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A proposito della ristrutturazione delle soprintendenze elaborata dal Ministro Franceschini

La riforma del settore dei beni culturali inerente la proiezione territoriale delle strutture di tutela avanzata dal Ministro Franceschini con decreto emanato il 23 gennaio 2016 ha suscitato, com’è normale che sia, un vivace dibattito, aspre polemiche e sollevazioni generali di enti, associazioni e singoli personaggi concretizzatesi attraverso petizioni pubbliche con raccolte di firme per “bloccare” tale ristrutturazione del settore.

Avendo analizzato la summenzionata proposta di riassetto mi sono reso conto che essa ha certamente un risvolto negativo poiché è ispirata da una discutibile, seppur forzata, tendenza al risparmio in un settore che, essendo vitale per la nostra economia, non dovrebbe subire tagli, ma anzi incrementi finanziari, come avviene in altri paesi limitrofi. Ma ha anche, mi preme sottolinearlo, un forte carattere innovativo che la rende al mio giudizio accettabile e positiva.

Finalmente anche al livello ministeriale ci si rende conto che la settorializzazione e la parcellizzazione del cosiddetto “bene culturale” sono da rivedere, e che sia detto bene mobile o immobile, sia esso contestualizzato (a maggior ragione) che isolato, non può essere trattato separatamente dal suo contesto generale né sul piano della tutela, né tantomeno su quello della ricerca, né della valorizzazione. Il principio che sta alla base del provvedimento è ormai un prerequisito consolidato nel nostro settore disciplinare. Da qualche decennio ormai, anche in Italia, ambiente tradizionalmente impermeabile alle innovazioni metodologiche per la sua innata vocazione classicista imperante, il principio della interdisciplinarietà o multidisciplinarietà appare accettato universalmente anche se poi la sua applicazione risulta ancora settoriale. Tuttavia non penso che vi siano colleghi che possano contestare la validità dell’analisi e del trattamento di un fenomeno archeologico, di un contesto paesaggistico o di un singolo manufatto, in una prospettiva multidisciplinare che ne esalti tutti gli aspetti formative, naturali e materici.

Pertanto questo principio ormai indiscutibile era ora che entrasse anche nella pratica e nell’ordinamento dei Beni Culturali. Del resto risulta ormai diffuso nel campo della didattica e ricerca universitaria e di altri enti di ricerca. E’ fuori da ogni logica scientifica affrontare uno scavo di un sito di qualsivoglia natura o lo studio di un manufatto sia esso comune o di pregio senza adottare un’impostazione metodologica che contempli il più ampio spettro di apporti tecnico-scientifici provenienti da altre discipline. Ma anche nel campo della tutela, come è possibile avviare un’efficace azione protettiva senza avere la contezza esaustiva multispettrale di ciò che si vuole conservare? Ed infine cosa dire del maggior bisogno da parte di utenti sempre più esigenti di una valorizzazione a 360° che esalti i valori contestuali di un’opera o di un sito e le sue interrelazioni culturali e con l’ambiente?

In sintesi l’approccio interdisciplinare che caratterizza la scienza moderna, anche quella inerente il campo dei Beni Culturali è un valore ed una conquista dalla quale non si può prescindere pena il ritorno ad un oscurantismo scientista ed iperspecialistico settoriale fine a se stesso. Come non fare riferimento per avvalorare tale approccio a quanto è stato teorizzato e praticato, e da molti di noi esaltato al limite del fanatismo, dall’archeologia processualista (alias “New Archaeology”)? Come non ricordare la lezione interdisciplinare degli Annales che predicava la fusione delle scienze dell’antichità amalgamando storia, archeologia, filologia e geografia?

Ha fatto bene Franceschini ad allineare finalmente il settore gestionale del patrimonio culturale italiano ad una metodologia diffusa, efficace ed universalmente accettata. Nella nuova struttura che speriamo venga attuata con efficacia e professionalità è il paesaggio a diventare l’elemento unificante di ogni emergenza culturale sia essa materiale che immateriale. Quel paesaggio che costituisce senza ombra di dubbio la valenza maggiore del “Bel Paese” che tutti ci invidiano.

Il concetto della centralità del paesaggio è alla base di uno dei più originali ed efficaci strumenti di governo del territorio che è il Piano Territoriale Paesistico. Intuizione geniale che ha fatto del paesaggio l’irrinunciabile cornice non solo della tutela ma anche della valorizzazione delle emergenze culturali del territorio.

E’ con soddisfazione, inoltre, che constato che quanto fu fatto da noi in Sicilia negli anni ’70 del secolo scorso con la rivoluzionaria riforma di settore che istituì già allora la Soprintendenza unica multidisciplinare, riceve, finalmente, un riconoscimento nazionale. In Sicilia, tra luci ed ombre dovute spesso a una cattiva amministrazione più attenta al clientelismo che alla professionalità (ma questo, ahinoi, è un male nazionale), il bilancio sulla gestione della Soprintendenza unica provinciale è senza dubbio positivo. Affrontare le tematiche del territorio con il lavoro comune, all’interno dello stesso istituto, di professionisti di più discipline è stato esaltante ed efficace.

Chiederei ai tanti colleghi che si scandalizzano per questa paventata riforma: cosa c’è di più gratificante di lavorare gomito a gomito tra archeologi, architetti, urbanisti, storici dell’arte, antropologi, paesaggisti, naturalisti tutti animati dal valorizzare un bene comune? Dato che la risposta non può che essere positiva, al netto di patologie da curare, mi sorge il dubbio che questa levata di scudi sia dettata dal solito vizio di alcuni intellettuali (per la verità pochi) di volere coltivare il proprio orticello senza avere la capacità di affrontare il confronto che, a volte, può diventare scomodo, ma pur sempre stimolante. O peggio dal timore di perdere il proprio piccolo effimero potere paventando (e spaventandosi) di vedere il proprio ufficio “perdersi” in un contesto amministrativo più grande diretto da altri ?

Ovviamente sono convinto che se tale riforma non viene affiancata dal rilancio di una sana politica di reclutamento periodico di nuove leve da inserire nella pubblica amministrazione rimarrà uno dei tanti provvedimenti privi di reale incidenza nei processi di governo del territorio. Così come è da tenere sempre a mente che ogni intervento nel campo dei beni culturali non può essere dettato da esigenze di cassa immediate. La tutela di un bene deve essere basata su principi slegati dalle sue potenzialità economiche. Guai a investire laddove si fa cassa. In tal modo il tessuto connettivo del Bel Paese che tutti ci invidiano e che costituisce la sua peculiarità verrebbe meno creando soltanto “cattedrali nel deserto”.

 

Sebastiano Tusa [23 gen 2016]