la scienza moderna, anche quella inerente il campo dei Beni Culturali è un valore ed una conquista dalla quale non si può prescindere pena il ritorno ad un oscurantismo scientista ed iperspecialistico settoriale fine a se stesso. Come non fare riferimento per avvalorare tale approccio a quanto è stato teorizzato e praticato, e da molti di noi esaltato al limite del fanatismo, dall’archeologia processualista (alias “New Archaeology”)? Come non ricordare la lezione interdisciplinare degli Annales che predicava la fusione delle scienze dell’antichità amalgamando storia, archeologia, filologia e geografia?

Ha fatto bene Franceschini ad allineare finalmente il settore gestionale del patrimonio culturale italiano ad una metodologia diffusa, efficace ed universalmente accettata. Nella nuova struttura che speriamo venga attuata con efficacia e professionalità è il paesaggio a diventare l’elemento unificante di ogni emergenza culturale sia essa materiale che immateriale. Quel paesaggio che costituisce senza ombra di dubbio la valenza maggiore del “Bel Paese” che tutti ci invidiano.

Il concetto della centralità del paesaggio è alla base di uno dei più originali ed efficaci strumenti di governo del territorio che è il Piano Territoriale Paesistico. Intuizione geniale che ha fatto del paesaggio l’irrinunciabile cornice non solo della tutela ma anche della valorizzazione delle emergenze culturali del territorio.

E’ con soddisfazione, inoltre, che constato che quanto fu fatto da noi in Sicilia negli anni ’70 del secolo scorso con la rivoluzionaria riforma di settore che istituì già allora la Soprintendenza unica multidisciplinare, riceve, finalmente, un riconoscimento nazionale. In Sicilia, tra luci ed ombre dovute spesso a una cattiva amministrazione più attenta al clientelismo che alla professionalità (ma questo, ahinoi, è un male nazionale), il bilancio sulla gestione della Soprintendenza unica provinciale è senza dubbio positivo. Affrontare le tematiche del territorio con il lavoro comune, all’interno dello stesso istituto, di professionisti di più discipline è stato esaltante ed efficace.

Chiederei ai tanti colleghi che si scandalizzano per questa paventata riforma: cosa c’è di più gratificante di lavorare gomito a gomito tra archeologi, architetti, urbanisti, storici dell’arte, antropologi, paesaggisti, naturalisti tutti animati dal valorizzare un bene comune? Dato che la risposta non può che essere positiva, al netto di patologie da curare, mi sorge il dubbio che questa levata di scudi sia dettata dal solito vizio di alcuni intellettuali (per la verità pochi) di volere coltivare il proprio orticello senza avere la capacità di affrontare il confronto che, a volte, può diventare scomodo, ma pur sempre stimolante. O peggio dal timore di perdere il proprio piccolo effimero potere paventando (e spaventandosi) di vedere il proprio ufficio “perdersi” in un contesto amministrativo più grande diretto da altri ?

Ovviamente sono convinto che se tale riforma non viene affiancata dal rilancio di una sana politica di reclutamento periodico di nuove leve da inserire nella pubblica amministrazione rimarrà uno dei tanti provvedimenti privi di reale incidenza nei processi di governo del territorio. Così come è da tenere sempre a mente che ogni intervento nel campo dei beni culturali non può essere dettato da esigenze di cassa immediate. La tutela di un bene deve essere basata su principi slegati dalle sue potenzialità economiche. Guai a investire laddove si fa cassa. In tal modo il tessuto connettivo del Bel Paese che tutti ci invidiano e che costituisce la sua peculiarità verrebbe meno creando soltanto “cattedrali nel deserto”.

 

Sebastiano Tusa [23 gen 2016]

LE GROTTE D’INTERESSE PREISTORICO DELLA SICILIA OCCIDENTALE: PASSATO E FUTURO di Sebastiano Tusa

tratto da Atti del 4° Convegno di Speleologia della Sicilia – Custonaci 1-5 maggio 2002

in “Speleologia Iblea” vol. 10, anno 2002, pagg. 277-284

[Riassunto: Al fine di affrontare con efficacia il problema della tutela e delle corretta fruizione delle cavità di interesse preistorico, è essenziale effettuare un censimento globale delle cavità di interesse preistorico. Ciò è stato fatto per la Sicilia Occidentale, in cui le grolle vengono raggruppate nei comprensori di Carini, “Za Minica”, Capaci, Capo Gallo, Monte Pellegrino, Cruillas-Uditore, San Ciro, Monte Inici, San Vito Lo Capo, Monte Cofano, Monte San Giuliano, Egadi. Per la tutela delle grotte del litorale trapanese, si è già elaborato un progetto di itinerario con l’individuazione di una serie di puntuali interventi già progettati e finanziati nell’ambito di “Agenda 2000”].
Copertina della rivista "Speleologia Iblea" vol. 10, anno 2002

Atti del 4° Convegno di Speleologia della Sicilia – Custonaci 1-5 maggio 2002

“In iis vero ossa gigantum, quibustellus nostra referta est, primum merito locum occupare jubeo”. 
I Giganti abitarono la Sicilia, ma Palermo sembra essere stata la loro sede preferita a giudicare da ciò che i nostri predecessori scrivevano nel XVI e XVII secolo, tra i quali Mariano Valguarnera dalla cui Antiquitates Panormitanae è tratto il brano succitato. Che triste destino per i Giganti! Un tempo erano i padroni di Palermo, adesso le loro dimore diventano scarichi di ogni tipo, quando addirittura non vengono cancellate da cave e sbancamenti.

E’ una sorte tragica che ha sconvolto anche gli stessi… Giganti, o meglio i loro resti mortali. Furono ampiamente enfatizzati dalla scienza ufficiale agli inizi del secolo scorso quando da Scinà in poi non furono più considerati resti di Giganti, ma fossili di animali estinti. Per essi si realizzò addirittura una sede  prestigiosa: il Museo di Paleontologia, voluto da Gaetano Giorgio Gemmellaro, chiamato nel 1862 a ricoprire la prima cattedra di Geologia e Mineralogia. Gaetano Giorgio era figlio di Carlo, geologo altrettanto famoso ed animatore dell’ Accademia Gioena, e padre di Mariano che si distinse quale continuatore dell’opera paterna di arricchimento del Museo fino alla sua prematura morte.

Ho voluto ricordare questo episodio perché è strettamente collegato al problema di una corretta gestione delle grotte sia per motivi intrinseci al fenomeno sotto il profilo scientifico, ma anche per rifiutare un’idea erronea che relega in secondo piano tutto ciò che riguarda la preistoria in quanto poco attraente ed interessante per il grande pubblico. Paradossalmente questo scarso interesse è ben più radicato fra gli addetti ai lavori che non fra il grande pubblico. Lo dimostrano i dati succitati e lo dimostra anche il fatto che nell’ambito del volontariato molta più attenzione è rivolta alla preistoria che al resto del passato.

Le grotte della Sicilia occidentale nella stragrande maggioranza sono state create dal mare quando questo batteva a quote più elevate rispetto al livello odierno. Secondo la vecchia classificazione, in via di  superamento, il livello del mare Calabriano, riferibile all’interglaciale Gunz-Mindel (540.000-480.000 anni fa), produsse tutto ciò che si colloca intorno a quota 108, il livello Siciliano, riferibile all’interglaciale Mindel-Riss (200.000 anni fa), tutto ciò che si colloca intorno a quota 85 ed i vari livelli Tirreniani (200.000-80.000 anni fa), tutto ciò che si colloca Ira i 30 ed i 3 m.s. l.m. Questa schematizzazione non esaurisce il quadro fenomenico della genesi delle caverne. Esistono nel nostro territorio molte grotte di origine carsica e molte altre dove fenomeni di carsismo e di erosione marina si intersecano dando luogo ad interessanti prodotti naturali.

Quasi tutte presentano, laddove il deposito terroso interno o antistante si è conservato, alla base della loro stratigrafia un più o meno potente livello comunemente detto a “terra rossa”. Tale livello si formò nei primi stadi della glaciazione di Wurm e la sua notorietà è dovuta ai resti di fauna in esso contenuti. Troviamo il rinoceronte (Rhinoceros Mercki), l’ippopotamo (Hippopotamus amphibius pentlandi), il leone e la iena delle caverne (Felis leo spelaeus e Hyaena crocuta spelaea), un equide zebrato (Equus hydruntinus), il bue primigenio (Bos primigenius), il cervo (Cervus elaphus), il cinghiale (Sus scropha ferus), l’orso bruno (Ursus  arctos).

Ma le specie che più hanno interessato il pubblico sono stati i famosi elefantini nani che una teoria criticata, ma tuttora in voga, giudica prodotti da un processo di progressivo nanismo generato dall’isolamento endogamico nel quale i grandi elefanti giunti precedentemente (Elephas antiquus) si trovarono. Si hanno così le tre specie di elefanti attraverso le quali si nota questa progressiva riduzione dimensionale (El. ant. mnaidrensis,  El. ant. melitensis, EI. ant. falconeri). A questo fenomeno di nanismo ne fa riscontro speculare uno di gigantismo che interessa il ghiro (Myoxus Leithia – melitensis).

Il periodo successivo, Pleistocene finale ed Olocene iniziale, vede l’affermarsi delle culture del Paleolitico superiore e del Mesolitico che hanno nel comprensorio cavernicolo in questione uno dei loro punti di maggior addensamento. Numerose grotte hanno offerto, sia con scavi regolari che con raccolte disordinate effettuate da oltre un secolo, varie collezioni litiche di strumenti che, secondo la classificazione francese, si definiscono epigravettiane poiché presentano dei tipici strumenti, quali la punta omonima, il coltello a dorso abbattuto, il grattatoio frontale e bulino, che una sequenza tipologica evolutiva colloca intorno ai 12.000 anni fa.

Il passaggio al Mesolitico è indolore. Pochi i mutamenti tipologici nel senso di un generico microlitismo che riduce dimensionalmente la produzione litica e vede la comparsa di strumenti compositi quali le cosiddette frecce a tranchant trasversale ed il microbulino. E’ in questo periodo che troviamo, in Sicilia, le prime testimonianze di rituali funerari evidenziate alla Grotta dell’Uzzo, nel territorio di San Vito lo Capo, ma anche nella Grotta della Molara in pieno comprensorio urbano di Palermo.

I periodi successivi sono testimoniati nelle grotte attraverso sporadici, ma cospicui, gruppi di materiali che indicano la presenza di un articolato ed interessante processo di neolitizzazione, le cui tappe andrebbero analizzate con la rigorosità scientifica che è, purtroppo, mancata finora. Come giudicare, infatti, i grandi depositi di molluschi marini, dei veri e propri escargotier, presenti in numerosissime grotte, se non come il prodotto di quello stadio di ottimizzazione della raccolta che prelude all’ insorgenza delle attività produttive di tipo agricolo e pastorale?

Anche l’occupazione delle grotte nei periodi successivi del neolitico e della prima età dei metalli è ampiamente testimoniata, ma non inquadrata in una conoscenza specifica del carattere di tale frequentazione rupestre. Mancano, come spesso avviene, delle ricerche efficaci in tal senso. Ma le grotte furono ancora utilizzate; per dirla con Valguarnera, i Giganti le colmarono ancora di attenzioni. Ma a che scopo? Sappiamo per certo che una di esse, quella del Ferraro, sul versante sud-occidentale del Pellegrino, fu adibita a sepolcreto nella media età del bronzo. Altre, forse, come quelle più oscure ed impervie del Garrone e delle Volpi sul massiccio del Carpineto, furono adibite alla pratica di culti connessi con le polle d’acqua purissima che sgorga al loro interno; fenomeno che si è riproposto in epoca moderna con il macroscopico fenomeno del culto di Santa Rosalia. Altre, infine, come nel caso della Grotta dei Cavalli sul Monte Inici, poterono servire da rifugio a gruppi marginalizzati di pastori ai margini di un mondo ormai profondamente agricolo.

Prima di parlare dei sogni, cioè di quello che queste grotte potrebbero diventare in una Sicilia diversa, come inizio naturale di un discorso di centralità dei Beni Culturali, descriviamone sommariamente i caratteri.

 

Comprensorio di Carini : Grotte di Carburangeli, dei Puntali e di Maccagnone

L’interesse di queste stazioni è misto. In queste cavità (Carburangeli) Gemmellaro operò con successo, ma anche le altre hanno offerto ingenti quantità di fauna pleistocenica. Inoltre esse hanno offerto documenti inequivocabili di presenza umana a partire dal Pleistocene finale fino all’età neolitica e del metalli (Puntali). Infine, grazie al Mannino, conosciamo alcune incisioni lineari e zoomorfe dai Puntali.

Queste grotte sono state già in parte demanializzate, ma ancora molto deve essere fatto per valorizzarle e tutelarle adeguatamente.

 

Comprensorio della ” Za Minica”: Grotta della “Za Minica” e nicchia presso la stessa

La grotta in questione è una di quelle che più ha offerto nel campo del la paleontologia, anche se recentemente. E’ stata al centro di un vero e proprio saccheggio di fossili in anni recentissimi. Tuttavia, per fortuna molto materiale è affluito al Museo di Paleontologia ed è ora in corso di studio. La ricchezza del deposito è entusiasmante e sebbene anche le pale meccaniche abbiano recentemente dato il loro mortale contributo è certo che consistenti porzioni del deposito possano essere ancora vagliate. Del deposito paletnologico si sa ben poco.

In questa grotta fu individuata dal Mannino una piccola incisione zoomorfa parzialmente coperta da breccia ossifera.

Nella vicina piccola nicchia vi sono tante linee incise ed alcune figure dipinte di tipo schematico che potrebbero essere messe in relazione con quella “moda” basata sui complicati gorgheggi del meandro, della spirale e dei labirinti che si sviluppa in Italia meridionale e Sicilia dal neolitico medio all’eneolitico inoltrato (vedi ceramica di Serra d’Alto e complesso figurativo di Porto Badisco).

Già demanializzata va adeguatamente tutelata e valorizzata.

 

Comprensorio di Capaci: Grotte di Pizzo Muletta (della Paglia, Munga, dei Cocci e delle Incisioni) e Grotta Mastricchia

Si tratta di piccole cavità tutte suggestivamente abbarbicate in questo massiccio isolato che si erge sulla pianura costiera (tranne la Mastricchia). Il loro interesse sta nella presenza di tante incisioni lineari rinvenute dal Mannino. Questo schematismo lineare, di per sé insignificante, è, in realtà, uno degli enigmi più affascinanti della preistoria mediterranea.

Dai  traits capsien del Maghreb, ai marques de chasse della Languedoc e della Provence è tutto un ritrovarsi di quest’esasperata linearità che ha trovato consensi sulla datazione al periodo in questione, ma dissensi sull’interpretazione. Ebbene per chi volesse meditare su questo astrattismo primordiale basta arrampicarsi sul Pizzo Muletta e contemplare il verticalismo deciso c sinuoso di questi tratti.

Qui, oltre alle normali operazioni di acquisizione, andrebbe realizzato un agevole percorso ligneo che permetta l’agevole godimento delle incisioni.

 

Comprensorio di Capo Gallo: Grotte Impisu, del Faro, dei Vaccari, Regina, del Capraio, Perciata, dei Vitelli e dell’Acqua

La maestosità del massiccio promontorio che rispecchia nelle acque del sottostante mare cristallino, ancora miracolosamente disinquinate, una suggestiva scala cromatica di rossi, si avvale anche di queste grotte ben visibili dal basso data la loro discreta imponenza. Tra le prime ad essere poste all’attenzione della scienza grazie al barone Anca verso la metà del secolo scorso, esse presentano una molteplicità di aspetti che le rende fra le più interessanti della potenzialità della ricerca futura. I loro depositi sono in gran parte conservati ed in superficie selci e cospicui depositi di molluschi fanno presagire grosse novità nel campo della ricerca. Inoltre una di esse, la Regina, fu sede di un santuario punico e forse il toponimo ne è un ulteriore ricordo. Al di la di varie incisioni ricordiamo, unico esempio in Sicilia le impronte di cinque mani dipinte in ocra rossa nella Perciata.

Si tratta di cavità ancora da tutelare e valorizzare adeguatamente.

 

Comprensorio del Monte Pellegrino: Grotte dei Morselli, del Condannato, del Ferraro, del Ponte, Niscemi, della Diaclasi, del Laghetto, della Colonnina, del Vallone la Montagnola, Perciata, Addaura Caprara, dei Bovidi o Antro Nero, Addaura II, di S. Rosalia, del Caccamo etc.

Non si finirebbe mai di descrivere le peculiarità di questo comprensorio unico nel suo genere. Sarebbe superfluo soffermarci sulle singole cavità. Lo ha già fatto con estrema attenzione il Mannino nella citata monografia. Basta ricordare i nomi dell’Addaura e di Niscemi, ma anche del Ferraro, per evocare grandi problematiche scientifiche e ricche suggestioni culturali. La natura in questo caso non è stata tradita dall’uomo. Il Monte è salvo, cosi come le sue grotte. Malgrado lo stato di degrado nel quale alcune di queste grotte versano, con un minimo intervento potrebbero tutte o quasi diventare meta agevole di visita.

Qui l’ interesse paletnologico si può coniugare con quello speleologico. L’ Addaura Caprara presenta, infatti uno sviluppo interno considerevole sia sotto il profilo dimensionale che dell’interesse squisitamente speleologico.

Le grotte dell’Addaura e di Niscemi sono state già demanializzate ed adeguatamente tutelate. In entrambe (Antro Nero e Niscemi) sono stati anche effettuati interventi di pulitura e consolidamento delle pareti che presentano le rilevanti testimonianze d’ arte rupestre. Purtroppo manca un’adeguata valorizzazione.

 

Comprensorio di Cruillas-Uditore: Grotta della Molara e dei Pitrazzi e grotte della Montagnola di Santa Rosalia.

La Molara, ormai acquisita al Demanio Regionale, è una di quelle grotte dotate di una sequenza cronostratigrafica pressoché ininterrotta dal Pleistocene ad oggi in un deposito ancora poco noto se si eccettua il sondaggio Mannino che portò all’identificazione della stratigrafia e della presenza di una necropoli mesolitica di grande importanza scientifica. E’ una delle grotte dove la fantasia e la bravura di un progettista potrebbero convergere per farne una delle mete più significative della preistoria italiana. Un meraviglioso esempio di solco di battente accoglie il visitatore dandogli l’immagine remota di come la grotta nacque in seguito all’incessante spumeggiare erosivo dei flutti. Quando il mare si ritirò l’uomo vi dimorò per millenni ponendovi anche i propri defunti. La stratigrafia stessa è, quindi, un documento unico, così come la necropoli, tra le più antiche d’Italia. Anche qui l’interesse paletnologico si sposa con quello speleologico della parte interna della stessa cavità.

Altre cavità si aprono nelle pendici dei Pitrazzi. Il nome stesso indica la natura dei luoghi. Si cammina su una distesa enorme di sporgenze acuminate quasi come se si trattasse di lillipuziani in affannosa risalita su una grattugia.

Questa vasta zona presenta delle indubbie qualità naturali, paesaggistiche ed archeologiche. Ma se si sposta di qualche grado l’angolo di visuale ci si accorge di essere in un vero e proprio inferno. Cave ed aborti di cave hanno squarciato la montagna lasciando la grotta e parte dei Pitrazzi come sospesi nel vuoto. Inoltre, come se non bastasse, ingenti accumuli di detriti di ogni tipo hanno compromesso anche le poche zone di naturale morfologia che erano resistite alle mine. Se ci si astraesse un istante dal tempo e dal luogo si potrebbe facilmente pensare di trovarsi in un campo appena uscito da un pesantissimo bombardamento.

Una grande opera di risanamento e di riassetto è necessaria per ridare dignità alla grotta ed alla zona  circostante in quadro di equilibrato rispetto reciproco fra attività circostanti e fruizione turistico-culturale.

L’altro gruppo di grotte che potremmo inserire in questo comprensorio è oggi difficilmente raggiungibile dalla Molara a causa delle cave, ma non è molto distante nella realtà. Si tratta del suggestivo massiccio detto Montagnola di Santa Rosalia che oggi incombe sugli alienanti quartieri popolari di Uditore e Passo di Rigano. Le piccole grotticelle che vi si aprono presentano ormai poco deposito paleontologico in situ, ma offrono altri esempi di questa enigmatica espressività lineare, oltre a qualche raffigurazione zoomorfa.

Per la Molara è ormai inderogabile la costituzione del Parco ed il risanamento dell’area mediante rimozione dei detriti e ripatinatura delle pareti squarcia te mediante piantumazione oculata.

Per la Montagnola di Santa Rosalia è opportuna la sua demanializzazione nonché creazione di percorsi  lignei di approccio.

La creazione di un parco culturale urbano in una delle zone più disastrate della città sotto il profilo sociale è certamente una grande scommessa ed un grosso rischio (vedi Parco Lambro, Appio etc.). Ma penso che vale la pena correrlo. Anzi potrebbe essere un contributo minimo, ma valido al risanamento delle borgate in questione. Oltre a dotarle di spazi adeguatamente organizzati ed arredati, la sua gestione potrebbe offrire alla disoccupazione del luogo occasione di impegno (pulizia e manutenzione affidata a cooperative o comunità locali). Se vi è un nesso fra degrado sociale e morale delle borgate e degrado naturale ed  ambientale vistosamente rappresentato dalle ferite e dagli squarci nelle montagne adiacenti, penso che sia legittimo avere l’ottimismo di pensare che il risanamento ambientale sia un piccolo passo nella giusta direzione.

 

Comprensorio di San Ciro: Grotte di San Ciro

In verità qui l’interesse maggiore risiede nel fatto che le grotte suddette sono legate alla prima fase della ricerca paletnologica del territorio palermitano. Qui furono rinvenuti quei tristemente famosi 400 quintali di ossa fossili di fauna pleistocenica finiti in Francia ed Inghilterra per realizzare il nero fumo necessario all’industria della raffinazione della canna da zucchero. A queste grotte sono legate i nomi del Valguarnera, Fazzello, Falconer, Scinà e Cuvier, e tanti altri illustri nomi della più antica paleontologia europea. Su di esse si appuntò il dibattito scientifico che vide questa scienza uscire dalla leggenda dei Giganti per approdare alle posizioni odierne attraverso lo stadio intermedio rappresentato dalle ipotesi dei grandi cimiteri di pachidermi portati in Sicilia nel 250 a.C. dalle truppe di Asdrubale.

Qui il discorso del risanamento è più complesso, ma al contempo più entusiasmante. Le grotte in questione. infatti, sono inserite in un comprensorio particolarmente ricco di presenze monumentali. Dal castello di  Maredolce, il cui lago artificiale resiste ancora integralmente agli attacchi speculativi, alla chiesetta di San Ciro in avanzato stato di restauro, al vicino complesso di Santa Maria di Gesù è un sistema di monumenti di consistente valore che va ricucito anche e soprattutto dopo il terremoto dell’assetto originario prodotto dalla costruzione dell’autostrada.

 

Comprensorio di Monte Inici

Il Monte Inici è quel rilevante massiccio che si erge maestoso tra il Golfo di Castellammare e Segesta raggiungendo quasi i mille metri di altezza. Peculiare è la struttura fortemente stratificata in senso obliquo con la presenza, soprattutto alle quote più elevate, di ingenti depositi di ammoniti inserite in una roccia di color rosso vivo detta appunto “rosso ammonitico”. Questa roccia è stata cavata da molti secoli e tra le opere più note di carattere storico-architettonico costruite con questa pietra si ricorda la scalinata del Palazzo Reale dei Normanni di Palermo.

Recentemente, sul versante orientale del Monte Inici è stato identificato un ricco ed articolato dedalo di grotte di origine carsica legate al fenomeno termale tuttora esistente nelle immediate vicinanze, alle Terme Segestane. Tali grotte hanno uno sviluppo interno di alcune migliaia di metri e conservano in molteplici punti segni evidenti della presenza umana sia preistorica che medievale.

La sequenza culturale finora identificata, va dal neolitico medio (facies di Stentinello) all’eneolitico medio  (facies di Serraferlicchio), a giudicare dai reperti ceramici raccolti e dalle datazioni al radiocarbonio effettuate sui campioni di carbone prelevati nel corso degli scavi.

L’ interesse per la Grotta è dato dal perfetto stato di conservazione del deposito che appare incontaminato da quando l’ultimo abitante preistorico ne calpestò il suolo. L’ impressione che si ricava attraversando le altre sale della lunga cavità è di trovarci di fronte ad un’occasione irripetibile per la ricerca scientifica. Non è facile, infatti, trovare cavità così ricche di stratigrafia dato che, come è noto, la quasi totalità delle grotte siciliane è stata svuotata in tempi più o meno recenti. La visione desolante della roccia di fondo affiorante in numerose grotte è qui assente. Si cammina su un soffice terreno archeologico dal quale fuoriescono qua e là frammenti di ceramiche passate e oggetti in pietra lavorata.

Il repertorio materiale che si trova negli scavi non riveste alcuna importanza sul piano artistico e venale trattandosi di ceramiche frammentarie, strumenti in osso ed in pietra. Tuttavia alto è l’interesse scientifico poiché per la prima volta è possibile studiare nel suo divenire millenario una comunità cavernicola la cui conoscenza riveste ancora più importanza poiché situata in un ambiente del tutto particolare. Non siamo, infatti, sul mare o nel tipico ecosistema collinare siciliano tanto comune. Ci troviamo in un ambiente che definire montano potrebbe apparire paradossale dato l’incantevole panorama sul golfo, ma che in effetti lo è date l’altezza e la morfologia dei luoghi.

Abbiamo notato, infatti, la presenza di una ricca serie di ceramiche finemente decorate da incisioni secondo gli stili di Stentinello (neolitico) e San Cono-Piano Notaro (eneolitico) e da pittura secondo gli stili di Serraferlicchio e del Conzo (eneolitico). Accanto vi è una ricca industria su osso (aghi, punte e spatole) nonché un’articolata industria litica in selce ed ossidiana. La presenza del tipico vetro vulcanico liparota ci induce a pensare che queste comunità montane non erano del tutto estranee a ciò che circolava sulla costa traendo benefici dai contatti trasmarini.

Presso un’altro ingresso alla medesima grotta, denominato Grotta dello Spirito, un piccolo saggio (anch’esso non finito), ha messo in evidenza la presenza di materiali medievali. A questo periodo ci riporta prepotentemente il non lontano Abisso dei Cocci, difficilmente raggiungibile, dove abbiamo constatato l’esistenza di molta ceramica sparsa sul suolo roccioso pertinente i secoli XI-XV. Tale presenza cospicua di ceramiche medievali; giustificabile con una frequentazione intensa della cavità, è da mettere in relazione con il vicino insediamento di Khalatameth scavato da archeologi francesi. E’ probabile che tale grotta  servisse da ricovero per i pastori che dall’ insediamento presso il fiume si avventuravano per giorni sulle alture vicine.

Da questa scoperta e da ciò che già conosciamo attraverso gli scavi alla Grotta dell’Uzzo, possiamo trarre già i primi indizi per iniziare a delineare la prima pagina di storia di questo incantevole territorio. Sappiamo che anche qui, come in altre parti del globo, si consumò uno dei traumi più dirompenti della storia umana: la scoperta dell’agricoltura con il conseguente abbandono del sistema venatorio di sussistenza.

Sappiamo che dopo le prime fasi di sperimentazione agro-pastorale, l’allevamento iniziò ad avere un molo preminente tra le comunità neo-eneolitiche della Sicilia (tra il V ed il III millennio a.c.). In quest’ottica lo scavo alla Grotta del Cavallo riveste un ruolo importante poiché ci permette di capire la genesi di un  sistema e di una cultura pastoralistica che, come sappiamo, tanto peso hanno avuto nella storia della Sicilia fino in tempi recenti e che si consumò probabilmente attraverso un divorzio tra popoli del mare e popoli della montagna.

La grotta del Cavallo è già in area demaniale forestale. Ma la sua fruizione difficile è stata garantita grazie ad una convenzione che la Sovrintendenza BBCCAA di Trapani ha stipulato con il C.A.I. sede di Palermo che prevede l’affidamento del bene affinché l’ente affidatario ne curi la tutela, la pulizia e la fruizione secondo modalità concordemente stabilite.

 

Comprensorio di San Vito Lo Capo

La Grotta dei Cavalli si trova sulla falesia occidentale del Capo San Vito. In una sala absidata al fondo della grande grotta si trovano delle raffigurazioni dipinte in rosso e nero. L’ingresso alla sala è segnalato da una serie di elementi dipinti sullo stipite destro tra i quali campeggia un elemento antropomorfo itifallico.

La quasi totalità delle pitture è raggruppata in due insiemi distinti anche tematicamente poiché il primo, più cospicuo, è costituito da elementi simbolico-descrittivi lineari, sinuosi, taccheggiati ed estremamente complessi, l’altro più interno è caratterizzato, invece, da figure antropomorfe filiformi, tra le quali spicca un arciere.

La rappresentazione della figura umana alla grotta dei Cavalli si inquadra nel quadro vastissimo che vede la presenza di figure filiformi con le braccia a croce o alzate e, spesso, con l’indicazione del sesso in chiara attitudine itifallica. L’esistenza, nell’ambito di tale vastissima tipologia, di coincidenti atteggiamenti, quali appunto l’itifallia, o la copresenza di questa con le braccia sollevate tanto da dar vita alla ben nota forma a doppio tridente, presente anche nella famosa Grotta di Porto Badisco in Puglia, studiata dal Graziosi, o, infine, gli arcieri, potrebbero indurre a pensare all’esistenza di significati simbolici universali che si creano sul finire del IV millennio a.c. (Neolitico medio e finale).

La diversa trattazione della figura umana nella Grotta di Cala dei Genovesi di Levanzo, caratterizzata da una spiccata volumetria e dalla commistione con elementi di ispirazione animalistica (insetti), ci induce a pensare che il nostro complesso della Grotta dei Cavalli rappresenti una fase seriore.

Inoltre mancano del tutto a Levanzo, e nel panorama siciliano, le complicate figure schematiche che arricchiscono il nostro complesso figurativo.

Né ci aiutano altri complessi dell’ Italia peninsulare nella ricerca di confronti specifici. A Porto Badisco mancano, infatti, le bande sinuose taccheggiate, gli schemi a sinusoide maculata e gli elementi solari. E le stesse somiglianze enucleabili fra gli elementi a semicerchi paralleli presentano delle significative  divergenze allorquando vediamo che a Porto Badisco si tratta sempre di forme aperte e con un elemento centrale ortogonale, mentre nella nostra grotta tale elemento è presente solo in un caso, ed in maniera diversa.

Vi è, nel nostro complesso, una maggiore sinuosità e, talora non si tratta di forme aperte, bensì di sinusoidi che si collegano ai vertici sì da creare delle vere e proprie ellissi. E’ per questo che non riteniamo applicabile al nostro complesso l’interpretazione animalistica di siffatti motivi.

Ci siamo rivolti, quindi, alla produzione vascolare siciliana, e della Sicilia occiidentale in particolare, per ritrovare stilemi e schemi che potessero guidarci nella caratterizzazione cronologica e culturale del nostro complesso, e li abbiamo trovati nella ceramica della facies di San Cono – Piano Notaro.

Il periodo compreso fra i due complessi pittorici di Levanzo e di Grotta dei Cavalli vede la Sicilia passare dal momento di climax del modello di sviluppo agro-pastorale neolitico alla sua crisi dovuta sia a cause interne, insite a tutti i sistemi in rapida crescita, sia al riflesso di sconvolgimenti tecnologici altrove realizzatisi.

Durante il neolitico il modello verista era sempre alla base delle espressioni semplificate. L’immaginario di Levanzo, in fatti, è costituito da figure umane ed animali e ben si accorda alle caratteristiche di un sistema agro-pastorale in espansione.

Viceversa l’ immaginario di grotta dei Cavalli è privo, o quasi, di animali di qualsiasi tipo e sembra indugiare esclusivamente sull’uomo e su una serie di concetti espressi attraverso simboli astratti che poco hanno a che fa re con le forme e le sembianze del mondo reale. Ciò chiaramente indica un rapporto non più idilliaco con il mondo circostante che si esprime in un sostanziale rifiuto dell’universo dei segni umani, vegetali e zoomorfi a vantaggio della estrema concettualizzazione astratta di idee, miti, leggende, topografie etc. Vi è la tendenza a contrarre la realtà, quasi a preludio della scrittura pittografica, come se il segno grafico si legasse sempre più ad una funzione specifica di trasmissione sintetica piuttosto che di narrazione.

L’ intervento previsto nell’ambito di “Agenda 2000″ si concentrerà in una limitata attività di scavo archeologico stratigrafico onde poter reperire dati utili per arricchire la conoscenza della storia dell’occupazione umana della grotta.

Prevede, inoltre, un intervento di sistemazioni a parco visitabile dell’area operando in maniera  estremamente delicata onde non alterare alcunché della naturalità dei luoghi. Pertanto si prevede di intervenire mediante manodopera al fine di agevolare l’accesso ripristinando i vecchi sentieri o realizzandone di nuovi. Tali sentieri, nonché l’area archeologica dovranno essere delimitati da recinzione leggera in paletti di castagno. Dovranno essere realizzati alcuni pannelli didattici esplicativi indispensabili per la visita.

La Grotta di Cala Mancina si apre sull’omonima caletta, sulla costa occidentale del Capo. Si tratta di una piccola cavità di formazione marina che sovrasta altre piccole grotticelle che presentano interessanti residui di depositi concrezionati risalenti al paleolitico superiore e mesolitico. Nella grotta suddetta si segnala la presenza di un’incisione risalente probabilmente al periodo neo-eneolitico raffigurante un elemento antropomorfo delineato come una ”F” greca dagli spigoli acuti. Si tratta di un elemento molto diffuso nell’ambito dell’arte rupestre mediterranea.

La Grotta Perciata si trova nei pressi del foro naturale che attraversa il costone roccioso che separa le pianure di Castelluzzo a Sud e di Macari a Nord, non lontano da quest’ultimo borgo. La grotta si apre sul costone roccioso che guarda il golfo di Castelluzzo e l’omonima pianura costiera. Si tratta, in realtà di un ampio riparo, tuttora utilizzato dai pastori nella zona come ricovero per le bestie. La sua superficie interna è, pertanto, completamente occupata da guano animale che ricopre interamente il deposito archeologico . La quantità di guano decresce nel talus della grotta stessa (porzione antistante), e lascia intravedere la superficie del deposito archeologico che, a giudicare dai reperti litici sparsi in superficie, dovrebbe essere ricco e ben conservato.

Pertanto è presumibile che le caratteristiche dell’occupazione umana riscontrate alla Grotta dell’Uzzo possano ripetersi anche in questa grotta qualora si effettuassero scavi archeologici sistematici.

L’industria litica che si trova sparsa in superficie nel talus è in selce ed è costituita da elementi sintomatici dell’esistenza di una facies epigravettiana attribuibile al paleolitico superiore. La grotta, quindi, risulta interessante sia sotto il profilo paesaggistico poiché inquadrata in un magnifico scenario naturale, sia sotto quello delle potenzialità di ricerca poiché gelosa custode di un deposito archeologico degno di attenzione.

Infine è bene ricordare che dalla Grotta Perciata è possibile ammirare, data la discreta altezza, un magnifico panorama del Golfo di Castelluzzo e dell’omonima pianura costiera. Tale panorama, oltre alla valenza paesaggistica, risulta di grande interesse scientifico per la conoscenza delle paleomorfologie geografiche della costa poiché pennette di leggere agevolmente le varie (almeno due) antiche linee di costa, ormai fossili che si sono avvicendate nel corso degli ultimi millenni del Pleistocene in relazione alle trasgressioni marine. Si tratta di scansioni altimetriche in forma di veri e propri gradini che determinano un salto di quota di pochi metri, determinatisi in seguito al prolungato battere del mare sulla roccia. Nei pressi di questo salto di quota non è difficile intravedere lembi dei tipici trottoir costieri. Si tratta di piattaforme costiere agganciate agli scogli, al pelo dell’acqua, formatesi in seguito al sovrapporsi di piccoli molluschi, molto diffuse nei pressi della costa attuale.

La Grotta Racchio, nei pressi del borgo di Macari, fa parte di un piccolo comprensorio di cavità di ridotte dimensioni che si aprono in una falesia verticale che si colloca ad anfiteatro sul pendio che conduce alla ben nota baia dell’Isolidda. Sono del tutto prive di deposito archeologico essendo piccole e di difficile accesso, ma sono ricche di testimonianze d’arte rupestre paleo-mesolitica. Numerosissime sono le incisioni lineari che ricoprono le varie grotte. Ci sfugge il significato di tali linee, anche se numerose sono state le  spiegazioni ipotetiche avanzate. Si oscilla dal giudicarle espedienti di computo a segni simbolici e para-religiosi.

In una delle grotte della zona, nella Grotta Racchio, si trova un gruppo di linee disposte ordinatamente su più file parallele. E’ probabile che in questo caso si tratti di espedienti di computo. Nella stessa grotta si  segnala un cerbiatto inciso in uno stile fortemente schematico.

Nelle grotte di Cala Mancina, Perciata e Racchio sono previsti interventi nell’ambito di “Agenda 2000”  miranti ad ottimizzarne la tutela e garantirne la corretta valorizzazione didattica e turistica.

 

Grotte del Monte Cofano

Il primo a darci menzione della più antica storia della zona e, quindi, dell’esistenza di quelle che sono le testimonianze più macroscopiche della presenza umana nell’antichità: le grotte, e del loro interesse paleontologico e paletnologico, fu il marchese Guido Dalla Rosa, eccentrico ed enciclopedico nobiluomo parmense venuto intorno alla metà del secolo scorso in Sicilia con l’aspirazione di intraprendere avveniristiche attività industriali mai realizzate. Oltre a visitare Levanzo e Favignana, egli si fermò al promontorio del Cofano e ne visitò le ben note grotte, nei pressi del borgo di Scurati. A questo proposito riferisce un simpatico aneddoto. Giunse a Trapani via mare e, dopo essere approdato nelle vicinanze del borgo, intraprese la breve ascesa verso la grotta. Ma dovette ripararsi poiché un’improvvisa salva di pietre gli fece comprendere che gli abitanti del luogo non gradivano la sua visita. Dopo queste schermaglie e più o meno timidi tentativi di dialogo l’atmosfera mutò radicalmente e la visita del Dalla Rosa alle Grotte di Scurati finì in un vero e proprio banchetto a base di pecorino e vino!

Ma fu l’insigne paletnologo francese Raymond Vaufrey, per conto dell ‘ lnstitut de Paléontologie Humaine, a dare il battesimo scientifico alle grotte di questo litorale con la loro esplorazione sistematica e lo scavo alle grotte Mangiapane e dell’Uzzo ed i relativi resoconti pubblicati nella sua monumentale monografia sul Paleolitico Italiano. Egli scavò la piccola grana che si apre sul versante occidentale della falesia, a poche decine di metri ad Ovest della ben più imponente Grotta Grande di Scurati ove si trova la suggestiva masseria, testimonianza della continuità culturale millenaria, oggi sede del pittoresco “presepe vivente”. I risultati dello scavo del Vaufrey furono positivi per lo studioso francese poiché egli andava alla ricerca delle tracce dell’uomo paleolitico che trovò in forma di un ricco deposito con industrie litiche attribuibili a quel periodo, ed in particolare alla cultura epigravettiana della quale Parleremo in seguito. Ma oltre ai resti paleolitici il deposito conteneva le tracce di uno dei rari siti databili alla media età del bronzo (cultura di Thapsos: XV-XIII sec. a.c.) mai rinvenuti nella Sicilia occidentale. Trovò, infatti, interessanti ceramiche fatte a mano, di color bruno, con decorazioni a rilievo plastico costituite da linee ondulate sapientemente  posizionate sulla superficie di eleganti coppe su piede o ciotole tronco-coniche.

A poche decine di metri a Est del piccolo borgo di Scurati si situa un’evidenza macroscopica e ben comprensibile che si può agevolmente seguire per alcune decine di metri poiché molto regolare nel suo andamento e fortemente incisa.  Si tratta di un solco di battente, antica traccia di una linea di riva del mare quando questo era ad un livello molto più alto dell’attuale.

I cacciatori epigravettiani abitarono certamente nelle grotte del nostro comprensorio poiché nelle tre principali (Crocefisso, Mangiapane e Scurati) Vaufrey trovò tracce di frequentazione epigravettiana. Ed anche adesso non è raro imbattersi in strumenti litici epigravettiani passeggiando nelle vicinanze delle grotte in questione.

L’ambiente circostante, estremamente favorevole sotto il profilo della dotazione energetica data la resenza di cospicue quantità di biomasse (selvaggina e vegetazione) offriva un habitat ideale per la vita dei piccoli gruppi di cacciatori paleolitici.

L’intervento previsto in “Agenda 2000” si articolerà in una limitata attività di scavo archeologico stratigrafico onde poter reperire dati utili per arricchire la conoscenza della storia dell’occupazione umana della grotta.

Prevede, inoltre, un intervento di sistemazione a parco visitabile dell’area operando in maniera  estremamente delicata onde non alterare alcunché della naturalità dei luoghi. Pertanto si prevede di intervenire mediante manodopera al fine di agevolare l’accesso ripristinando i vecchi sentieri o realizzandone di nuovi. Tali sentieri, nonché l’area archeologica dovranno essere delimitate da recinzione leggera in paletti di castagno. Dovranno essere realizzati alcuni pannelli didattici esplicativi indispensabili per la visita.

 

Grotte del Monte San Giuliano

Il primo a darci menzione della più antica storia della zona e, quindi, dell’esistenza di quelle che sono le testimonianze più macroscopiche della presenza umana nell’antichità: le grotte, e del loro interesse  paleontologico e paletnologico, fu il marchese Guido Dalla Rosa, eccentrico ed enciclopedico nobiluomo parmense venuto intorno alla metà del secolo scorso in Sicilia con l’aspirazione di intraprendere avveniristiche attività industriali mai realizzate. Oltre a visitare Levanzo e Favignana, egli si fermò al promontorio del Cofano e ne visitò le ben note grotte, nei pressi del borgo di Scurati.

Poco distante dal Cofano, lungo le pendici del San Giuliano e delle falesie circostanti, vi sono due grotte note proprio grazie alla menzione che fece Guido Dalla Rosa. Si tratta delle grotte Martogna ed Emiliana. Purtroppo le ricerche condotte senza alcun metodo scientifico non hanno permesso l’inquadramento dei loro complessi ergologici, neanche di tipo descrittivo. Nella Grotta Martogna vi erano lembi di breccia ricchi di fauna pleistocenica e di conchiglie sia marine che terrestri, insieme ad industria litica.

Da allora nessun intervento scientifico sistematico è stato effettuato nell’area in questione, a parte qualche ricognizione.

Tale assenza di ricerche è stata in parte positiva poiché in futuro, qualora lo si riterrà possibile, le metodologie di ricerca più accurate pennelleranno il raggiungimento di risultati senza dubbio più efficaci sul piano della ricostruzione storica dell’antropizzazione dell’area.

La vita umana nell’area in questione dovette iniziare molto presto, a partire da quel periodo denominato Paleolitico Superiore (che in Sicilia si sviluppa soltanto tra 14.000 e 12.000 anni fa circa). Siamo alla fine del Pleistocene era caratterizzato dall’alternanza di periodi freddi c caldi che provocarono, tra gli effetti più vistosi, il mutamento fisico della massa acquosa contenuta nel globo. Durante i periodi glaciali tali masse, in forma di estesi ghiacciai ricoprirono gran parte d’Europa provocando l’abbassamento del livello marino. Viceversa, durante i periodi interglaciali il livello del mare si elevò per alcune decine di metri rispetto all’attuale. Questo oscillare di livelli marini e fronti glaciali, semplice a definirsi, in effetti racchiude una realtà molto più complessa poiché vari fenomeni concorrenti entrarono in azione dando luogo a mutamenti territoriali particolari e localizzati. I movimenti tettonici ed i fenomeni erosivi furono le concause più  rilevanti nel mutamento della crosta terrestre negli ultimi due milioni di anni, già profondamente alterata dalle oscillazioni glaciali.

Fu in seguito a tali fenomeni erosivi provocati dal mare, che durante le fasi interglaciali batteva a quote molto più elevate rispetto a quelle odierne, che si crearono, alcune centinaia di migliaia di anni fa, gran parte delle grotte del litorale siciliano, tra cui quelle del nostro comprensorio.

I cacciatori epigravettiani abitarono certamente nelle grotte del nostro comprensorio poiché non è raro imbattersi in strumenti litici epigravettiani passeggiando nelle vicinanze delle grotte in questione.

L’ambiente circostante, estremamente favorevole sono il profilo della dotazione energetica data la presenza di cospicue quantità di biomasse (selvaggina e vegetazione) offriva un habitat ideale per la vita dei piccoli gruppi di cacciatori paleolitici.

Ritornando al nostro comprensorio, tutto quanto ipotizzato grazie alle ricerche sistematiche e multidisciplinari effettuate nelle grolle circostanti, ma soprattutto alla Grotta dell’Uzzo, siamo certi, possa registrarsi attraverso il futuro auspicabile scavo del deposito all’in terno delle grotte Martogna ed Emiliana.

L’intervento previsto con “Agenda 2000” vede una limitata attività di scavo archeologico stratigrafico onde poter reperire dati utili per arricchire la conoscenza della storia dell’occupazione umana della grotta.

Prevede, inoltre, un intervento di sistemazione a parco visitabile dell’area operando in maniera estremamente delicata onde non alterare alcunché della naturalità dei luoghi.  Pertanto si prevede di intervenire mediante manodopera al fine di agevolare l’accesso ripristinando i vecchi sentieri o realizzando ne di nuovi. Tali sentieri, nonché l’area archeologica dovranno essere delimitate da recinzione leggera in paletti di castagno. Dovranno essere realizzati alcuni pannelli didattici esplicativi indispensabili per la visita.

 

Grotte dell’Ucciria a Favignana

Si tratta di un gruppo di grotte scavate nel suggestivo massiccio detto “il Grosso”, presso l’estremità occidentale di Favignana, nei pressi del Faraglione. L’ambientazione è suggestiva poiché inserita in un ambiente incontaminato prospiciente il mare.

La grotta più ampia del gruppo possiede due ingressi separati da grosso “pilastro”, uno a nord, oggi chiuso da muro a secco, l’altro a nord-ovest anche riparato da muro a secco, ma accessibile. La grotta è ancora adibita ad ovile. Affiora la terra rossa. Nella parte interna della grotta, al di sotto di una crosta stalagmitica si notano avanzi di breccia con industria litica del paleolitico superiore – mesolitico e fauna.

Dalla Rosa segnala la presenza di circa due metri quadri di deposito preistorico presso il muro di fondo. Egli parla anche di cranio ed altre ossa post-craniali imbrecciate. Materiale fu anche raccolto nel talus. La grotta ha una pianta ad L con appendice ampia ed allungata.

E’ previsto un intervento di tutela e valorizzazione di queste grotte nell’ambito di “Agenda 2000”.

 

Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo

Si tratta di ampio riparo formante l’ antegrotta che si apre verso Nord-Ovest. ll talus è piuttosto largo, all’ingresso del riparo rimangono i resti di un forno per calce che ha danneggiato il giacimento. Per entrare nella grotta vi erano due piccoli e bassi passaggi, dei quali uno fu murato.

La parte più cospicua del complesso litico è pertinente ad una fase finale dell’epigravettiano evoluto (12.000-10.000 anni fa).

All’interno della grotta il piano di calpestio a sinistra è molto alto, mentre scende verso destra con forte dislivello.

Nota per il complesso artistico presente nella grotta vera e propria. Si tratta di raffigurazioni antropomorfe e zoomorfe attribuibili a due periodi distinti. Il più antico gruppo di raffigurazioni, attribuibile al paleolitico superiore, è composto da alcuni animali incisi in squisito stile naturalistico essenziale, ma efficace nel rappresentare i caratteri peculiari dell’animale (cerbiatto, toro, cavallo selvatico). A questo gruppo si assimilano anche tre figure umane incise delle quali quella centrale è imponente e presenta probabilmente una tunica e barba o capelli lunghi, ed una figura umana dipinta in rosso, seduta e con la lesta a cuneo come le precedenti. Il secondo gruppo, attribuibile al periodo compreso fra neolitico finale ed eneolitico, è composto da figure animali dipinte in nero con stile schematico e sommario. Si nota un progressivo allontanarsi dalle sembianze di riferimento dell’animale fino a raggiungere forme geometriche indefinibili o insettiformi che potrebbero avere anche un carattere antropomorfo. Tra le figure animali compaiono caprovini, bovini, cani e grossi pesci (tonni o delfini). Chiaro carattere antropomorfo hanno, invece, alcune figure idoliformi che richiamano alla mente gli idoletti cicladici e sardi.

Si tratta di una delle grotte più famose del mondo per quanto attiene al settore specifico dell’arte rupestre primordiale.

Pur essendo la grotta già ottimamente tutelata e valorizzata con finanziamenti di “Agenda 2000” si procederà al miglioramento di quanto finora fatto con opportune operazioni di consolidamento e fruizione.

 

Prima di concludere è necessario ribadire alcuni concetti basilari per affrontare il problema del rapporto grotte-turismo-tutela, tenendo presente che abbiamo volutamente tralasciato il problema grotte dal punto di vista speleologico poiché da trattare con altri strumenti analitici.

  1. La situazione è in avanzato stato di degrado, ma non tutto è perduto. Se si interviene in tempo potremmo essere in grado di cogliere alcuni obiettivi importanti: a) recuperare alla scienza importanti fonti di conoscenza del nostro passato come potenziali cantieri di scavo e ricerca; b) contribuire nell’opera di dare alla Sicilia la possibilità di recuperare un ruolo di centralità europea e mediterranea nel campo dell’offerta turistico-culturale; c) dotarla di risorse indistruttibili ed altamente qualificanti che un peso non indifferente hanno nel suo tessuto urbanistico.
  2. La grotta non va vista soltanto per quello che di monumentale o spettacolare può offrire al suo interno. Ma va vista principalmente come tangibile esemplificazione del primo gradino della tipologia abitativa dell’uomo. Esse vanno già tutelate in quanto tali poiché, anche se prive di elementi monumentali o di deposito antropozoico, è certo che nella loro quasi totalità furono adibite a dimore o ad altri usi specifici.
  3. Vincoli, espropri, sanzioni e repressione sono tutti espedienti inderogabili per riprendere in mano la situazione. Ma sarebbero tutti vani se non si affronta il problema della custodia attiva e costante. Non vi sarà pace per le grotte se non entrerà nella mentalità di tutti che così come è giusto che un monumento arcaico o classico venga custodito da guardiani, anche per la grotta è necessario investire l’elemento uomo nella sua tutela.
  4. Purtroppo per la loro natura le grotte sono spesso inseriti in situazioni di forte degrado geomorfologico a causa della presenza di cave, sbancamenti e discariche. La loro tutela e valorizzazione deve necessariamente passare attraverso il totale o parziale ripristino dell’originaria morfologia.

Lo sfruttamento dei molluschi marini a Grotta di Punta Capperi (Levanzo, Sicilia) tra la fine del Pleistocene e gli inizi dell’Olocene

Marine mollusc exploitation during the late Pleistocene and early Holocene at Grotta di Punta Capperi (Levanzo, Sicily)

di Marcello A. Mannino, Kenneth D. Thomas, Emiliano Tufano, Sebastiano Tusa

Le coste dell’isola di Levanzo (Trapani) sono caratterizzate dalla presenza di numerose grotte frequentate da gruppi di cacciatori-raccoglitori tra la fine del Pleistocene e gli inizi dell’Olocene. Una di queste è Grotta di Punta Capperi, che contiene depositi risalenti alla fine del Paleolitico superiore ed al Mesolitico, in cui i resti faunistici più numerosi sono quelli di molluschi continentali e marini, raccolti a scopo alimentare. Tra le specie marine dominano i gasteropodi del mediolitorale delle coste rocciose (Patella  e Osilinus). Alcune conchiglie di Osilinus turbinatus sono state oggetto di analisi degli isotopi dell’ossigeno, che dimostrano che mentre nelle fasi iniziali della frequentazione del sito i molluschi marini venivano raccolti dall’autunno alla primavera, a partire da 9.000 anni cal. B.P. la raccolta avvenne in tutte le stagioni. Questi dati implicano che nel corso del Mesolitico la grotta venne occupata con maggiore frequenza, ma che nonostante ciò non vi fu un incremento significativo nello sfruttamento delle risorse marine, che sarebbe potuto risultare dall’isolamento di Levanzo prodotto dalla trasgressione versiliana. Il cambiamento nella stagionalità di raccolta dei molluschi marini fu conseguente agli effetti che l’isolamento ebbe sulle risorse principali per la sussistenza dei cacciatori-raccoglitori, ovvero faune e piante terrestri, il cui procacciamento continuò pertanto ad influenzarne le strategie insediative.

 

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Lo sfruttamento dei molluschi marini a Grotta di Punta Capperi

Valorizzazione, prevenzione e progettualità a proposito del patrimonio archeologico,monumentale e paesaggistico della Sicilia occidentale

Sebastiano Tusa, in “Archivox” n. 4-5 2011, pag. 5

copertina archivox 4-5

Archivox 4-5 2011

La ormai lunga contiguità con le problematiche del patrimonio culturale trapanese mi ha frequentemente indotto ad avere un rapporto da abitante di questo spettacolare territorio, piuttosto che da visitatore, gestore (che brutta parola!) o, peggio, controllore.
Considero questo un privilegio ed un vantaggio in relazione alla mia attività istituzionale.
Questo preludio vuole essere sia un avvertimento al lettore circa la mia effettiva affezione e familiarità con questi luoghi, sia un modesto consiglio soprattutto ai colleghi più giovani affinché esercitino i loro compiti istituzionali “vivendo” e “sentendo” il territorio piuttosto che controllandolo applicando freddamente le norme vigenti. Si badi bene il mio non è un appello alla disobbedienza civile in materia di norme di controllo del territorio, bensì un invito ad un’applicazione intelligente delle norme che contempli in primo luogo la tutela del paesaggio, dei monumenti e del patrimonio culturale, in secondo luogo le esigenze di una comunità che in quel territorio deve vivere, prosperare ed offrire opportunità sempre più valide e gradevoli di vita per chi verrà dopo ed anche per i viaggiatori che hanno l’amabilità di visitarlo.


Vivere il territorio significa sostanzialmente apprezzarne le valenze non soltanto sul piano estetico formale, ma anche su quello dell’atmosfera identitaria di vita che diventa tale nel momento in cui le valenze paesaggistiche, monumentali, naturali, storiche, antropologiche e gastronomiche si fondono dando vita ad unici, originali ed inconfondibili paesaggi culturali.
In ciò il territorio trapanese riesce ad offrire qualcosa di veramente eccezionale ed estremamente vario passando, ad esempio, dal paesaggio pantesco, vero e proprio trionfo del rapporto millenario tra impervia natura ed alacre sapienza lavorativa dell’uomo sboccianti in fantastiche visioni ambientali, pregnanti odori e variegati sapori, a quello ericino strenuamente orientato verso una concezione difensiva ed intima dell’uomo ai confini dell’abitabile. Oppure dalle geometrie bianche e rosse delle saline a quelle verdi intense delle balze belicine segnate dall’intrecciarsi dei filari degli olivi secolari.

L’eccezionalità sta anche nella dialettica crono-storica entro cui questo molteplice paesaggio antropico si dispiega. L’antico estremo delle grotte abitate sin dal paleolitico superiore della costiera tra Castellammare e Trapani con l’appendice egadina s’intreccia nella plastica tavolozza dai molteplici colori delle ripide falesie calcarenitiche che si rispecchiano nella limpida distesa blu che le lambisce.

I paesaggi coloniali greci e fenici si dispiegano integri tra le dune della costa sudoccidentale, un tempo in continuo movimento, quasi ad imitare in piccolo quanto avveniva nella speculare costa nord-africana.
Selinunte si erge con le sue architetture di pietra tra il verde intenso degli ultimi lembi di macchia mediterranea autoctona, il quasi amaranto della sabbia che la lambisce e l’indaco cangiante del mare.
Potremo continuare all’infinito nel descrivere, ancorché telegraficamente, le infinite sfaccettature del “diamante” paesaggistico ed antropico trapanese. Ma non è giusto indugiare in una visione idilliaca e poetica del territorio poiché rischieremo la retorica o peggio di coprire con il velo della retorica i problemi che anche in questo territorio esistono.

Certo non abbiamo la piaga dilagante dell’abusivismo che, per fortuna, è un fenomeno ormai marginale e secondario. Ma abbiamo altri e ben più inquietanti pensieri che agitano i nostri sonni di tutori del paesaggio.

La dilagante “fame” di energia che sovrasta i nostri tavoli con molteplici progetti che prevedono la nascita repentina sul nostro territorio di foreste “eoliche” o “armature” silicee ci riporta alla realtà di una battaglia quotidiana che ci rende spesso ignari ed inconsapevoli paladini del lume a petrolio.
Ma anche la sacrosanta voglia di offrire al viaggiatore che visita la nostra terra confort e comodità sempre più sofisticate ci vede spesso sul fronte opposto di chi vorrebbe “arricchire” quei litorali ancora integri con resort multi stelle o residence simil Costa Smeralda.
Raggiungere l’equilibrio tra giuste istanze di sviluppo turistico, risparmio energetico e salvaguardia del paesaggio antropizzato storicamente è certamente difficile, ma non impossibile.


Basta buonsenso, aderenza alla ricca ed ottima normativa vigente e visione di lunga durata che ci faccia comprendere che progettare e costruire con qualità ed in aderenza alla molteplicità dei formidabili archetipi identitari della tradizione territoriale trapanese non è un’inutile angheria o la vessazione di legittime aspirazione, bensì la garanzia della nostra stessa sopravvivenza.

Una nuova lettura delle pitture della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Trapani)

RIASSUNTO

Una nuova lettura delle pitture della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Trapani) – Spesso alcune classi di materiali, come le statuette idoliformi, non vengono comprese nel loro reale carattere funzionale. Abbiamo cercato di chiarire l’uso di taluni di questi manufatti partendo dal rinvenimento di un gruppo di statuette in pietra nell’ipogeo del circolo di Xaghra a Gozo. Il contesto non lasciava dubbi sull’appartenenza degli oggetti al corredo di uno sciamano che li utilizzava per pratiche liturgiche sacrali con una rappresentatività teatrale. Sulla base di tale parametro interpretativo abbiamo analizzato alcuni manufatti ed immagini siciliane partendo dagli idoli dipinti nella Grotta di Cala del Genovese a Levanzo per arrivare all’askos femminile di Mozia passando per testimonianze dell’età del Bronzo.

SUMMARY

A new interpretation of prehistoric painted rock art of Grotta di Cala dei Genovesi (Levanzo) – It is not rare that archaeologists exaggerate the typological and formal aspects of some figurines avoiding to understand the real function. According to the discovery of some stone figurines in the Xaghra hypogeum at Gozo, we understood that those objects were used to perform sacred representation in the shape of puppet theater. After that discovery we analyzed some similar images, either painted and plastic, coming from Sicilian sites, in order to find if there should have been the same use. Analyzing the images of Levanzo we are sure that those idols painted on the rocky wall were “puppets” used by traditional wizards to perform sacred representations. The same case should have been for the early bronze age figurines coming from Mursia and San Giuliano. It is interesting to note that such habit to use figurines to perform sacred representations lasts for millennia reaching also archaic period as is shown by a terracotta askos from Motya.

Una nuova lettura delle pitture della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Trapani)

di Cecilia Buccellato, Emiliano Tufano & Sebastiano Tusa

Nell’ambito della tradizione gloriosa degli studi sull’arte preistorica mediterranea molto è stato detto e scritto a proposito di descrizione formale, cronologia, tipologia, stile ed approccio comparativista. Per la verità anche sulla funzione si è indugiato da parte di taluni Autori, soprattutto mettendo in evidenza elementi interpretativi desumibili dall’analisi delle associazioni e delle collocazioni topografiche all’interno delle grotte. Raramente si è cercato un nesso tra elementi rappresentati su parete ed il vasto repertorio materiale coevo. In questo studio affronteremo proprio tale argomento partendo da una entusiasmante scoperta fatta a Malta che ci ha permesso di riconsiderare alcune immagini “classiche” della cosiddetta arte rupestre siciliana dandone un’interpretazione assolutamente originale e, pensiamo, convincente. Le considerazioni desunte da quanto sopra premesso ci hanno portato anche a rivedere il quadro più generale delle rappresentazioni antropomorfe della preistoria siciliana (sia bidimensionale che plastica) aggiungendo elementi probanti a quanto cercheremo di evidenziare.

L’areale geografico di riferimento del nostro studio è il Mediterraneo centro-orientale con particolare attenzione alla Sicilia e Malta e riferimenti ovvi all’ambiente egeo. Dal punto di vista cronologico abbiamo necessariamente affrontato la trattazione in termini diacronici poiché trattando di fenomenologie rituali e liturgie queste vanno inquadrate nel divenire in un’ottica squisitamente evolutiva facendo attenzione, ovviamente, alle sincronie fenomeniche soprattutto per quanto attiene agli aspetti formali.

L’occasione che ha messo in moto la rilettura dell’evidenza siciliana, nello specifico le ben note immagini idoliformi di ascendenza ritenuta cicladica, dipinte in nero sulle pareti della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo (Graziosi 1962, Figg. 6b – 7a), è stata la scoperta nel corso dello scavo dell’ipogeo sottostante il circolo megalitico di Xaghra, altrimenti definito di Brocthorff, nei pressi di uno degli altari che componevano l’importante complesso funerario-templare, sito a breve distanza dal ben noto tempio di Ggantja a Gozo, di un gruppo di sei figurine totemiche, di media dimensione, in pietra (una appena abbozzata) più tre di misura inferiore (Fig. 1).

Fig. 1 - Le sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra (da Renfrew 2004).

Fig. 1 – Le sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra (da Renfrew 2004).

Le circostanze del rinvenimento indussero gli scavatori a ritenere plausibile che le sei statuette fossero state racchiuse in un sacchetto di stoffa e riposte nei pressi dell’altare laddove periodicamente servivano per la conduzione di particolari liturgie pre-inumazione connesse al culto dei defunti di rango espletato nell’ipogeo durante la fase di Tarxien (intorno al 3000 a.C.) (Bonanno 2004: 283-284).

In altre parole gli idoletti costituivano il corredo di parafernalia liturgici di un addetto al culto che li teneva da conto in un sacchetto pronto all’uso. Che simili oggetti fossero ben utilizzabili nelle liturgie del luogo ben si accorda con la loro forma, dimensione e caratteristiche morfologiche. Sono, infatti, ben impugnabili in mano (Fig. 2) e, data la conformazione delle loro estremità inferiori anche facilmente conficcabili al suolo.

Rivedendo l’entusiasmante e stimolante preistoria maltese e rileggendone analisi ed interpretazioni date da più Autori ci accorgiamo che simili liturgie dovevano essere frequenti nei molteplici luoghi di rito fin qui messi in luce tra Malta e Gozo, sia in ambito templare che ipogeico.

Fig. 2 - Una delle sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra impugnata (da Renfrew 2004).

Fig. 2 – Una delle sei figurine in pietra dall’ipogeo del circolo di Xaghra impugnata (da Renfrew 2004).

Ci sovviene, a tal proposito, una delle osservazioni avanzate a proposito del rinvenimento di teste staccate dal corpo contrapposta a molteplici statuette delle cosiddette fat ladies prive di testa, ma con l’alloggiamento per inserirvele in maniera posticcia (Fig. 3).

Fig. 3 - Figurina in pietra della “Fat lady” seduta con l’alloggiamento e la testa posticcia da Hagar Qim (da Renfrew 2004).

Fig. 3 – Figurina in pietra della “Fat lady” seduta con l’alloggiamento e la testa posticcia da Hagar Qim (da Renfrew 2004).

Ciò, com’è noto, è stato interpretato pensando a liturgie interattive durante le quali i sacerdoti agitavano le teste sulle statuette praticando una sorta di dialogo con il devoto (Monsarrat 2004: 299). In sintesi la vasta fenomenologia liturgico-rituale desumibile dalla preistoria maltese ci mette in evidenza la chiara presenza di una liturgia interattiva tra sacerdote (e, quindi, figura divina) e devoto attraverso l’uso di elementi rappresentativi antropomorfi mobili che fungevano da catalizzatore di un dialogo divino-terreno che doveva stare alla base dell’ignota religione maltese. Si giunge, pertanto, a ritenere tali figurine plasticamente realizzate come burattini o marionette adibite al culto. Utilizziamo l’uno o l’altro termine, malgrado oggi via sia una differenza tra i due oggetti, poiché in effetti a Malta abbiamo sia la presenza di figure statiche di cui soltanto la testa veniva mossa, ma anche di interi “pupazzi” azionati totalmente dall’addetto alla liturgia rituale.

In occasione della recente campagna di scavi effettuata presso la Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo abbiamo avuto occasione di rivedere con attenzione le immagini all’interno della grotta effettuandone anche una rigorosa ed accurata documentazione fotografica aggiornata. Ciò ci ha permesso di riconsiderare le suddette figure alla luce dei dati fenomenologici maltesi tenendo anche presente che sussiste una convergenza cronologica tra i due complessi.

Analizzando puntualmente l’evidenza di Levanzo ci siamo accorti di qualcosa che era sfuggita a noi precedentemente ed anche a chi prima di noi aveva puntualmente analizzato il complesso. Gli idoli in questione compaiono ben tre volte in spazi diversi della medesima parte. Due volte compaiono isolati ed in chiara serie orizzontale l’uno accanto all’altro (Fig. 4).

 Fig. 4 - Due serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 4 – Due serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

In un caso abbiamo tre idoli a “violino” dei quali due affiancati ed un terzo tra due del tipo cilindrico (Fig. 5). Nel secondo caso abbiamo, invece, la serie composta da due cilindrici a destra e tre a “violino” a sinistra (Fig. 6). Nel terzo caso gli idoli compaiono specularmente ai due lati di tre figure sovrapposte raffiguranti certamente pesci (Fig. 7). Tra queste figura quella ormai estremamente famosa, interpretata ora come tonno, ora come delfino. In quest’ultimo caso le rappresentazioni di idoli si collocano rispettivamente tre a destra dei pesci (uno a “violino” e due cilindrici) e due a sinistra (a “violino”).

Fig. 5 - Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 5 – Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 6 - Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 6 – Serie di idoletti dipinti (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 7 - Serie di idoletti dipinti ai bordi di immagini di pesci (Grotta di Cala del Genovese).

Fig. 7 – Serie di idoletti dipinti ai bordi di immagini di pesci (Grotta di Cala del Genovese).

Ciò che vogliamo sottolineare è l’intenzionalità della rappresentazione. Le figure di idoli compaiono per ben tre volte in numero di cinque e sempre con la medesima composizione costituita da tre del tipo a violino” e due cilindrici. Non riusciamo a scorgere un qualche “sistema” nella dislocazione interna alle serie di idoli, tuttavia è probabile che l’accoppiamento tra idoli similari sia stato predominante.

Le immagini di idoli della Grotta di Cala del Genovese non sono, pertanto, casualmente rappresentate, ma nella loro ripetizione numerica e tipologica indicano che si voleva rappresentare qualcosa di reale che potrebbe essere la dotazione liturgica di uno sciamano che ricordava sulle pareti interne della grotta liturgie che praticava altrove con idoli reali. Del resto che in Sicilia nel medesimo periodo siano presenti idoli del tutto identici a quelli raffigurati nella grotta in questione è noto da tempo. Basti pensare ai due idoletti di Camaro dove si ripete (anche se soltanto in una coppia) la medesima variabilità tipologica con la presenza del tipo a “violino” (Fig. 8) e cilindrico (Fig. 9) (Bacci 1997: 295-297).

Fig. 8 - Idoletto a “violino” da Camaro (Messina).

Fig. 8 – Idoletto a “violino” da Camaro (Messina).

Fig. 9 - Idoletto cilindrico da Camaro (Messina).

Fig. 9 – Idoletto cilindrico da Camaro (Messina).

Appare, pertanto, del tutto evidente che i nostri idoletti rappresentati presso la grotta di Levanzo siano il corredo liturgico di un officiante riti di ascendenze estranee all’isola dato che si materializzano in forme (gli idoli) e liturgie (l’uso dell’idolo come elemento di rappresentazione quasi teatrale) di provenienza allogena.

A tal proposito è interessante sottolineare che la differenza formale tra le due tipologie di idoli, cilindrico ed a “violino”, non sia da imputare ad un processo di metamorfosi del medesimo tipo attribuibile all’elemento femminile (Graziosi 1962: 30-31), bensì a due tradizioni e, forse, divinità diverse. L’una, a ”violino”, è di chiara ascendenza egeo-balcanica e rappresenta l’elemento femminile. L’altra, cilindrica, è di chiara ascendenza maltese e potrebbe rappresentare l’elemento maschile.

L’approfondimento tipologico e comparativo potrebbe continuare a lungo citando gli innumerevoli casi di presenza di idoli del tipo descritto, ma a noi interessava puntualizzare questa diversa lettura delle raffigurazioni di Levanzo non soltanto al livello sincronico, ma anche diacronicamente cercando di mettere in evidenza la possibilità di un “uso” diverso delle tante raffigurazioni idoliformi della preistoria siciliana.

Tra le tante statuette in terracotta ve ne sono alcune che, ad una rilettura attenta basata sulle considerazioni suesposte, possono essere con molta probabilità inquadrate come “strumenti” liturgici utilizzati in rappresentazioni sacro-teatrali. In particolare ci sovvengono le statuette castellucciane di Monte San Giuliano o del Redentore presso Caltanissetta che, pur essendo avare di dati contestuali di scavo, tuttavia risultano essere pertinenti un sorta di “ripostiglio” unitario e, pertanto, potrebbero essere anche queste pertinenti il corredo strumentale di uno sciamano che le utilizzava nelle sue performance tra il sacro ed il profano (Fig. 10).

Fig.10 - Statuetta fittile castellucciana da Monte San Giuliano (Caltanissetta).

Fig.10 – Statuetta fittile castellucciana da Monte San Giuliano (Caltanissetta).

Dalla stringata nota di accompagnamento della descrizione delle statuette si evince che esse fossero tutte in uno spazio ristretto tanto da farci pensare ad un vero e proprio contesto unitario simile a quello maltese (Orlandini 1968: 55-59). Lo scavatore pensa ad una struttura sacra dove le statuette erano deposte come ex voto. In effetti oltre ai pezzi interi o quasi se ne raccolsero una ventina frammentari.

Tuttavia il contesto e la constatazione che anche in questo caso troviamo la commistione di statuette femminili e maschili sottolineando la dualità sessuale necessaria nel gioco della rappresentatività parabolare ci fa propendere per il corredo sciamanico.

Analogamente adoperata per rappresentazioni sacro-teatrali è una piccola statuetta rinvenuta nei livelli dell’antica età del Bronzo dell’insediamento di Mursia a Pantelleria (Ardesia et al. 2006). Si tratta di una piccola testina appiattita che dimostra un linguaggio estremamente verista privo di riscontri in Sicilia. E del resto i confronti ricevuti provengono da Malta soprattutto per l’acconciatura caratterizzata da boccoli che incorniciano il volto leggermente sbigottito richiamante le cosiddette baroque ladies (Fig. 11).

Fig. 11 - Testina fittile da Mursia (Pantelleria).

Fig. 11 – Testina fittile da Mursia (Pantelleria).

La testina non è il frammento di un manufatto più organico, ma appare modellata in antico nella conformazione

che ci è pervenuta. Alla base del collo, infatti, non vi è frattura, bensì una superficie appiattita con al centro un piccolo foro dove, probabilmente, andava inserito un bastoncino di legno che serviva per movimentare la piccola testina nelle ignote liturgie sacre per cui era stata realizzata.

Qui vi è un’identità interessante tra fenomenologia liturgica e tipologia dell’oggetto che appaiono entrambi di affinità maltese. Del resto i contatti tra l’insediamento pantesco di Mursia e la facies di Tarxien Cemetery maltese appaiono corroborati anche da altri elementi di affinità soprattutto nel campo della decorazione ceramica.

Sarebbe oltremodo lungo enumerare altri possibili casi di utilizzazione a guisa di burattini o marionette di statuette preistoriche siciliane. Ma l’assenza di contesti precisi ci limita agli esempi ricordati. Tuttavia, al fine di sottolineare come la funzione “teatrale” rappresentativa di siffatti manufatti possa anche travalicare epoche e culture e ripresentarsi in altri contesti, citiamo un ultimo caso di statuetta fittile utilizzata quasi certamente in analoga forma interattiva nell’ambito di liturgie a noi più note poiché di epoca storica.

Siamo in ambiente fenicio-punico, a Mozia, importante colonia fenicia della Sicilia occidentale. Nell’ambito di un corredo funerario della necropoli arcaica ben databile alla seconda metà del VII sec. a.C. grazie alla presenza di vasetti d’importazione proto-corinzi, si rinvenne una piccola statuetta fittile raffigurante una figura femminile poco definita anatomicamente poiché realizzata con un corpo tubolare cavo all’interno su cui protuberanze plastiche ed elementi dipinti in tricromia (rosso, nero e crema del fondo) indicavano attributi corporei ed elementi ornamentali (Fig. 12) (Tusa 1978, tav. XII ).

Fig. 12 - Statuetta askoide fittile dalla necropoli arcaica di Mozia.

Fig. 12 – Statuetta askoide fittile dalla necropoli arcaica di Mozia.

Si tratta, in realtà, di un askos poiché cavo all’interno e realizzato sullo stile della corposa produzione di simili oggetti antropomorfi detta di Bithia, di ascendenza cipriota. La statuetta presentava un foro più grande sul capo e due più piccoli in prossimità dei seni sorretti dalle mani in bassorilievo. I liquidi venivano, pertanto, introdotti dal foro sul capo e fuoriuscivano dai seni sia per pressione di caduta, sia soffiando dal foro principale. L’effetto era di produrre zampilli dai seni dal significato metaforico evidente. La statuetta dovrebbe, infatti, rappresentare la divinità fenicia Astarte che viene spesso raffigurata con i seni sorretti dalle sue mani in atto di dispensare energia.

Immaginiamo, quindi, che anche in terrà ed ambiente fenicio-punico, già influenzato dall’adiacente cultura greca (dove Demetra assume la medesima funzione di dispensatrice di vita attraverso l’allattamento al seno (Fig. 13)), esistesse una religiosità più popolare legata a liturgie sacro-teatrali dove la fertilità fosse invocata anche con rappresentazioni da burattinaio.

Fig. 13 - Statuetta fittile di Demetra che allatta (Selinunte, tempio di Hera matronale in contrada.

Fig. 13 – Statuetta fittile di Demetra che allatta (Selinunte, tempio di Hera matronale in contrada.

Abbiamo voluto puntualizzare l’esistenza di una religiosità basata su una teatralità evidente che sfocia quasi nella farsa da burattino che ha in alcuni oggetti talvolta mal interpretati la sua evidente prova materiale. Religiosità e liturgia teatrale che travalicano i tempi, le culture e i limiti geografici dimostrando l’ovvietà di convergenze fenomeniche attinenti alla sfera sovrastrutturale del pensiero umano che lo rende simile e dialogante anche al di là delle differenze etnico-politiche che, spesso, purtroppo lo lacerano in inutili conflitti.

bibliografia

  • Ardesia V., Cattani M., Marazzi M., Nicoletti F.Secondo M. & Tusa S., 2006 – Gli scavi nell’abitato dell’età del bronzo di Mursia, Pantelleria (TP). Relazione preliminare delle campagne 2001-2005. Rivista di Scienze Preistoriche, LVI: 293-367.
  • Bacci G.M., 1997 – Due idoletti di tipo egeo-cicladico da Camaro Sant’Anna presso Messina. In: Tusa S. (a cura di), Prima Sicilia. Palermo: 295-297.
  • Bonanno A., 2004 – Rituals of life and rituals of death. In: Malta: 271-287.
  • Graziosi P., 1962 – Levanzo. Firenze, 92 pp.
  • Malta – in Renfrew C. (ed.), 2004 – Malta before history, Malta, 440 pp.
  • Monsarrat A., 2004 – The deity. God or Goddess? In: Malta: 289-306.
  • Orlandini P., 1968 – Statuette preistoriche della prima età del bronzo da Caltanissetta. Bollettino d’Arte, 2-3: 55-59.
  • Tusa V., 1978 – Relazione preliminare degli scavi eseguiti a Mozia negli anni 1972, 1973, 1974. In: AA.VV., “La necropoli arcaica e adiacenze”. Mozia IX, Roma: 7-98, tav. XII.

Missione archeologica “Archeologia costiera e Antichi porti della Cirenaica 2011”

Braknota (34-575722Est – 3641544Nord) (7 – 8 dicembre 2011)

7 dicembre 2011

A qualche centinaio di metri a nord-ovest dei due pittoreschi laghetti situati in altrettanto attraenti doline, vi è un piccolo promontorio che si protende nel mare creando una piccola insenatura sul suo lato orientale dotata di ampia spiaggia sabbiosa.

Sull’estremità del promontorio, in posizione leggermente elevata rispetto al resto del territorio, si trovano i resti di un impianto legato alla trasformazione dei prodotti agricoli, quasi certamente olive per ricavarne olio. Nella parte più alta ed estrema del promontorio si trovano i resti di una struttura rettangolare costituita da blocchi regolari (m 1,10-1,20 x 0,55 x 0,27). Le dimensioni della struttura sono: m 14,60 x 16 con il lato lungo parallelo al mare in direzione est-ovest. All’Interno la struttura appare ripartita in tre grandi ambienti longitudinali. È probabile che vi siano anche altre ripartizioni non identificabili poiché sotto uno spesso sedimento sabbioso che ricopre la parte centrale di tale struttura.

A sud dell’edificio summenzionato, sulla roccia visibilmente spianata in riva al mare, si nota un frammento di muro parallelo alla struttura (est – ovest) ortogonale ad un altro a sud di cui restano pochi blocchi. Entrambi sono conservati per una sola assise.

A est di questo vano parziale, già in acqua, si nota una grande vasca rettangolare perfettamente intagliata il cui lato settentrionale è in linea con il muro summenzionato.

La fondazione della struttura principale è alquanto regolare con la prima assise di blocchi direttamente impostata sulla roccia parzialmente livellata.

Laddove non lo era si procedeva al livellamento mediante l’inserzione di blocchetti informi e zeppe in pietra. La parte più visibile è quella occidentale poiché le altre risultano coperte da sedimento e crolli. La parte meridionale è, inoltre, parzialmente lambita dal mare. La parte orientale è la più danneggiata, mentre quella settentrionale appare coperta da vistosi crolli. Era dentro questa struttura che doveva essere effettuata la prima molitura.

A nord-est della struttura rettangolare si trova un’area di cava delle dimensioni di m 9,40 x 6. L’area appare intagliata per una profondità di ca. m 0,50. All’interno tracce d’intaglio di un grande blocco rettangolare delle dimensioni di m 2,10 x 0,80 x 0,60 che troviamo nell’altro vano intagliato nelle vicinanze a nord-ovest come pietra da pressa con due fori a sezione quadrangolare distali. Oltre al grande blocco si notano le tracce di distacco di almeno sette macine circolari dal diametro oscillante tra ca. m 1,30 / 0,80,

A nord di tale area di cava si nota un’altra area d’intaglio con spazi quadrangolari che si collegano ad una vasca circolare. È probabile che sia questa l’area ove avvenisse la pressatura del prodotto.

Ancora a nord la superficie della roccia è occupata da piccole vaschette distanziate tra loro del diametro oscillante tra i m 0,20 e 0,80 . Una grande vasca quadrangolare dal lato di m 2,30 si trova ancora a nord sul ciglio della falesia che scende dolcemente verso il mare.

A nord-est della struttura rettangolare costruita si trovano altre vasche tra cui ne spicca una dal contorno a ferro di cavallo irregolare ampia al massimo diametro m 2,90. Nell’area che degrada verso est vi sono intagli più o meno profondi circolari e rettangolari.

Gli intagli rettangolari più grandi presentano medesime dimensioni e sono da riferire alla produzione di grandi blocchi (m 1,30 x 0,70 x 0,50). Tali blocchi (all’incirca una quindicina – il numero esatto è impossibile da determinare poiché alcuni sono molto erosi e frammentari), sono adagiati disordinatamente sulla superficie della roccia ai bordi dell’intaglio a nord dell’area di cava della pietra da pressa e delle macine circolari.

A nord della struttura costruita si trova un ambiente intagliato nella roccia pseudo quadrangolare con un lato modanato curvilineo. Tale vano misura m 4,60 x 4,40. In tale vano si trova il grande blocco da pressa a due fori cavato nell’adiacente cava.

È molto probabile che dalla superficie circostante colasse il prodotto (olio) nelle vasche circolari intonacate con coccio pesto o quadrangolari che servivano per farlo decantare. Da questi contenitori laterali il prodotto decantato colava nella vasca centrale.

Il grande vano rettangolare rilevato era adibito a magazzino per contenere i grandi dolia costruiti in situ per contenere il prodotto. Erano in numero di 23 simmetricamente posti. Al centro un pilastro lasciato nel corso dell’intaglio del grande vano serviva verosimilmente a sostenere il tetto. Sull’angolo sudorientale è lasciato un grande ed alto gradino che permetteva l’accesso all’ambiente semi-ipogeico ove erano conservati i dolia per l’olio.

8 dicembre 2011

Continuiamo il rilievo e la ricognizione.

Immediatamente a ovest del promontorio, a circa m 150 dalla struttura produttiva, si trova un rilievo più alto del promontorio, sulla cui sommità vi sono intagli di cava. Data la metrica simile ai blocchi della struttura costruita sul promontorio è probabile che anche qui abbiano estratto i blocchi per la sua costruzione.

Le aree di cava sono due. Quella sulla sommità è più superficiale (l’intaglio incide per una profondità media di ca. 20/30 cm) ed ha un perimetro pressoché rettangolare (m 15 x 20 ca.). Un’altra adiacente, più profonda (m 1 ca.) a nord sul pendio verso il mare ed ha un’estensione simile alla prima, ma con andamento perimetrale irregolare.

Ancora più ad ovest, a circa m 200, vi è un’altra collinetta alta quanto la prima. Sulla sua sommità vi è anche qui una vasta cava profonda oltre un metro con visibili tracce d’intaglio, soprattutto sul fianco occidentale. La cava interessa tutta la sommità della collina. La metrica dei blocchi intagliati indica la pertinenza della cava ad un edificio diverso dalla struttura produttiva summenzionata. Da questa cava si estraevano, infatti, blocchi di dimensione ridotta (m 0,40 x 0,20 x 0,20 ca.).

Sul pendio meridionale della collinetta, a breve distanza (m 50 ca.) si trova un areale con industria litica in selce di piccola dimensione. (34-574682 est/3642287 nord).

Tale industria è costituita da piccoli strumenti in selce che potrebbero ascriversi ad una facies databile al paleolitico superiore. Sono presenti punte, raschiatoi, grattatoi e bulini, oltre a numerosi nuclei. Presente anche un raschiatoio discoidale attribuibile alla tipologia ateriana.

A circa m 500 a sud del promontorio si trova un vasto areale caratterizzato dalla presenza di numerosi blocchi delle consuete dimensioni pressoché omogenee (m 1,40 x 0,70 x 0,40) talvolta arrangiati malamente in epoca recente. Si notano al suolo allineamenti originari appena emergenti. Abbondanti blocchi isodomi sparsi nella zona indicano la presenza di strutture da mettere in relazione con l’impianto per la produzione olearia.

Nella stessa area vi è una notevole abbondanza di ceramiche frammentarie quasi interamente da mensa con qualche frammento a vernice nera. La ceramica si colloca fra l’età ellenistica e romana. La presenza di abbondante ceramica indicherebbe che quest’area, a differenza di quella pertinente la struttura produttiva dove è pressoché assente, fosse adibita alla residenza degli addetti alla produzione.

A poca distanza vi sono le tracce di una canaletta in pietra dell’ampiezza di m 0,40 con spallette regolari dello spessore di m 0,10. È probabile che tale condotta sia in relazione al pozzo che si trova nelle vicinanze. Una noria doveva sollevare l’acqua per poi incanalarla. È probabile che servisse non soltanto per gli usi dell’area residenziale, ma anche per quella produttiva sul promontorio. È noto, infatti, che l’acqua fosse indispensabile nel processo produttivo oleario.

Nella medesima area si trova il pozzo summenzionato ovale scavato nella roccia con le pareti regolarizzate con blocchi isodomi nella parte superiore. Si tratta di un pozzo di captazione di una sorgente sotterranea la cui acqua defluiva e affluiva attraverso un ampio ingrottamento sul fianco settentrionale.

Oggi il pozzo è asciutto probabilmente anche per effetto degli sconvolgimenti sismici che l’area dovette subire soprattutto nel V secolo d.C.

Percorrendo la spiaggia sabbiosa, in prossimità della struttura costruita sul promontorio, a breve distanza da quest’ultima (m 150 ca. verso sud), compare la roccia tra la sabbia. Sulla roccia e sulla sabbia si notano numerosi blocchi disordinatamente posti sia in prossimità del mare che sulla spiaggia retrostante. Alcuni blocchi s’intravedono anche in mare. La presenza di blocchi delle consuete dimensioni continua fino a lambire la struttura produttiva sul promontorio nel suo fianco meridionale.

Braknota 2 (8 dicembre 2011)

Ad un paio di km a ovest di Braknota, su una lieve altura nei pressi del mare, vi sono i resti di una struttura di notevoli dimensioni costituita da blocchi isodomi di dimensioni identiche a quelli della struttura produttiva di Braknota. La struttura parrebbe avere un perimetro rettangolare con ripartizioni interne non identificabili per i crolli e per il sedimento sabbioso di copertura.

Sulla sommità, all’interno della struttura, si trovano due pozzetti adiacenti del diametro di ca. m 1 costruiti in maniera molto regolare con pietrame a secco modanato ed accuratamente impostato. A ovest della struttura vi è la cava di estrazione dei blocchi per la costruzione. Ceramica frammentaria di epoca romana con alcuni frammenti a vernice nera ed altri decorati ad incisione a pettine lineare o ondulata.

A breve distanza di ca. m 200 ad ovest presenza di industria sporadica attribuibile al paleolitico inferiore/medio. Nella medesima area si identifica una tomba a fossa scavata accuratamente nella roccia con una fascia sottomessa perimetrale parallela al bordo per l’alloggiamento della/e lastra di copertura. Le pareti interne si allargano verso il basso. È orientata in senso est – ovest. Misura m 1,86 x 0,50.

Ras Aemer (8 dicembre 2011)

34-570353est/3643821 nord

 A circa km 5 ad ovest di Braknota, sul fianco sinistro di uno wadi che termina presso una piccola spiaggia sassosa, si trova un vasto insediamento che denominiamo Ras Aemer dal nome del santone sepolto nell’adiacente marabut.

L’insediamento è molto vasto e si estende su una vasta spianata che scende dolcemente verso il mare. Si può stimare un’estensione dell’insediamento, a giudicare dalla presenza di ingenti cumuli di pietrame prodotto dal crollo delle strutture litiche, dai brandelli di muri a doppio paramento visibili e dalla dispersione di abbondante ceramica frammentaria, di circa 6 ettari. Le strutture edilizie dell’insediamento sono presenti anche in basso sul bordo del wadi, al livello del suo letto di scorrimento. Si presume che tutto il pendio sia interessato da strutture a giudicare dalla presenza di muri affioranti. La ceramica presenta le decorazioni ad incisione a pettine orizzontale ed ondulata. Sono presenti anche ceramiche grigie buccheroidi e a vernice nera.

Ciò che colpisce di questo insediamento e la grande struttura quadrangolare che si trova alla sua estremità settentrionale, sul bordo del mare laddove inizia la ripida falesia costiera. Si tratta di una grande struttura dal perimetro perfettamente quadrato, con lato di m 30,50, che si protende sul mare (blocchi: m 0,80 x 0,45 x 0,27 – 1,10 x 0,50; larghezza muro m 0,50). Si tratta di una struttura quadrilatera con i lati orientati perfettamente in direzione nord-sud ed est-ovest. La struttura doveva avere una ripartizione interna oggi indefinibile a causa dei molteplici crolli. La base della struttura si presenta, nella sua porzione più meridionale, costituita da uno spiccato obliquo a profilo convesso costruito da pietre di piccola dimensione. Nella porzione più prospiciente il mare la sua struttura è più regolare e non è presente alcuna base obliqua. Parrebbe che si tratti di una porzione aggiunta. Ma tale ipotesi contrasta con il carattere unitario della struttura. La struttura si trova presso l’estremità settentrionale del vasto insediamento che si estende verso l’interno per oltre m 800 verso sud.

Interessante è la presenza, sulla ripida falesia che scende verso il mare a nord-est della grande struttura quadrata, di una struttura intagliata nella roccia che può interpretarsi come peschiera. Si tratta di una grande vasca quadrangolare intagliata nella roccia al livello del mare collegata mediante uno stretto e corto corridoio con un ambiente profondamente scavato nella falesia fino a raggiungere il livello del mare. All’interno di questo vano vi sono due ripartizioni. È verosimile che la peschiera all’esterno fosse collegata al vano interno mediante il corridoio che poteva essere chiuso per le esigenze dell’allevamento. La vasca esterna era raggiungibile dalla falesia attraverso una stretta scala intagliata nella roccia.

Poco lontano, proprio a nord del fronte settentrionale della grande struttura quadrangolare, si trova una struttura ipogeica intagliata nella roccia costituita da più camere quadrangolari comunicanti tra loro ed all’esterno mediante due ingressi. Lo sviluppo interno della struttura è indefinibile per la presenza di abbondante pietrame. Nei pressi di tale struttura ipogeica si trova una piccola cava superficiale con tracce di distacco di blocchi da m 1,10 x 0,55.

Dall’altro lato del wadi (fianco destro) doveva trovarsi una piccola necropoli di tombe a camera scavate nella roccia cui si accedeva da vestiboli dal perimetro quadrangolare. Se ne identifica una violata.

 

Hanyeh (9 dicembre 2011)

Estremità orientale del golfo di Hanyeh

Sulla spianata rocciosa che costituisce il limite orientale del golfo di Hanyeh, chiudendolo parzialmente poiché si protende sul mare, si trovano numerose tracce insediamentali fortemente erose dal mare data la limitata elevazione sul livello del mare. Oltre a numerosi intagli prodotti per l’estrazione di blocchi di varia dimensione si trovano i resti di una grande struttura quadrangolare di grandi dimensioni.

Il lato conservato presenta ancora in situ la prima assise di blocchi di lunghezza variabile e di larghezza costante di m 0,63 – 0,78. Il lato riconoscibile misura m 48,85 con direzione nord-ovest/sud-est. Il muro è conservato per ca. i 2/3 ma si individua il lato nella sua interezza grazie all’intaglio del piano di posa. La base del muro era protetta da un corpo avanzato, costituito da blocchetti di ridotte dimensioni omogenei squadrati, dalla facciavista obliqua e convessa (simile a quanto riscontrato in analoghe strutture ad Ougla e Ras Aemer). Purtroppo gli altri lati dell’edificio sono scomparsi tranne che per un breve tratto ortogonale al primo. Doveva trattarsi di una struttura funzionale al controllo dell’area a difesa dell’insediamento abitato che si trova a poche centinaia di metri a sud-ovest. Era  probabilmente anche sede di un faro cisterna pentalobato con le pareti foderate in cocciopesto su sottofondo di malta di allettamento (3,75×5,40) a ovest dell’edificio principale. Nei pressi della cisterna, a ca. m 8 ad ovest si trova un pozzetto circolare dal diametro di m 1,25.

 

Ad ovest della struttura principale, sul bordo del mare, si trova una piccola struttura termale interamente intagliata nella roccia, costituita da una piscina rettangolare parallela alla costa da cui si accedeva a tre ambienti quadrangolari interni separati da setti di roccia.

Sul fianco settentrionale della piscina era ricavato un piccolo spazio semicircolare mediante balaustre curvilinee con bordo superiore arrotondato.

Dall’ambiente più settentrionale si accedeva ad un piccolo ambiente quadrangolare adibito a calidarium (m 1,60 x 2,20). Le tre pareti oltre quella d’ingresso erano dotate di intercapedine per il passaggio dell’aria calda attraverso tubuli rettangolari (cm 27 x 11). Sull’intercapedine era addossato un setto in pietra e cocciopesto. Anche il pavimento era in cocciopesto e rialzato rispetto agli altri vani. All’ambiente centrale a più camere si accedeva anche attraverso piccoli vani laterali dotati di scale intagliate.

Insediamento principale

34-547862est/3633297nord

Sul bordo orientale della baia di Hanyeh si trova un vasto insediamento di cui si legge agevolmente la stratigrafia sulla lunga parete erosa in prossimità della costa. Dalla sezione si evince che la fase più antica sia da attribuire ad epoca arcaica. Sono presenti frammenti di varia tipologia pertinenti ceramica a figure e vernice nera. A questa fase sono da attribuire ambienti di cui si notano muri isodomi e ben intonacati conservati notevolmente in altezza.

Al di sopra la fase romana con ceramiche incise a pettine e abbondante presenza di marmi di varia qualità e provenienza.

Si è effettuata anche una breve ricognizione subacquea nelle acque del golfo. La forte corrente e le condizioni avverse del mare non hanno permesso una completa analisi dei fondali. Tuttavia è stato possibile individuare una macina litica rettangolare con un foro distale, un frammento di piccola colonna in marmo bianco ( ca. m 1 di lunghezza e m 0,30 ca. di diametro) ed alcuni frammenti di marmo lavorato. Durante la ricognizione subacquea sono stati identificati anche alcuni blocchi in pietra squadrati. Allineamenti di blocchi pertinenti alcuni muri ortogonali alla costa si notano anche dalla battigia. Potrebbero essere pertinenti a scali di alaggio di un piccolo arsenale.

La vasta spianata rocciosa al pelo dell’acqua sul fianco occidentale della baia appare attraversato da un canale intagliato lungo ca. m 50 e largo 3/4. Era stato scavato in antico per evitare l’insabbiamento della baia che costituisce ottimo ricovero anche in condizioni di mare avverso grazie all’ampiezza del suo ingresso ed alla protezione dei due fianchi  rocciosi orientale ed occidentale che determinano condizioni di relativa calma all’interno.